Ich bin dagegen!
Importante: Tutto ciò che è descritto in questa storia è frutto della mia fantasia, ergo: non c’è niente (o
quasi) di reale. Tom e Bill
non mi appartengono purtroppo e non fanno (e non hanno fatto)
nulla di quanto raccontato in queste pagine.
Livello uno: L’incontro
[Quando Bill Kaulitz ritorna da una festa
DOPO suo fratello bisogna iniziare a preoccuparsi]
****
Adorava
le feste. Perché erano sinonimo di alcool e ragazze.
Un binomio che lo mandava letteralmente fuori di testa.
Gli piaceva
la musica assordante, ammiccare a più ragazze possibili, sorseggiare la sua
birra (la terzo o la quarta), e poi vederla. Lei. La sua ragazza del giorno. O forse era meglio dire, la ragazza della notte. Quella più carina, quella con il fondoschiena più da sballo, quella
che gli sorrideva con aria pseudo-innocente, come se
già non sapesse.
Sì. Le
feste erano eccezionali.
E poi
era bello staccare ogni tanto la spina dal lavoro, interviste, musica e tutto
il resto (un mese! Ancora non ci credeva! Un mese di riposo-feste-sesso-alcool. Il Paradiso). Era bello
avere solo diciott’anni e non pensare a nulla. Era bello provarci con quante
più ragazze possibili, e poi raccontare ogni cosa ai suoi amici. E prendere per
il culo Georg,
il che non guastava mai.
Portò la
bottiglia alla bocca e bevve un sorso di birra, mentre con gli occhi prese a
vagare nella stanza affollata da un gran numero di gente.
Individuò
Georg poco distante da lui, mentre ballava con una
ragazza. Carina, pensò sorridendo, dovrò trovarne una migliore per riuscire a
batterlo anche questa sera.
Gustav,
invece, era al bancone del bar e stava parlando con ben due (due!) ragazze contemporaneamente. Tom rimase un attimo a fissarlo, mentre il suo cervello
registrava che, per riuscire a superare anche Gustav
avrebbe dovuto provarci (e avere successo… ma quello
era scontato! Ovvio che sarebbe tornato vittorioso, si stava
parlando di Tom Kaulitz, non di
uno sprovveduto qualsiasi) con almeno tre
ragazze. Tre. Beh è un bel numero,
vediamo cosa si può fare…
Rinunciò
in partenza a scovare suo fratello. Bill non era mai al centro della pista. E neppure al bancone. Ma lo avrebbe
trovato di sicuro in qualche angolo sperduto del locale, mentre cercava di
intavolare una discussione con qualche povera ragazza che, invece, avrebbe
preferito soltanto chiuderlo in un bagno e scoparselo.
A volte
le donne sapevano essere veramente delle bastarde.
Volevano
l’uomo (beh, più o meno)
romantico? E allora perché snobbavano Bill? L’uomo (sempre più o meno) romantico per eccellenza!
Bah.
Evidentemente vi erano varie categorie di donne, come del resto vi erano varie
categorie di uomini.
A lui
delle donne romantiche non gliene fregava niente. E del resto loro sapevano che
nel momento in cui iniziavano spudoratamente a flirtare
con lui, non stavano cercando la relazione della loro vita.
Volevano
solo divertirsi.
E Tom non riusciva a trovarci nulla di sbagliato.
“Sei da
solo?”
Una voce
femminile lo fece voltare. Si trovò davanti una ragazza niente male.
Beccati questa, Georg… uno a zero per me.
La guardò
negli occhi e sorrise. “Tu? Sei sola?”
La
ragazza annuì, facendo ondeggiare i capelli biondi.
Tom
inclinò il viso verso di lei. Un attimo prima di
sussurrarle qualcosa all’orecchio, gli sembrò di scorgere passare Bill. Con una ragazza. Rossa.
Ma
l’istante dopo era veramente troppo occupato per poter
anche solo pensare a suo fratello e alla ragazza che era con lui. Quella tipetta baciava decisamente bene.
E suo fratello venne relegato in un posticino remoto
della sua mente.
*
Solo al
terzo tentativo riuscì ad infilare la chiave nella serratura. L’alcool si
faceva sentire. E l’ora tarda non aiutava di certo a
metabolizzare.
Richiuse
delicatamente la porta dietro di sé e cercò di fare meno rumore possibile nel
salire le scale.
Con uno
sforzo immane riuscì ad arrivare al primo piano senza cadere dalle scale. Era
così stanco e assonnato che si sarebbe potuto addormentare ovunque.
Passò con
noncuranza davanti alla camera di suo fratello, e solo quando stava già
richiudendo la porta dietro di sé, registrò che la camera era aperta. Cosa di per sé stranissima, perché Bill
aveva la fobia delle porte aperte. Quando lui
era in una stanza, la porta doveva necessariamente essere chiusa. In caso
contrario si scatenava la sua completa e assurda reazione isterica, con tanto di invettive contro gli altri abitanti della casa (lui… non
se la sarebbe mai presa con mamma o Gordon) che comprendevano
il fatto che lui volesse un po’ di privacy.
Avanzò
lentamente fino alla camera di Bill e sbirciò all’interno.
Nonostante l’oscurità, riuscì a distinguere il profilo
del letto ancora intatto.
Fu in
quel momento che scattò in lui il meccanismo del fratello-maggiore.
Bill
non era ancora tornato. Mentre lui sì.
Cercò
nervosamente il cellulare dalla tasca dei pantaloni, lo aprì, rimase abbagliato
dal display per quei dieci secondi (in cui imprecò
mentalmente contro tutti gli dei conosciuti e sconosciuti… perché di sicuro
c’era qualche nome che gli sfuggiva, ma che era responsabile di tutto quello),
e osservò l’ora. 4.27
E Bill non era ancora a casa!
E…
mentre digitava furiosamente il numero del cellulare di suo fratello, la sua
mente prese a vagare, perdendosi in pensieri raccapriccianti, tra cui il
rapimento di Bill, il taglio di un orecchio (e
l’apertura della busta contenente il macabro resto), il taglio dei capelli (era
quasi peggio dell’orecchio!), il corpo ritrovato in un…
“Pronto?”
“Dove sei!?”
“Tom? stai bene?” la voce di Bill sembrava quasi seccata.
“Dove sei?!” ripetè Tom
con maggiore enfasi.
Bill sbuffò
evidentemente infastidito. Tom non potè fare a meno di pensare che sarebbe stato lui stesso a
rapire suo fratello, se non la smetteva di comportarsi da prima donna.
“Sono
ancora alla festa” rispose infine “… perché, tu dove sei?”
“A casa”
rispose glaciale Tom.
Il trillo
della risata di Bill gli giunse distintamente
all’orecchio. “Già conclusa la tua nottata?”
Tom
strinse nervosamente il cellulare. E lui che si era anche
preoccupato. Già immaginava il dolore di mamma, il funerale, lo
scioglimento della band…
“Fottiti”
Senza
dare il tempo a Bill di replicare, pigiò sul tasto rosso e pose fine alla conversazione.
Non
sapeva decidere se era più arrabbiato o più rilassato.
Comunque
la questione non cambiava.
Erano le
quattro e mezza di notte, e suo fratello non era ancora tornato a casa… (ed era
seriamente possibile che fosse ancora alla festa? Sapeva tanto di bugia
colossale…).
Basta, me ne vado a letto…
Probabilmente
era lui che era semplicemente troppo stanco per pensare
razionalmente.
Sì.
Di sicuro
era così.
*
Tom
scese le scale, sbadigliando rumorosamente, e non preoccupandosi di portare una
mano davanti alla bocca. Aveva la pessima abitudine di dimenticare la buona educazione quando si ritrovava da solo. E la cosa non lo turbava minimamente.
Non c’era
nessuno che avrebbe potuto rompergli i coglioni… e
quello significava solo una cosa: fare tutto ciò che desiderava.
Lanciò
un’occhiata di sfuggita all’orologio appeso alla parte della cucina. Erano solo le 11.38, Bill probabilmente
era nel bel mezzo della fase rem.
Afferrò
la scatola di cereali che la madre gli aveva lasciato
sul tavolo, staccò distrattamente il post-it
attaccato sul frigorifero (Non ho voluto
svegliarvi, ci vediamo stasera. Vi voglio bene, mamma), e prese il cartone
del latte, pronto a trasferirsi in salotto per una calma e tranquilla colazione
senza genitori.
Ma
non appena cercò di varcare di nuovo la porta, si ritrovò davanti suo fratello.
Sveglio.
Ovviamente.
E
vestito.
E
truccato.
E
pettinato.
Alle
11.38 del mattino.
L’alba, visto
che era andato a letto dopo di lui.
“Tom! Mi hai fatto prendere un infarto! Tutto bene? Ti sei
svegliato adesso?”
Tom
inarcò un sopracciglio, scrutando suo fratello da capo a piedi. Era chiaramente
pronto per uscire.
Annuì in risposta, ma Bill sembrò non
farci troppo caso, preso com’era dal finire di sistemarsi i vari braccialetti
al polso.
Tom
arricciò le labbra, cercando di trattenere la leggera irritazione che si faceva strada dentro di lui. “Hai già mangiato?”
Bill gli sorrise. E Tom ebbe paura quando vide
che gli si erano illuminati perfino gli occhi. “Certo! Adesso sto uscendo… torno tra un po’, tu aspettami per pranzare, ok?”
“Dove-”
Tom
non fece in tempo a finire di parlare che venne
interrotto dal doppio bip del
cellulare di suo fratello.
Bill tirò
fuori il suo Sidekick dalla tasca dei
jeans e lesse il messaggio in tutta fretta, non degnando di uno sguardo Tom, che ancora se ne stava impalato come un idiota con in
mano i cereali e il cartone del latte… a chiedersi chi fosse quell’essere che
aveva preso le sembianze di suo fratello e l’aveva trasformato in un allegro e
sorridente personaggio mattutino.
Lo vide
illuminarsi ancora di più, mentre i suoi occhi scorrevano sul display del cellulare. Sorrise leggermente, e Tom ebbe la netta sensazione che il suo stomaco si ribellasse all’improvviso.
Ma in
fondo era solo colpa dell’alcool ingurgitato durante la festa.
Fu
tentato di chiedergli di chi fosse il messaggio, ma
aveva il presentimento che la risposta non gli sarebbe piaciuta, quindi rimase
zitto a contemplare suo fratello mentre si mostrava ancora più scemo del
solito. Chissà che stava combinando quello stupido…
Bill
mise via il cellulare senza dire una parola, afferrò le chiavi, lanciò uno
sguardo all’orologio –mormorando un “Sono in ritardo!”- e uscì di casa. Senza neppure salutarlo! Era andato via così, senza
dirgli nulla e lasciandolo lì come un idiota.
La
leggera irritazione ora si era trasformata in qualcos’altro.
Era incazzato nero.
E suo
fratello era più idiota di lui, questo era sicuro!
*
Sbuffò
infastidito.
Essere a
casa da solo era una figata.
Ma
essere a casa da solo senza Bill e senza ragazze era
una noia mortale.
Anzi. Era
la morte. Perché
non esisteva qualcosa di peggio dell’essere senza Bill
tra i piedi. E senza ragazze, ovvio.
Spense la tv annoiato, dopo essersi appuntato mentalmente di
mandare un formale richiamo anonimo a Viva, perché non era possibile
che in dieci minuti non avesse trasmesso neppure un loro video.
Mise via
la scatola dei cereali e il cartone del latte. Forse avrebbe dovuto preparare
qualcosa da mangiare.
… ma anche no.
Ci
avrebbe pensato dopo. Al ritorno di Bill.
… così
avrebbero potuto cucinare insieme. Perché magari Bill
sarebbe arrivato strisciando verso di lui, supplicandolo di perdonarlo per il
torto che gli aveva inflitto… e lui, dall’alto della sua grande
bontà, avrebbe perfino potuto accettare le sue scuse. Suggellando la nuova
fratellanza con la preparazione della
Salsa. Quella Speciale. Quella che solo lui
sapeva fare e così bene. Quella fatta con il latte. E
il ketchup. E un po’ di senape. E
anche un cucchiaio o due di panna acida. Completata dal salame.
Sì. Alla
fine era un bravo fratello. Lui sapeva perdonare. Lui sapeva essere generoso.
Lui… beh avrebbe aspettato di vedere Bill strisciare,
ovviamente.
Niente si
fa per niente in questo mondo.
Si
trascinò su per le scale. Non sapeva cosa fare. Era tutto così silenzioso. E noioso. E monotono. E…
… e che palle.
Non
voleva neanche pensare al perché suo fratello si era azzardato a lasciarlo
solo. Non ci voleva pensare perché non voleva una
risposta. No. Affatto.
La
risposta lo avrebbe solo fatto incazzare di più. E lui era già abbastanza incazzato.
E comunque rimaneva il fatto che quella casa era peggio di un
obitorio.
Sbattè
la porta della sua stanza e si diresse con ampie falcate verso lo stereo. Fece
scorrere velocemente la pila di CD che si trovavano lì accanto ed estrasse
quello di Samy Deluxe. Poi
però ci ripensò. Non aveva seriamente voglia di starsene ad ascoltare un uomo. No.
Ci voleva
qualcosa che lo distraesse sul serio.
E già
sapeva cos’avrebbe dovuto cercare. Scrutò i vari CD rimasti e ne afferrò uno con la copertina rossa. E
Lei.
Già si
sentiva meglio.
Inserì il
CD nello stereo e attese.
Four, tres, two, uno.
Le prime note di Fergalicious
si propagarono per la stanza. Aumentò il volume, giusto per essere sicuro di
non perdersi un solo minuscolo secondo della sua voce.
Dio.
Adesso sì
che andava meglio!
Si
sentiva rigenerato. Sapeva, lo sapeva, che Fergie non
l’avrebbe deluso. Fergie non deludeva mai.
Si voltò
verso la stanza, mentre la labbra iniziarono a
muoversi piano, seguendo il ritmo e le parole della canzone. A guardare il caos
che regnava lì dentro forse avrebbe dovuto dare una sistemata. O almeno provarci. O fare un
tentativo.
Giusto
per ammazzare il tempo. Perché di certo non poteva ammazzare
Bill, anche se era la cosa che più gli premeva in
quel momento.
Tom
scosse la testa, lasciando che la voce di Fergie
entrasse dentro di lui.
“They want my treasure so they get their pleasures
from my photo.” Canticchiò mentre cercava di raccogliere da terra un paio di
magliette. Le appoggiò sulla sedia… e decise che se doveva mettere a posto (o
ammazzare il tempo) tutto quel marasma, forse conveniva iniziare dall’armadio. In effetti l’unica cosa effettivamente ordinata.
Ma non era importante.
C’era sempre qualcosa da sistemare.
Già.
… se la sarebbe dovuta
appuntare questa frase. Sembrava quasi filosofica. Ovvio, non riferita ad un
armadio. Ma poteva
essere seria.
Ah. Fergie lo rendeva
addirittura una persona colta.
L’amava ancora di più.
Fergalicious -so
delicious-
But I ain't promiscuous.
Aprì le
ante dell’armadio, rivelando tutto il suo contenuto. Una serie interminabile di
jeans e magliette XXXXL. E una più che giusta dose di cappellini.
In fondo
iniziare dall’armadio poteva rivelarsi utile. Poteva… beh,
mettere in ordine i cappellini in base alla gradazione di colore… oppure
gettare via le magliette non abbastanza XXXXL… anzi, avrebbe persino
potuto venderle su e-bay e ricavarci
qualcosa. I soldi servivano sempre… non si poteva mai
sapere. Magari un domani si sarebbe ritrovato senza un gruppo (perché senza il vocalist, di certo
il gruppo non poteva esistere… e il progetto Kill Bill ormai era una certezza). Bisognava guardare avanti.
Eh. La
vita non sarebbe stata sempre così facile.
L’inizio
del primo ritornello della canzone, lo riportò alla realtà. Ma
bastò sentire la voce di Fergie per rispedirlo su un
altro pianeta. Decisamente migliore del mondo vuoto,
noioso e monotono in cui suo fratello l’aveva lasciato.
Chiuse
gli occhi, assaporò le note sensuali della canzone, alzò l’indice verso l’alto
e iniziò a muoverlo a tempo. “It’s hot, hot…”
Dio.
Quella era musica.
Afferrò
una maglietta rossa. La scrutò con attenzione per tre secondi. E poi decise che era troppo piccola. E
vecchia. Pronta al pensionamento.
t-t-t-t-t-tasty, tasty
La fece roteare sopra la testa, a ritmo di musica e
la lanciò dall’altra parte della camera.
Iniziò a picchiettare un piede sul parquet della
stanza, mentre faceva scorrere le altre magliette.
Quella canzone era micidiale. Oh sì.
E Fergie
era… “So delicious”
mormorò con gli occhi chiusi, seguendo la canzone.
Dio. Perché non poteva
avere lei per sorella? Al posto di quel… quell’idiota.
Ma poi constatò che averla
come sorella, forse, avrebbe complicato un po’ le cose. Quindi
era meglio di no. Non voleva essere imparentato con qualcuno che voleva portarsi a letto.
Eh no. Sarebbe stato troppo complicato.
Scartò un’altra maglietta. Era troppo vecchia e
troppo consumata… ed erano secoli che non la metteva.
Ma nel momento in cui atterrò sul pavimento, sopra quella
rossa, si sentì leggermente dispiaciuto.
Quella maglietta era un vecchio regalo di Bill. un regalo preistorico in
effetti. Però era pur sempre un regalo… e forse Bill si sarebbe dispiaciuto… forse ci teneva che…
… ma
che si fotta Bill.
Pensò con stizza, facendo passare una maglietta
nera.
E un’altra. E
un’altra ancora.
Concentrarsi su Fergie.
Solo su di lei. Solo lei. E dimenticare l’idiota.
Solo Fergie.
Solo lei.
My body stay vicious
Dio… lanciò un’occhiata allo specchio
attaccato all’interno dell’anta dell’armadio. E prese a
cantare con più foga la canzone, cercando di non perdersi nemmeno una parola
del rap, lasciando stare per un attimo le magliette e
concentrandosi solo sulla musica.
Sentirla.
Dio se la sentiva.
Stava iniziando a sospettare che Fergie si fosse ispirata a lui per
scriverla.
Quasi non si accorse di muovere il piede
con più vigore. E di agitare le braccia sopra
la testa, rispettando il ritmo dettato, questa volta, da Will.i.am.
T to the A, to the S T E Y - girl, you're tasty, T to
the A to the S T E Y - girl, you're tasty
D to the E, to the L I C I O U S, to the D, to the E, to the, to the, to the,
hit it Fergie
Tom non si preoccupò più
del suo riflesso nello specchio. E neppure delle
magliette. O dei cappellini. Potevano aspettare… ma
non quello…
Quello era il momento di saltare come un pazzo per
la stanza e sfogare la rabbia repressa causata da Bill.
Sì.
Alla fine era sempre colpa di quell’idiota.
*
Scese di nuovo in cucina quando
sentì il suo stomaco brontolare rumorosamente.
Aveva sistemato l’armadio. Posizionato
con cura i cappellini in base al colore. Eliminato le
magliette inutili e sistemato le altre in base alla larghezza. E diviso i pantaloni dei
jeans da quelli delle tute, e li aveva raggruppati con criterio oggettivo: la lunghezza.
Poi era passato alla scrivania. Aveva sistemato
tutti i Playboy nell’ultimo cassetto. Fogli vari nel penultimo. E le scatole di preservativi nel primo, dividendoli per colore,
resistenza e sapore ed eliminando
quelle ormai vuote.
E poi…
… poi aveva deciso che ne aveva
avuto abbastanza, e che il lavoro di colf non faceva per lui.
Quando entrò in cucina lanciò
un’occhiata di sfuggita all’orologio.
14.29
Tom si sentì di nuovo molto
arrabbiato con suo fratello.
*
Cambiò di nuovo canale, sbuffando ancora più
sonoramente.
Bill. Non. Era. Ancora.
Arrivato.
E lui stava morendo di fame. E non poteva neppure appellarsi al suo corpo, affinché
metabolizzasse il grasso in eccesso.
Lui non aveva grasso in eccesso!
Non aveva nulla
in eccesso.
… no. Qualcosa ce l’aveva.
Ma di certo non voleva che il suo corpo si cibasse di quello.
MAI.
Piuttosto la morte.
Quando sentì un rumore dietro
la porta, la sua mente si prodigò per fornirgli due possibili azioni:
1)
uccidere Bill, fallo a pezzetti e mangiarselo
2)
ringraziare il
cielo e mangiare qualcosa che non fosse suo fratello.
Optò per la seconda ipotesi
solo perché, realizzò, suo fratello non aveva abbastanza carne per sfamarlo.
“Dove sei stato??”
Bill aveva ancora la mano
sulla maniglia della porta. Aprì la bocca per rispondere, ma Tom non gli diede il tempo.
“Anzi no! Non lo voglio
sapere! Ho fame!”
Bill sgranò leggermente gli
occhi. “Non… non hai mangiato?”
… e Tom realizzò che suo fratello in fondo non era poi così utile al
mondo. Che poteva realmente farlo fuori. Che avrebbe fatto un favore all’umanità, liberandola da una simile
piaga.
“No” sibilò.
“Ah”
“Già”
“…”
“…”
“… io ho mangiato fuori…”
Tom picchiò un piede sul
pavimento. “Questo. Non. Dovevi. Dirlo! Io ti ho aspettato! TU mi hai detto di
aspettarti! E IO adesso sto morendo di fame!”
“Ma non hai visto che razza di ore
sono? È tardi! Avresti dovuto pensare al fatto che non
tornassi per pranzo…” tentò di giustificarsi.
Tom strinse gli occhi in
due fessure. “Avrei dovuto pensare? TU avresti dovuto pensare ad avvisarmi,
razza di idiota!”
Bill lo guardò negli occhi.
Si vedeva che si sentiva in colpa. Ma a Tom non bastava.
Non con il suo stomaco ridotto ad assorbire
tutti i succhi gastrici che possedeva.
Non in quelle condizioni.
“Scusa…”
Tom si girò di scatto,
irritato a morte, ed entrò in cucina.
“Và al diavolo, Bill…”
*
Aveva cucinato. Da solo.
Aveva preparato la tavola. Da solo.
Aveva pranzato –e vista l’ora poteva quasi
considerarsi una cena-. Da solo.
Aveva sparecchiato. Da solo.
Aveva perfino lavato i piatti. Ovviamente da solo.
E ora si accingeva a trascorrere
tutto il pomeriggio nella sua ordinatissima
camera.
Da. Solo.
Non voleva vedere Bill
per molto, moltissimo tempo.
Almeno per… due
ore.
Ecco.
Due ore.
E al diavolo Bill.
****
Note
dell’autrice: OMG. Prima di tutto… le note
qui sono necessarie e doverose. Vi devo delle spiegazioni per questa cosa. Quindi preparatevi ad un lungo monologo.
L’idea è nata uhm… un mese e mezzo fa. Ma è rimasta rintanata nel pc per…
un mese e mezzo XD Poi, ho deciso di ritentarci. Ho preso quella paginetta scarsa che allora costituiva il prologo, l’ho
cancellata e riscritta. E poi mi sono bloccata di nuovo,
perché non mi convinceva. E perchè le storie sul
comico non sono proprio il mio genere.
Ma poi ho trovato LEI. ANA. E il mondo è cambiato. Oh se è cambiato. In tutti i capitoli troverete
qualcosa di suo, questo è certo. In questo… prima di tutto la
dritta sulla fantastica (O_O) cucina di Tom.
Quindi, in questa storia le
scene più lol saranno sue. Assolutamente. Perché Ana è un concentrato di lol. E mi ha permesso di
usufruire di questa fonte preziosa. GRAZIE <3
Altra cosa doverosa da dire: i titoli. La mia idea
era quella di associare un titolo e un sottotitolo ad ogni capitolo. Ma mi trovavo in difficoltà, soprattutto per i primi. Anche
qui un enorme grazie ad Ana, perché ha tirato fuori dal cappello magico questa canzone degli 883, dicendo
che l’idea dei “Livelli” non fosse
affatto male. *_* E aveva ragione. Detto questo…
titolo e sottotitolo di questo capitolo sono opera sua. Sì sì.
E io li amo. <3
Parlando della scena clou
di questo capitolo: la canzone di Fergie. -_- ora,
come abbiamo constatato io e Ana, forse non ha cambiato la storia della musica, ma di sicuro cambierà la
storia delle fanfiction, perché dopo aver letto
questo, NON potrete pensare a quella canzone SENZA pensare a Tom. <3 E se volete farvi del male, scaricatela. Sì. So
che significa autolesionismo. Ma Ana
ha parlato. L’ha scaricata. E io l’ho seguita ç_ç Le disgrazie devono essere condivise.
Detto questo. Spero che questa storia possa
piacervi, nonostante sia così diversa da ciò che
scrivo e sto scrivendo. Ma si sa che io sperimento
sempre cose nuove XD E poi adesso ho una missione: maltrattare un po’ Tom visto che è sempre Bill
quello che subisce ç_ç Che cosa ingiusta, non
trovate?
(Ho scritto un papiro O_O siete ancora tutti con me? sì? XD Grazie allora! ^_-)