Ich bin dagegen!

 

Importante: Tutto ciò che è descritto in questa storia è frutto della mia fantasia, ergo: non c’è niente (o quasi) di reale. Tom e Bill non mi appartengono purtroppo e non fanno (e non hanno fatto) nulla di quanto raccontato in queste pagine.

 

Livello nove: Il sogno

[Questo matrimonio non s’ha da fare!]

 

****

 

C’era qualcosa di strano.

Ora, che la sua vita gli stesse riservando numerose sorprese nell’ultimo periodo, era un dato di fatto. E l’aveva addirittura accettato.

Ma quello no.

Perché non era semplicemente strano. Era proprio totalmente assurdo. Una di quelle cose che non avresti mai immaginato di vivere. Una di quelle cose che non vorresti mai vivere.

Era seduto su una stupida panca. Non sapeva perché la panca dovesse essere stupida, comunque la era. Stop.

E si guardava intorno, cercando di decifrare luogo e visi di persone mai viste.

Ma, soprattutto, cercava di trovare un perché. No, non si era dato alla filosofia, e non stava tentando di risolvere i grandi misteri del mondo. Era un perché molto semplice. Quasi stupido nella sua effettiva linearità. Ma abbastanza per fargli arrovellare il cervello in cerca di una soluzione.

Ciò che il suo cervello non riusciva a comprendere era perché stava indossando un fottutissimo e strettissimo smoking.

Quella era una cosa priva di senso.

“Congratulazioni! Sarà un matrimonio bellissimo!” esclamò a quel punto una voce infantile alla sua sinistra.

Tom si girò e si ritrovò davanti un moccioso che era sicuro di avere già visto da qualche parte. Solo che non ricordava dove.

“Tu chi sei?”

Il bambino inclinò la testa di lato e gli sorrise. “Il fratello della sposa!”

Tom sgranò gli occhi. Quindi era ad un matrimonio?

“E perché fai le congratulazioni a me?”

Il moccioso ridacchiò, tenendosi la pancia con le mani, come se avesse appena assistito ad una scena spassosissima. “Ma perché sei il fratello dello sposo!”

Tom girò velocemente la testa davanti a sé. E li vide. Là, proprio davanti all’altare. Suo fratello e Liza a braccetto. Emozionati e sorridenti davanti al prete della chiesa.

Che cazzo era tutto quello?

Tom sentì una morsa allo stomaco. Era sicuro che avrebbe vomitato da un momento all’altro. Non si sentiva per niente bene. Le mani presero a sudargli, la gola a seccarsi e tutto il suo corpo sembrava in preda ad un improvviso attacco epilettico. Stava tremando.

E poi… quel cazzone d’un prete iniziò a pronunciare qualcosa, che il cervello di Tom non riuscì a registrare. Ma era di sicuro qualcosa di orribile, perché –la notava solo ora- sua madre, seduta poco distante da lui, aveva iniziato a piangere.

… Marito e moglie…

… Baciare…

Tom osservò la scena come se fosse stata a rallentatore. Bill si era girato verso Liza e l’aveva guardata. E poi aveva iniziato a chinarsi verso di lei, chiudendo leggermente gli occhi…

… e lui l’aveva fatto.

Come in quel film che la mamma continuava a far vedere a lui e a Bill quando erano piccoli, sostenendo che fosse troppo bello per non guardarlo. ‘E poi l’ho visto quando ero incinta di voi due!’ come se ogni obiezione svanisse di fronte a una constatazione del genere. Il film col Carpe diem e il Cogli l’attimo, di cui lui e Bill erano grandi esponenti. L’attimo fuggente.

Ecco. All’improvviso, così, senza un perché, gli era venuto in mente quel film, come un flash. E allora era scattato in piedi. Era salito sulla panca, aveva spalancato le braccia e aveva gridato. Affinché tutti in quella chiesa potessero sentirlo.

Affinché tutto il mondo potesse sentirlo.

Affinché Bill –l’unico di cui gli importava- potesse sentirlo.

“IO MI OPPONGO!”

E l’attimo dopo si era ritrovato il viso di suo fratello a pochi centimetri dal proprio e una sua mano sulla spalla. “Ti opponi?” aveva chiesto Bill con aria dubbiosa “Non vuoi il caffè-latte per colazione?”

 

*

 

Uno.

Due.

Tre.

Quattro.

Cinque.

Sei.

Sette.

… stava perdendo il conto di quanti giri stava facendo fare al suo povero cucchiaino immerso nel caffè-latte preparato da Bill. Sapeva che erano tanti. O meglio, immaginava.

Ma non aveva tempo di pensarci. E poi si sentiva ancora lo stomaco totalmente pieno per colpa di quella dannata torta di mele che era stato costretto a ingurgitare per salvare la vita di suo fratello.

Alla fin fine, era sempre colpa della strega.

Se lei non avesse fatto una torta di mele, Bill non avrebbe dovuto mentirle.

Se Bill non le avesse mentito, lui non sarebbe stato costretto a mangiarsi tre fette di torta.

Se lui non avesse depositato nel suo povero stomaco una quantità troppo abbondante di quella roba, non avrebbe mai sognato tutto quello.

Bill e Liza nel giorno delle nozze.

Dio… uccidimi prima, ti prego…

“A che pensi?”

Tom sollevò lo sguardo, e incrociò quello di suo fratello, seduto al tavolo della cucina davanti a lui.

Penso che il giorno in cui vorrai sposarti commetterò un omicidio…

“A niente…”

Bill roteò gli occhi. “Certo, come no… eri lì tutto assorto ad osservare un cucchiaino, e non pensavi a niente? Sembravi così serio…”

Tom si strinse nelle spalle. “Ripensavo al sogno di questa notte…”

Bill inarcò le sopracciglia. “Sogno? Racconta!”

Scosse la testa, sorridendo leggermente, mentre portava la tazza alla bocca, come per nascondersi un po’ dagli occhi inquisitori di Bill. “Non è niente…” borbottò con le labbra appoggiate alla ceramica della tazza.

Suo fratello sbuffò, incrociando le braccia al petto e appoggiandosi allo schienale della sedia. “Se non è niente, non te ne staresti così pensieroso…” si mordicchiò il labbro inferiore e Tom non riuscire a capire perché, ma lo vide arrossire leggermente, e la cosa gli fece accelerare il battito cardiaco. “… lo sai, vero, che per qualunque cosa io ci sono?”

Tom gli sorrise, appoggiando la tazza sul tavolo e sforzandosi di non allungare una mano verso di lui. “Certo…”

Bill annuì. Si alzò dalla sedia e si stiracchiò, sbadigliando, scoprendo appena le punte superiori del tatuaggio a forma di stella. Di nuovo, Tom, dovette imporsi di non allungare il braccio per sfiorare suo fratello.

Che cavolo gli stava prendendo?

“Io vado a fare una doccia… mamma ha detto di arrangiarci per il pranzo… quando scendo prepariamo, ok?”

Tom annuì, senza guardarlo negli occhi, ancora scosso per quello che la sua mente aveva pensato pochi istanti prima.

Sbuffò.

Ci mancava il corto circuito nel suo cervello. Ci mancava giusto quello!

Bill uscì dalla stanza, lasciandolo solo. Tom scosse la testa, come se quello potesse servire a riportarlo alla normalità. Doveva esserci un modo per far cessare quei pensieri strani che, ogni tanto, gli comparivano nella mente.

Sbuffò di nuovo e si alzò in piedi. Era meglio non pensarci. Non dargli peso era la soluzione migliore, di sicuro.

E per non pensarci aveva bisogno di una distrazione.

Una qualsiasi.

… magari poteva iniziare a cucinare.

… magari con un po’ di musica nelle orecchie. Abbastanza alta da stordirgli timpani e cervello.

Sì.

Un po’ di rumore che non fosse prodotto dalla sua inutile testa, sarebbe stata la cosa migliore.

 

*

 

Tom tirò fuori il necessario dal frigorifero e lo appoggiò sul tavolo. Magari intanto che aspettava Bill –ovvero quelle due ore abbondanti necessarie a suo fratello per rimettersi a nuovo- poteva iniziare a preparare qualcosa.

Aveva voglia di cucinare. Perché cucinare gli avrebbe impegnato la mente.

Ergo, niente pensieri idioti su Bill.

… no! Non doveva pensarci.

Chiuse gli occhi per un istante. Sì. Cucinare. Il suo pensiero doveva essere quello. Solo quello.

Aprì un’antina e tirò fuori un pentolino, una padella e una pentola un più grande, necessaria per la pasta. Afferrò il cucchiaio di legno e si girò verso il tavolo, ricoperto da tutto ciò che aveva tirato fuori dal frigorifero e dagli armadietti.

Bene.

Poteva mettersi all’opera.

Aveva appena afferrato il cartone del latte, quando si ricordò dell’ipod abbandonato nella tasca enorme dei suoi jeans. E decise che sarebbe stato un ulteriore aiuto a non pensare affatto a cose strane. Per lo meno, cose strane riguardanti persone… uhm… off limits. Ecco.

Bill era il primo della lista.

Pensieri strani su altri… erano ben accetti.

Afferrò l’ipod dal fondo della tasca e lo accese, infilandosi le cuffiette nelle orecchie. Gli serviva un’unica cosa. Anzi… le cose erano più di una, effettivamente… ma il riassunto era che gli serviva una donna. Completa di due tette e un culo. E magari una voce.

Era tutto ciò che chiedeva.

Quando trovò la canzone che aveva in mente, ricacciò l’ipod nella tasca e riagguantò il cucchiaio, precedentemente abbandonato sul tavolo.

Ok.

Aveva tutto.

E gli sembrò di entrare in un altro mondo. Dove Bill era solo un ricordo –ma, accidenti a lui, era sempre e comunque presente, dannazione!- e dove tutto era animato dalla soave voce di Nicole.

Ah… tu… sei tu che mi servi…

Busta Rhymes gli entrò nelle orecchie, iniziando a dettare il ritmo della canzone. E subito dopo sentì Nicole. E fu abbastanza.

Oh baby…

Si girò verso il fornello, prese il pentolino e versò dentro il latte.

Vai Nicole…

Are you ready?” mormorò tra sè e sè, seguendo la voce che giungeva dal suo ipod.

Accese il fuoco, abbastanza basso, in modo che il latte iniziasse a scaldarsi e si rigirò nuovamente verso il tavolo. Con una mano afferrò il salame, abbandonato accanto ad un pacco di pasta, mentre con l’altra afferrò il tagliere posto sul ripiano della cucina.

I know you like me

I know you do

Prese il salame, lo appoggiò al tagliere e prese a tagliarlo, cercando di seguire il ritmo di Nicole e della canzone. Era decisamente più divertente concentrarsi su di lei che non su…

ALTRO.

Stop.

Non. Doveva. Pensarci.

“Thats why whenever I come around She's all over you” canticchiò a bassa voce e provando a chiudere gli occhi, ricordandosi solo dopo che non sarebbe stata un’ottima idea visto ciò che stava facendo.

Ah Nicole, quanto hai ragione…

Prese le fette di salame tagliate e iniziò a dividerle in pezzetti. Quando ebbe finito li buttò tutti nella padella. Poi concentrò la sua attenzione sul pentolino col latte e, afferrando il cucchiaio, lo immerse all’interno e mescolò una volta.

Sperava nella buona riuscita del tutto… voleva che piacesse a…

… che, cazzo… perché i suoi pensieri dovevano sempre andare a finire lì? Ma basta! Che palle.

Che. Palle.

Si girò nuovamente verso il tavolo e prese i tubetti di ketchup e senape.

Ti prego, Nicole, ti prego… pensaci tu… devi pensarci tu…

“Don't cha wish your girlfriend was hot like me?” canto apertamente, spremendo i due tubetti e facendo uscire il loro contenuto direttamente nel pentolino.

Don’t cha

Don’t cha

Tom chiuse gli occhi, appoggiando i due tubetti al ripiano della cucina.

Forse Nicole non lo stava aiutando. Pensare alle parole di quella cazzo di canzone, non era per niente salutare. Proprio per niente. Stava impazzendo ancora di più.

Doveva lasciarsi andare.

Veramente andare. E dimenticare Bill, Liza e tutto… tutto quello che gli passava per la testa.

Tutti quei pensieri stupidi che… erano evidentemente il frutto della prolungata lontananza da una ragazza. Sì. Era di sicuro quello il motivo.

“Don't cha wish your girlfriend was fun like me?”

Tom afferrò il cucchiaio e prese a mescolare il contenuto del pentolino seguendo il ritmo della canzone. Un giro ad ogni battito.

Vai Nicole. Vai…

Un altro giro.

Fight the feeling (fight the feeling)
Leave it alone (leave it alone)
Cause if it ain't love
It just aint enough to leave my happy home

Si fermò come un idiota, col cucchiaio a metà pentolino, quando si accorse cosa stava canticchiando.

Dannazione, non deludermi anche tu! Questa dovrebbe essere una canzone idiota fatta per far eccitare i ragazzi, non per fargli fare una seduta di terapia!

Non doveva pensare alle parole. Doveva solo… sentirle. Solo sentirle. E lasciarle scivolare dentro. E… perdersi in esse.

E basta, cazzo.

Erano solo parole vuote e senza alcun senso.

Solo. Parole. Vuote.

“Don't cha wish your girlfriend was hot like me? Don't cha wish your girlfriend was a freak like me?” cantò, alzando leggermente il cucchiaio dal pentolino e muovendosi a destra e a sinistra, a ritmo con la canzone, spostando il peso da un piede all’altro, alternativamente.

In pratica stava apertamente sculettando nella sua cucina. Il tutto mentre preparava una cavolo di salsa per quel cretino di suo…

NO!

La canzone.

La. Canzone!

“Don't cha wish your girlfriend was raw like me? Don't cha wish your girlfriend was fun like me?” cantò un po’ più forte, cercando di sovrastare con la sua stessa voce i pensieri che si stavano formando nella sua testa.

“VAI BUSTA!” esclamò, senza pensarci, quando il rapper iniziò la sua parte nella canzone.

Fece mezzo giro su se stesso, afferrò la panna e la lanciò letteralmente all’interno del pentolino, senza prestarci particolare attenzione.

Ma non importava!

Doveva lasciarsi andare, no?

Diede un giro di cucchiaio al contenuto del pentolino e si fermò un istante per annusare. Sembrava ottima.

Bill ne sarebbe stato entusiasta.

CAZZO.

Di nuovo. Di nuovo suo fratello nella sua testa.

Esci da lì… esci… piagnucolò una voce mentale lamentosa dentro di sé.

Don't cha
Don't cha

Alzò la mano che stringeva il cucchiaio, fino a portarla sopra la testa e prese a muoversi più animatamente, facendo ondeggiare il braccio a destra e sinistra e quasi saltellando da un piede all’altro, come se quella non fosse stata la sua cucina, ma una discoteca, e lui non fosse stato palesemente il ritratto di un idiota con un cucchiaio di legno in mano, ma un figo.

Il re dalla pista!

“DON’T CHA!!!”

Il fottuto re della pista, cazzo!

“Che fai?”

“AAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHH!!!!”

Tom pensò di aver perso almeno dieci anni di vita in quel momento. Bill gli aveva appena sfilato una cuffietta dall’orecchio e lo guardava con un’aria da chiara presa per il culo.

“Biiiiiiiiillllll!” sussurrò, terrorizzato e imbarazzato. Suo fratello gli sorrise, raggiante. “… daquantotemposeiqui?” concluse borbottando e tornando a guardare la Salsa prendere forma nel pentolino.

Bill ridacchiò, con quel suo modo un po’ infantile e dolce, socchiudendo gli occhi e distendendo le labbra. “Un po’…”

Tom si sentì male. “Un po’ quanto?” disse, cupo.

Bill afferrò una sedia dal tavolo e si sedette, senza smettere di guardare Tom. “Diciamo più o meno da quando hai afferrato il ketchup e la senape… ho deciso di non fare adesso la doccia, e sono sceso… e… beh… ti ho visto…” disse, non cercando di nascondere una nota divertita nella voce.

Tom sgranò gli occhi e si sentì avvampare ancora di più. “Non prendermi per il culo…”

Non lo sentì alzarsi. Non lo sentì neppure fare quel passo che li separava. Un po’ come un gatto, se lo ritrovò semplicemente addosso. Il braccio sinistro attorno al collo e il suo viso esattamente accanto al proprio. Tom si girò a guardarlo e se ne pentì subito.

All’improvviso si accorse di non ricordare il momento nel passato in cui si era ritrovato così vicino a Bill. Così vicino da sentire perfettamente il suo profumo. Così vicino da sentire il suo fiato contro le sue labbra. Così vicino da…

… da perderci quasi la testa.

E forse la perse sul serio. Perché non riuscì più a registrare nulla.

C’era solo Bill.

“Non ti prendo in giro!” gli disse lui, sorridendo “… mi hai anche preparato la Salsa!” e lo vide avvicinarsi e schioccare un bacio un po’ umido sulla sua guancia. E Tom, in quei due secondi, ebbe l’impulso di girare del tutto il viso. Per poter ricevere in un altro luogo quel bacio. “Grazie…” gli mormorò Bill. ancora troppo vicino per riuscire a non guardarlo.

E Tom non riuscì più a capire nulla. Tutto ciò a cui riusciva a pensare era a quanto Bill sembrasse a proprio agio. Mentre lui voleva sprofondare in una buca nel terreno, per non tornare più su.

Eppure…

… eppure il pensiero di distogliere lo sguardo non lo sfiorò minimamente.

“Tom…” lo chiamò suo fratello.

… e lui si sporse un po’, solo un pochino… e quasi poteva respirare dalla stessa aria di Bill… quasi i loro nasi si sfioravano…

“Tom, guarda…”

… e stava già socchiudendo gli occhi, scollegando completamente il cervello…

“TOM! IL SALAME!” gridò Bill, facendogli prendere il secondo infarto nel giro di pochi minuti.

Tom osservò il contenuto della padella farsi chiaramente più scuro del previsto. “Cazzo…” borbottò, cercando di salvare il salvabile, facendo saltare il salame.

Bill scosse la testa, sorridendo. Lasciò scivolare il braccio dal collo di Tom e gli pizzicò un fianco. “Certo che oggi sei proprio strano… sei sempre sulle nuvole… si può sapere che ti prende? Non ti sarai mica innamorato!”

Tom non gli rispose.

Stava realmente progettando di scavarsi la famosa fossa.

 

*

 

“Credo di stare male…”

Bill gli lanciò un’occhiata distratta, prima di tornare a guardarsi allo specchio. “Ma se fino a due secondi fa stavi benissimo?”

Tom scosse la testa. “Si vede che è una malattia improvvisa…”

Bill inarcò un sopracciglio e Tom riuscì a vedere l’occhiata scettica nel riflesso dello specchio. “Secondo me stai benissimo…”

Sbuffò. “Ti dico di no…”

Suo fratello abbandonò il mascara sul ripiano del bagno. Studiò attentamente la sua immagine, alla ricerca di una qualche imperfezione e, non trovandole, si girò verso Tom. “Allora, sentiamo, cosa avresti?”

ho, ad esempio, il fatto che non sopporto che tu ti metta quattro kili di trucco e lacca solo per uscire con quella stronza…

“Non saprei spiegarlo…”

Bill rilassò le spalle. “Ascolta, torno presto, ok? Esco giusto per la sera… ma ti prometto che sarò a casa per mezzanotte…”

Tom annuì, cercando di nascondere il suo potente disappunto.

Bill gli passò accanto e uscì dal bagno, diretto verso le scale.

“E se volessi rifarmi i dread? Mi devi aiutare!”

Bill si girò di scatto, con un’aria stupita sul volto. “Ma non stavi male?”

“… beh… non così male…”

Bill scosse la testa. “Tomi, sul serio, torno presto…”

“Ma non ho voglia di rifarmi i dread a mezzanotte!”

Suo fratello prese a scendere le scale. “Allora li rifaremo domani… e comunque puoi farti aiutare da mamma…”

“… e se volessi cambiare look? Sai, è da un po’ che ci penso… vorrei provare con un trucco più pesante…”

Bill si girò tanto velocemente verso di lui che per poco non perse l’equilibrio. “Cosa?”

Tom sentì che stava arrossendo. “Vorrei cambiare look…” mormorò.

“Stai scherzando?”

“… no…”

Bill sgranò gli occhi ancora di più, se era possibile. Sembrava stesse guardando un fantasma. “Mi sa che avevi ragione, Tom… stai veramente male… vai a letto, ti prometto che tornerò ancora prima di mezzanotte… anzi, esco subito, così torno prestissimo, promesso…”

Tom non riuscì a replicare. Suo fratello si era già infilato la giacca di pelle ed era uscito dalla porta, richiudendosela alle spalle.

Tom sospirò, passandosi una mano sugli occhi.

Si stava comportando come un bambino piccolo e lo sapeva. Un bambino piccolo che voleva ad ogni costo un determinato giocattolo.

Un giocattolo che non poteva avere, perché era di una bambina dagli odiosi capelli rossi.

Però lui lo voleva. L’aveva visto prima lui.

Era suo di diritto. Doveva essere suo di diritto.

Solo che si era accorto di tutto quello, troppo tardi.

La bambina dai capelli rossi aveva già afferrato il suo giocattolo.

E Tom notò che non aveva mai desiderato nulla con così tanta forza. Nulla al confronto di come, in quel momento, desiderava riavere suo fratello.

 

*

 

Era andato a letto presto.

Un po’ per noia. Un po’ per non rimanere deluso da un possibilissimo ritardo di Bill.

Figurati se si ricorda di me mentre è fuori con quella… si era detto.

Stava già dormendo quando suo fratello rincasò.

Tom non si accorse che Bill era stato di parola.

Erano solo le undici e mezza.

Tom non si accorse neppure della presenza di Bill accanto al letto, mentre gli sfiorava dolcemente la fronte per sapere se stava bene.

E non si accorse neanche della carezza leggera compiuta dalle lunghe dita di suo fratello lungo la sua schiena coperta dal lenzuolo.

E no, non percepì neppure quel sussurro che gli giunse da lontano. Come se fosse stato un sogno.

“Ti voglio bene, Tomi…”

Tom si mosse leggermente da sotto le coperte.

Non sentì suo fratello lasciare la stanza, dopo aver guardato un’ultima volta verso di lui.

Ti voglio, Bill…

 

****

 

Note dell’autrice: Buongiorno popolo della community! ù_ù mi aspettavate domani eh? E in vece sono un po’ come il Natale, quando arrivo arrivo (*evitate di sottolineare il fatto che Natale è sempre lo stesso giorno, lo so da me, danke*). Il motivo dell’anticipo è che domani sarà un giornatina incasinata. E voglio anche scrivere. E devo studiare. Oltre a fare mille altre cose. Ergo: ve lo beccate adesso il capitolo. Sì. Sono buona, lo so XD.

Beh? Che ve ne pare?

Come pure con Fergie, consiglio vivamente (per avere un’idea di quanto idiota è Tom) di leggere la scena della cucina ascoltando Don’t Cha, deliziosa canzone delle Pussicat Dolls. Sì. Proprio loro, il male ç_ç. Comunque, visto che io me la sono scaricata e piazzata sull’ipod, come Mery ben sa, voi dovete subire le conseguenze di quest’atrocità ù_ù. Quindi: ascoltate e divertitevi XD.

Ma parliamo della SCENA. Signore, avete finalmente letto il flash fulmineo e improvviso da cui nasce tutta IBD *_* La scena del matrimonio <3 *ama*. Ditemi se Tom che grida: ‘Io mi oppongo’ non è amabile! Ditemi voi! <3 *lo sbaciucchia* Sì, senza quella scena non ci sarebbe IBD e non ci sarebbe neppure il titolo XD

Poi poi… uh, un po’ di dolcezza. Sì. Ogni tanto ci vuole. *_*

E che dire d’altro? Il prossimo è l’ultimo ç_ç E voi non avete idea. Preparatevi per 13 pagine di capitolo 10 ç_ç Sì. E’ enorme. E non potete sapere come mi sono sentita quando l’ho finito. Se siete nei miei contatti msn lo sapete più che bene, ma comunque… sono andata in giro a piagnucolare disperata un po’ ovunque… ma sono felice. quel capitolo è bellissimo *_* Non vedo l’ora che sia domenica prossima solo per pubblicare il 10 XDDD

Ma per adesso, gustatevi questo <3