I KISSED A BOY

 

Disclaimer: Bill e Tom non mi appartengono e non hanno fatto nulla di quanto raccontato in queste pagine, quindi non preoccupatevi. E no, non ci guadagno niente a scrivere idiozie come questa, quindi c’è da chiedersi il perché di molte, moltissime cose XD

 

 

FLAVOUR # 3: Piercing

 

No, I don't even know your name
It doesn't matter,
You're my experimental game
Just human nature

 (I kissed a girl – Katy Perry)

 

 

A volte penso che la vita sia proprio una puttana.

Nel senso stretto e volgare del termine.

Una puttana perché alla fin fine va da chi la paga e gira le spalle a chi non la considera molto. La sbandiera in giro, la lancia via come un frisbee, e tu puoi stare certo che da te non arriverà comunque, perché è una puttana.

E come tutte le puttane è pure un po’ stronza, in sovrapprezzo.

Se non fosse così, ad esempio, io avrei un mucchio di domande senza risposta. Sarei uno di quegli sfigati che si preoccupano solo ad alimentare le loro seghe mentali, continuando a pensare a quanto schifo faccia il mondo e altre stronzate di questo genere.

Io le domande me le tengo anche, solo che le risposte non le cerco. Mi basta sapere che la vita è una puttana per riuscire ad inserire i tasselli al posto giusto e completare il puzzle.

Se così non fosse, perché non pretendo di avere ragione su tutto - l’ho detto che sono pieno di contraddizioni -, non si spiegherebbe perché a me, Tom Kaulitz anni diciotto, figo chitarrista di un gruppo pseudo rock e amante delle ragazze eccetera eccetera, sia capitato di prendermi una cotta per mio fratello.

Non ci sono spiegazioni logiche, ovviamente.

Le stronzate le lascio volentieri alle maniache là fuori, del tipo ‘sono nati insieme quindi…’, quindi cosa? Quindi è normale che io me lo scopi? Cioè non siamo neppure gli unici gemelli al mondo. Qualcuno ha mai visto seriamente due ingropparsi a vicenda? Io no.

Però mi è capitato. Io, la cotta per Bill, me la sono presa veramente.

E no, non è neppure così da sempre, come a qualcuna piace credere.

Perché io a cinque anni correvo dietro alla bimbetta con i boccoli biondi, a tredici ci provavo con una di quattro anni più grande, e qualche tempo dopo avrei iniziato la mia favolosa carriera di Sex Gott. Il tutto senza mai farmi sfiorare neppure di striscio dall’idea che mio fratello fosse eccitante.

Mio fratello era lo sgorbio che vedevo alle sei del mattino con la faccia recante ancora il segno del cuscino. O il deficiente che le prendeva dagli stronzetti della scuola. O l’isterico che non trovava l’ombretto proprio nel momento in cui ne aveva più bisogno.

Mio fratello era mio fratello, punto.

Quindi no, niente adolescenza passata a traumatizzarmi col fatto che ‘oddio, è così sexy Billi!’.

Niente di niente.

Poi, però, è successo comunque.

Quindi la vita è una puttana, ecco.

E io l’ho sempre trattata bene, quindi è ancora più stronza.

Ed è talmente stronza che, sul serio, non c’è limite alla sua bastardaggine. O a quella di Bill.

Perché solo una puttana stronza come la vita o, alternativamente, come sa essere Bill, potrebbe far giocherellare mezzora abbondante mio fratello con quel suo dannato piercing.

Va da sé, ovviamente, che non sto affatto parlando di quello al sopracciglio.

 

*

 

Stare a casa con Bill è una tortura per molteplici motivi.

In questo momento ce ne sono due che mi stanno facendo andare fuori di testa.

Il primo è, ovviamente, quel dannato piercing che continua a far girare tra i denti, producendo quel rumorino metallico che mi manda in crisi. Ovviamente perché sarebbe più giusto, si capisce, che fossi io a produrre quel dannato suono con il suo piercing. Invece no, fa da solo.

Il secondo motivo è che mio fratello, quando siamo solo noi due, va in giro in mutande. Sì. E io lo so che tutte avranno quest’aria arrapatissima e staranno pensando ‘ma come, hai Bill Kaulitz – quel Bill Kaulitz, quello ambiguo ma bello – per fratello che ti gira in mutande e ti lamenti?

Sì. Mi lamento. Perché a voler essere onesti non è comunque normale trovare interessante – più interessante della Jolie sullo schermo del televisore – uno stecchino del gelato con addosso un paio di boxer neri firmati Calvin Klein. Perché, a suo dire, mettono in risalto maggiormente il culo, rispetto a, chessò, D&G.  

Zompando come un gatto mi si accuccia di fianco sul divano e si mette a guardare alternativamente me e il televisore. E io, sul serio, sono tentato di dirgli di mettersi qualcosa addosso che non sia uno straccetto minuscolo, ma mi fermo.

Ho pur sempre una cotta per lui. Ho pur sempre diciott’anni e gli ormoni vaganti. E sono pur sempre pieno di contraddizioni.

Quindi sto zitto e maledico lui, il suo piercing e i suoi boxer.

Che guardi?” borbotta tra una rigirata e l’altra di quella pallina. Che giuro che gliela stacco a morsi, lo giuro. Se non la pianta lo faccio. Va bene che la vita è una puttana, ma qui stiamo comunque esagerando.

Tomb Raider” rispondo senza guardarlo.

Ma l’hai già visto mille volte, Tomi!” mi dice con una cantilena.

“E tu hai visto un migliaio di volte Labyrinth, come vedi non siamo comunque pari”

Mio fratello mette il broncio, ma non ribatte. Si accuccia nell’altro angolo del divano e si mette a guardare la televisione, sembrando quasi interessato.

“Guardiamo Labyrinth?”

“No”

“Per favore!”

“No. L’hai visto un migliaio di volte”

E quel coglione prima si gratta una guancia e poi si gira con aria innocente verso di me. “Facciamo un milione e una volta?”

“No. Non voglio vedere David in calzamaglia, ok?” borbotto.

Bill inizia a ridacchiare, isterico. “Hey, te lo immagini il nostro David, in calzamaglia?”

Ora. Io potrei pure trovare mio fratello divertente, ma non quando palesemente non voglio né guardarlo né sentirlo.

Bill, è un’immagine oscena, adesso taci e fammi vedere il film”

E mio fratello, da bravo coglione, si alza in piedi, offeso, e si piazza davanti alla televisione. Così, in mutande e mani sui fianchi. E io, che cercavo di non guardarlo, non sentirlo, non ascoltarlo, non e basta, sono costretto a prendere atto della sua malvagità inaudita.

“Sei un antipatico!” mi soffia contro come se fosse un gatto, prima di fare l’ennesima mossa sbagliata, e mostrarmi la lingua.

Lingua, piercing, labbra e corollario.

E vaffanculo, ecco.

E mentre lui zampetta via offeso come solo un gatto può esserlo, io mi ritrovo con il cavallo dei pantaloni un po’ strettino e la chiara consapevolezza che anche questa sera dovrò andare fuori. Perché mi serve qualcuno.

Urgentemente e disperatamente.

 

*

 

Credo di aver fatto Große Freiheit - Reeperbahn nel giro di cinque minuti scarsi.

Sì, ovviamente uno potrebbe pure obiettare che sembro un idiota a farmi lasciare a cinque minuti dal luogo incriminato, quando bastava pagare un po’ di più il taxi e farmi scaricare direttamente davanti al Docks.

Lo so.

Ma gli insegnamenti di David sono duri a morire. Ora più che mai, è evidente.

Quindi, adesso che mi servono sul serio – perché, quando il massimo del mio problema era che mi avrebbero appioppato una nuova Ann-Kathrin me ne fregavo altamente -, cerco di metterli in pratica. Tutti.

Quindi, nel caso specifico,Se proprio siete così cretini da infognarvi al St. Pauli, evitate di sbandierarlo in giro.

Probabilmente il ritorno a casa sarà un po’ più problematico, visto che nelle mie attuali condizioni posso solo sperare di ubriacarmi tanto e troppo. E quindi di non ricordare bene cosa combinerò stanotte. E quindi di dimenticarmi per un pochino di mio fratello reale e di trovarne uno che possa sostituirlo in qualche modo.

Perché io sono un tipo paziente, questo è innegabile. Sono paziente, sul serio, perché altrimenti a quest’ora io avrei già dato di matto, avrei strillato come un ossesso e avrei probabilmente già commesso qualche cazzata delle mie. Come afferrare mio fratello e baciarlo.

E farla finita con questi trucchetti e queste scappatoie da quattro soldi.

Invece sono un tipo paziente, quindi la mia pazienza viene sfruttata in tutte queste situazioni e tutti quanti sono più felici. Me escluso, chiaramente.

Così eccomi qui, davanti all’entrata dello Shake e pronto a… a… beh, a fare ciò che devo fare.

Mi fa sempre schifo pensare che sto andando a limonare con uno. Nonostante tutto è umiliante.

Ma uno ci passa comunque sopra all’umiliazione quando è disperato. Sono le leggi della vita. E c’è comunque una sorta di scala della disperazione. Quella più in alto scaccia quella più in basso. La gerarchia verticale vince su tutto.

E visto che Bill occupa la prima posizione, tutto il resto è sacrificabile.

 

*

 

Io sono un idiota. Sì, non è una novità, ma ogni tanto mi fa bene ripetermelo. Così non lo dimentico. Se potessi scrivermi un cartello e appiccicarmelo alla maglietta sarebbe ancora meglio, così lo saprebbero anche gli altri.

La cazzata della serata è stata iniziare a bere prima di aver trovato il lui della situazione.

Quindi, ragionevolmente, in questo momento non ci capisco più nulla.

L’unica certezza che ho, è che sono diventato il lui di qualcun altro, questo sì. Perché altrimenti non riuscirei a spiegarmi la presenza di questo tizio accanto a me.

E, merda, non posso crederci. Mi ha appena messo una mano sul ginocchio. A me. A Tom Kaulitz anni diciotto, figo chitarrista di un gruppo pseudo rock e amante delle ragazze eccetera eccetera… l’ho già detto?

Insomma, lo so che sono un figo, ma questo forse non ha capito che non sono disponibile. Non per lui e non in quel senso.

Tento di allontanarmi, ma quando saltello giù dallo sgabello gli finisco direttamente addosso.

La vita è una puttana stronza e decisamente poco divertente.

“Hey hey, dove stai andando, baby?”

baby?

Sono sicuro di avergli ringhiato qualcosa, anche se non saprei ripetere le parole estate, prima di sganciarmi da lui con una manata.

E questo coglione mi scoppia a ridere in faccia, come se fossi una barzelletta vivente.

E devo dire che un po’ mi ci sento, ma in questo caso non ci trovo proprio nulla di divertente. Questa sera io non sono venuto per lui e lui… beh, se anche fosse venuto per me deve ficcarsi in quella sua testa vuota che non c’è speranza. Zero totale. Non esiste.

Nein. Nein. Nein.

“Hai proprio l’aria di una bambolina”

… no, ma sinceramente, io inizio anche a sospettare di non essere l’unico con i neuroni che nuotano nell’alcool.

Bambolina? A me?

Fottiti

Cerco di inserirmi nella massa attorno a noi, ma quello è più veloce e mi agguanta il polso.

Eddai, cosa ti costa stare qui?”

Se non fossi già mezzo ubriaco giuro che qui ci starebbe per scappare la rissa. E io non sono un tipo rissoso perché sono un tipo paziente. Ma anche i tipi pazienti hanno un limite, l’ho già detto.

Con uno strattone deciso mi libero della sua presa e poi mi intrufolo in uno spiraglio formato da due corpi, fortunatamente femminili, e sparisco dalla checca formato polipo.

Io li odio i maschi. E non mi si può neppure venire a dire che ci sono un po’ di contraddizioni di fondo – ad esempio che io sono maschio, che Bill è maschio e altri dettagli del genere -, perché ho già chiarito l’aspetto delle incoerenze.

Quindi sì, io i maschi li odio. Anche quelli che sono froci. Li odio perché se ti puntano è finita. Per i tuoi coglioni e per le coronarie.

Non li sopporto, non li sopporto, non li sopporto.

… e comunque non ho ancora trovato il lui della serata.

 

*

 

“Tieni”

Quando sollevo lo sguardo per vedere da dove arriva questa birra fluttuante, mi ritrovo davanti un ragazzetto dagli occhi azzurri.

E ho paura di sapere se pure questo ci sta provando o no.

“Ho visto quel tizio che ti ha dato fastidio, dentro. Una gran rottura…” continua lui, sedendosi di fianco a me su uno degli scalini che danno sull’esterno.

Una gran rottura, sì.

Io annuisco, cercando l’ennesima via di fuga.

Quando avevo pensato alla serata me l’ero immaginata in modo diverso. Decisamente più proficua e meno da latitante.

“Non la bevi?” mi domanda ancora lui, agitandomi la bottiglia davanti agli occhi.

“Non ho sete” borbotto senza guardarlo. Che non è vero, ma visto quello che ho rischiato prima, eviterei di ingurgitare altro alcool. Vorrei arrivare a casa più o meno intero.

“Oh, beh, allora me la tengo io…”

Restiamo in silenzio un’infinità di tempo. Lui a sorseggiare la sua birra, io semplicemente a pensare ad un modo per sganciarmi pure da lui.

“È una bella serata, vero?”

De-li-zio-sa.

Trattengo per me il commento e noto, con una punta di panico, che in effetti sembriamo un’allegra coppia di ragazzi gay che stanno flirtando.

Deliziosa serata, veramente.

E mi chiedo veramente chi me l’abbia fatto fare di uscire di casa stasera.

Poi mi ricordo di mio fratello in mutande e piercing e mi è tutto più chiaro.

BillBill è uno stronzo. Se sapesse cosa sono costretto a fare per preservarlo da me, sono sicuro che si butterebbe nelle mie braccia e mi si concederebbe senza fare storie.

Anche lui avrebbe pietà.

Oppure, nel caso contrario, mi ammazzerebbe di botte.

In una qualsiasi delle due versioni, comunque, sarebbe un’ottima soluzione.

E invece io continuo a stare zitto e a subire gli attacchi predatori di gente di questo tipo.

Ma non parli mai?”

Eccolo che torna alla carica.

Io sbuffo, infastidito. Giuro che la prossima volta mi infilo in un locale dove ci sono solo ragazze. Nemmeno l’ombra di un ragazzo, giuro.

Mal che vada potrebbe capitarmi una lesbica, ma sarebbe comunque donna. Non sarebbe un grosso problema.

“Sì, che parlo” rispondo monocorde, lanciandogli un’occhiata.

E probabilmente mi sarei gelato sul posto nel vedere il ragazzetto in questione passarsi al lingua sulle labbra – perché è un gesto osceno -, se non fosse che…

… che, merda, questo tizio ha un fottuto piercing piantato in quella sua fottuta lingua.

E quindi le cose cambiano. E di molto. Moltissimo.

Non è neppure brutto, per dire. E ha gli occhi azzurri e i capelli neri e un sorriso gentile. Comunque non me ne frega niente di tutto questo, il punto è che ha un piercing alla lingua.

E io, senza neppure chiedergli il permesso – il permesso, poi? Questo mi stava per saltare addosso – mi avvicino a lui e lo bacio.

Sì. Probabilmente penserà che sono assolutamente folle. Prima non lo cago neppure di striscio, poi mi tuffo su di lui come se fosse una torta particolarmente gustosa. Ma me ne frego.

Non so il suo nome, non so che fine farà tra qualche ora, non so neppure perché si è avvicinato a me – quello forse lo so, ma preferirei ignorarlo -. L’unica cosa che mi interessa è sapere come potrebbe essere, sentire il piercing di Bill contro la mia lingua, contro i denti, il palato. Sentire il rumore mentre batte contro i denti, giocare con esso per far miagolare di piacere Bill, sentire i suoi gemiti soffocati.

Sentire i miei.

Quando mi separo da lui sto ancora ansimando.

Cazzo. Cazzo. Questo sa baciare bene. Fin troppo.

Ma il tempo di realizzarlo non c’è veramente, perché mi è di nuovo addosso. E io, invece di pensare che sto comunque trascorrendo degli ottimi minuti, penso a Bill.

A come sarebbero le sue mani, a come sarebbe sentire le sue unghie contro la pelle, a come inarcherebbe la schiena, a come si stringerebbe addosso a me.

Poi mi ricordo che Bill è e rimane mio fratello, e che per questo motivo non farebbe niente del genere con me.

E quindi non mi rimane che l’ennesimo sostituto senza nome.

Devo pur colmare i vuoti d’affetto causati da Bill, no?

 

****

 

Note dell’autrice: Prima di tutto un immenso grazie a liz, che mi ha mandato alcuni nomi di locali, completi di zone in cui sono situati e altre cose interessanti. Quindi non posso che ringraziarla, visto che mi ha fornito il materiale per costruire il capitolo <3

Poi, altro da dire credo che non ci sia… *vuoto totale*, quindi niente, ci sentiamo presto con il quarto e ultimo capitolo ^_^