Notausstieg
Importante: Tutto ciò che è descritto in questa storia è
frutto della mia fantasia, ergo: non c’è niente (o quasi) di reale. Tom e Bill non mi appartengono
purtroppo e non fanno (e non hanno fatto) nulla di quanto raccontato in queste
pagine.
Step # 2: Lo shopping
[Perché è più divertente!]
****
Uno giorno. Un
minuscolo, fottutissimo, insignificante, giorno.
Ventiquattro ore.
Ventiquattro minuscole, fottutissime, insignificanti,
ore.
Millequattrocentoquaranta
minuti. Millequattrocento minuscoli, fottutissimi,
insignificanti, minuti.
… e i secondi magari li
avrebbe calcolati un’altra volta perché la faccenda diventava complessa.
Comunque. Qualsiasi
fosse stato il loro numero, già sapeva che sarebbero stati minuscoli, fottutissimi e insignificanti.
Ci sarebbero state di
sicuro molte cose più intelligenti a cui pensare, che non fare stupidi calcoli
matematici su quanto tempo rimaneva prima del ritorno alla vita di sempre.
Ad esempio avrebbe
dovuto seriamente pensare a suo fratello. Perché sicuramente c’era qualcosa che
non andava in lui. O forse era la sua stessa malattia che si era propagata in Bill.
… perché sta cosa dei
baci fraterni l’aveva un po’ scombussolato. Soprattutto lo scombussolava il
fatto che Bill continuasse imperterrito a provocarlo.
E, accidenti, era un adolescente, con gli ormoni che ballavano perennemente la
samba e con tutti gli attributi al punto giusto (e di una dimensione non di
certo insignificante, grazie a Dio… o a mamma e papà)… e quello sconsiderato di
suo fratello non faceva che sbaciucchiarlo. Si. Lo sbaciucchiava.
E fino a che erano bacetti sulle guance o sulla fronte, poteva pure sopportare
e attendere il lieto giorno in cui suo fratello si sarebbe accorto di amarlo in
realtà alla follia e sarebbero vissuti per sempre felici e contenti. Ma quando
iniziavano a diventare baci sulla bocca… quando iniziava a percepire le labbra
di Bill contro le proprie… e il suo respiro addosso…
e la mano che gentile si posava sulla sua guancia…
… eccheccazzo.
Succedeva proprio quello. Che il criceto nella sua testa e
gli ormoni ballerini si coalizzavano per farlo uscire di testa del tutto.
Come quella mattina.
Merda.
Si era eccitato. E lo
sapeva che non era mica una cosa normale. Ma non era colpa sua se pochi minuti
prima Bill era andato a svegliarlo.
E aveva ben pensato di
schioccargli un umidissimo bacio sulle labbra. E, ovviamente, prima non si era
premurato di vestirsi, lo stronzo. No! In boxer! In
boxer era andato a svegliarlo! Quei suoi boxer neri, stretti e troppo attillati.
Quelli che ti facevano immaginare tutto, cazzo,
tutto. E anche di più.
E lui si era eccitato.
E il fatto che volesse
passare oltre a quel piccolo inconveniente, calcolando quanti minuti gli
rimanevano da vivere da solo con Bill (e quindi
valutando quante possibilità avesse di porre fine ai suoi dubbi esistenziali in
ventiquattro minuscole, fottutissime e insignificanti
ore… praticamente nessuna), era solo un diversivo per non pensare ad… altro.
Sospirò affranto.
La verità era che il
mondo era una continua sorpresa.
Una pessima sorpresa,
per quanto lo riguardava.
Perché, veramente, non
c’era proprio limite alla sfiga. Proprio no. E ogni
giorno di più acquisiva nuove certezze al riguardo.
Grazie eh! Chiunque mi stia ascoltando… grazie sul
serio. Non bastavano tutti i casini vari? No? Bisognava pure risvegliare il
piccolo (si fa per dire, ovviamente!) amico qui sotto?
Voleva entrare in
sciopero. Lo voleva dannazione!
Perché non stava
scritto da nessuna parte che lui dovesse subirsi tutto quello senza protestare.
Non era giusto.
Proprio no.
Perché aveva un limite
alla decenza, e un’eccitazione causata da Bill –BILL!
Suo fratello idiota!- era veramente troppo.
… e un brivido di
terrore si aggiunse quando il suo cervello registrò un’altra cosa.
… Hanneke, scordati che io
ti riveli proprio tutto tutto… perché questo me lo
porto nella tomba.
*
Tom sbadigliò senza preoccuparsi di portarsi una mano
davanti alla bocca. La buona educazione non era necessaria quando si trovava in
casa da solo. O comunque quando non era nelle immediate vicinanze di sua madre.
Inveì mentalmente
contro la ciabatta, che non ne voleva sapere di seguire il suo piede e si
trascinò con la lentezza di un bradipo, davanti alla porta della camera di Bill.
E lanciò un’occhiata
distratta all’interno, perché la porta era stranamente aperta.
… ottantaseimilaquattrocento…
No.
Non stava dando i
numeri.
Ottantaseimilaquattrocento
erano i secondi. I minuscoli, fottutissimi e
insignificanti secondi.
E no.
Non era neppure
impazzito del tutto.
Solo che, dopo quello
che aveva dovuto sopportare quella mattina, non aveva nessuna paura a
concentrare la sua mente sul primo pensiero gli balenasse davanti.
… perché non poteva
rischiare di ripetere l’esperienza, nell’osservare Bill
–di nuovo solo con i boxer addosso! Ma che cavolo gli prendeva? Era entrato in
menopausa? Non poteva vestirsi, cazzo?- di spalle
davanti alla propria valigia.
Quindi, calcolare i
secondi –a mente! Dio, la sua professoressa di matematica sarebbe stata
quantomeno sconvolta dalla notizia- che gli rimanevano da vivere in
tranquillità.
Se di tranquillità si
trattava, visto che doveva sopportare certe
cose di prima mattina.
Si passò una mano sul
viso e constatò che non poteva semplicemente tirare dritto e far finta di
nulla.
… non sapeva perché non
poteva. Sapeva solo che… beh non poteva.
Aveva senso come
ragionamento?
“Ehy…”
gracchiò, appoggiandosi allo stipite della porta e sforzandosi di osservare la
testa di suo fratello.
Non provarci eh. Non. Provarci. Guai a te se ti azzardi
ad abbassare lo sguardo! Non fare il pervertito! Cristo, è tutta roba che hai
già visto e che puoi tranquillamente vedere tirandoti giù le mutande. Quindi: niente-mosse-stupide.
“Ciao Tom” lo salutò distrattamente Bill,
senza smettere di osservare attentamente la valigia e i vestiti sparsi per la
camera.
“Che fai?” chiese
entrando nella stanza e avvicinandosi a lui.
“Rifletto…” fu la
laconica risposta che ottenne.
“… davanti ad una
valigia?”
“Che c’è di male a
riflettere davanti ad una valigia? Ci sono posti specifici per farlo?”
… no, ma veramente, mi spiegate perché l’unico
fratello maschio munito delle sue
cose, me lo dovevo beccare io?
“Stavo solo chiedendo!”
rispose falsamente offeso, mentre si girava e decideva saggiamente di
svignarsela. Ma ovviamente il mondo non girava mai dalla parte di Tom Kaulitz. E lui lo sapeva fin
troppo bene.
“Tomi…”
E Bill
doveva piantarla di usare quei mezzucci di poco conto come l’inclinazione della
voce e gli occhietti inumiditi, perché lui si sentiva un cretino… ma non poteva
rifiutargli nulla.
Insomma, non era un
insensibile, nonostante tutto quello che dicevano i giornali! Un cuore l’aveva
pure lui! E Bill ci marciava sopra.
Stronzo…
Tom si girò, lanciandogli un’occhiata e invitandolo a
proseguire.
Bill arricciò leggermente le labbra e, proprio come
sempre, Tom si dimenticò all’istante
dell’irritazione. E si sentì ancora più scemo, perché era logico che ci fosse
qualcosa di strano in lui.
Bill avrà pure avuto le sue cose… ma passare dalla
voglia di farlo spring
fuori dalla finestra –e comunque era il secondo piano, non si sarebbe fatto
veramente male- alla voglia di abbracciarlo, non era comunque molto normale…
Suo fratello scavalcò
un paio di jeans abbandonati a terra e gli si avvicinò. “Ti devo chiedere un favore…”
mugugnò, guardandolo negli occhi.
Tom sospirò. “Cosa?”
“… non ho più vestiti
Tomi…”
Ah. Eccola la
fregatura.
Perché la fregatura,
quando Bill sbatteva le ciglia e gli sorrideva in quel modo, c’era sempre.
“No, Bill… no! Sul serio! Lo shopping no!”
Bill fece una smorfia. “Ti prego! Lo vedi che non ho più
vestiti? Non posso andare in giro come un barbone! Mi servono dei jeans… e
delle magliette… e ti prego, Tom, non posso andare da
solo! E se vado quando siamo in giro, David si incazza,
perché giustamente avrei potuto andarci prima di riparti-”
“Oh basta!” borbottò
lui, interrompendo la trafila di giustificazioni di suo fratello. “… ma proprio
il giorno prima, ti devi accorgere che, improvvisamente, il tuo guardaroba fa
schifo?”
“Il mio guardaroba non
fa schifo!” ribattè indignato “… ha solo bisogno di
una messa a punto…”
Tom sospirò. Alle volte si chiedeva perché si
opponesse, se tanto finiva sempre nello stesso modo. Forse era solo per far
vedere di non essere poi così malleabile.
… anche se lo era.
“E perché dovrei venire
pure io, sentiamo?”
Bill gli sorrise, capendo di averlo ormai in pugno. Si
sporse verso di lui e lo abbracciò, facendo aderire il suo petto nudo contro la
sua maglietta. E Tom si sentì così bene, che non gli
importava più se doveva trascorrere tutto il resto della giornata a seguire suo
fratello in quella folle impresa.
“Perché è più
divertente…” gli rispose Bill, direttamente
all’orecchio.
Divertente.
Non era l’espressione
che avrebbe utilizzato per descrivere una giornata per negozi con Bill, ma…
… ma era un idiota
privo di spina dorsale. Era un mollusco. Anzi! Un mollusco era più incline ad
opporsi, rispetto a lui.
In realtà, la cozza, tra i due sono io. Ecco la
verità. Sono una cozza con un criceto come cervello. E poi per forza c’è
qualcosa che non va in me… non posso stupirmene…
Bill fece scorrere le sue dita lungo la sua schiena e le
infilò sotto la sua maglietta.
E Tom
pensò di rimanerci secco.
Perché Bill Kaulitz era decisamente un
assassino.
Perché non poteva fare…
fare…
… beh… non stava
facendo molto, ma lo stava facendo…
Ossignore, tienilo giù! Tienilo buono eh!! Non
esiste, non esiste proprio! Una volta, la sopporto, ma due no!
“… fredde…” gli mormorò
Bill, mentre appoggiava le dita sulla pelle della sua
schiena e lui constatava che i polpastrelli di suo fratello avevano una
temperatura che rasentava di sicuro lo zero.
Tom roteò gli occhi e gli sfregò piano le spalle nude,
come per volerlo riscaldare.
… è che era troppo
bravo, era quello il suo problema! Era proprio un bravo fratello.
Bill, invece, non faceva altro che progettare di
eliminarlo dalla faccia della terra… il punto era che utilizzava metodi
decisamente poco ortodossi…
E sì. Era proprio uno
scemo totale, ma non poteva non adorarlo.
Non con le sue mani addosso.
Non con la sua guancia contro la spalla.
No.
Sono un cretino. Sono un cretino. Cretino. Cretino.
*
“Come mi stanno
questi?”
Bill si girò leggermente, mostrandogli le spalle e la
schiena e…
BASTA.
“Uhm… così così…” rispose laconico, concentrandosi sulla commessa
dietro la cassa.
“Come ‘così così’? Se mi stanno benissimo!” ribattè
piccato Bill.
Tom sbuffò, leggermente infastidito. “Senti, se tanto
ti basi sul tuo parere, che ci faccio qui, me lo spieghi?”
Bill si girò verso di lui, appoggiando le mani sui
fianchi e inclinando la testa di lato.
… e togliti quel sorriso Bill,
perché farlo in un camerino è sempre stato un mio sogno erotico…
“Perché così è più
divertente!”
E senza dargli modo di
rispondere, richiuse la tendina del camerino, scomparendovi dietro.
Divertente. Di
nuovo quell’aggettivo del cazzo.
Perché era un aggettivo del cazzo, ecco cos’era!
Perché non c’era nulla
di divertente nel dire a Bill che un paio di jeans
non gli stavano tanto bene. Quando in effetti sì, gli stavano bene.
Però erano… larghi.
Larghi.
Per quanto larghi
potessero essere dei jeans di taglia small. Comunque. Erano larghi.
Sì.
Sul culo.
Ecco.
Ma mica poteva dirgli
che il suo culo non risaltava, no? Non era un
commento da fratello maschio normale. No. Era un commento da pervertito.
E ok.
Era un pervertito. Ma Bill non era mica una groupie. E lui mica poteva dichiarare così impunemente
sconcezze del genere!
Siamo matti?
Il suo cervello era
veramente fuso. Forse il criceto era morto. Oddio. Era morto. Ecco perché non
funzionava! Non c’era più. Quindi il suo cervello non era rotto… era… era
proprio inesistente!
… oddio stava
impazzendo del tutto.
I segnali c’erano già
tutti prima… ma da quando aveva
iniziato a rivolgersi alla sua mente chiamandola ‘criceto’… beh, era stata la fine.
Il colpo di grazia.
Dio, perché? Perché mi vuoi morto? Cos’ho fatto di
tanto sbagliato? Cos’ho fatto? Parliamone, sul serio. Sono sempre stato un
tizio aperto al dialogo. Discutiamone davanti ad una birra. O del vino. Ma
parliamone!
…
… una coca-cola?
“Questi sono perfetti!”
esclamò Bill tirando la tendina e facendolo
trasalire.
Tom studiò tutta la sua figura. Aveva addosso dei jeans
bianchi. E stretti. E quella sua odiosa e insistente vocina interiore gli fece
notare che, beh, in quel momento, il culo di Bill risaltava proprio alla grande.
Cazzocazzocazzo.
Sì. Erano proprio
perfetti.
… per ucciderlo del
tutto.
Dio! Ma da quando sono così arrapato? Mi faccio
schifo da solo!
Tom annuì distrattamente, facendo finire il suo sguardo
sulle proprie scarpe da ginnastica.
“Non mi guardi
neanche!”
Tom cercò di frenare la lingua e non ribattergli che,
in realtà, lo stava guardando fin troppo. Ed era quello il problema.
“Bill,
vanno benissimo…” gli disse sollevando lo sguardo e piantandolo in quello di Bill, sperando di essere convincete. Anche se, in effetti,
non doveva sforzarsi troppo.
I jeans erano realmente
perfetti.
Suo fratello gli
sorrise. “Ok… allora li prendo! E anche i primi che
ho provato!” disse, annuendo a se stesso.
Tom sospirò e riportò lo sguardo sulle sue scarpe.
Sì, Bill, comprati tutto
quello che vuoi, basta che non mi sbatti più in faccia il tuo cavolo di culo avvolto in quei cazzo di
pantaloni…
*
“Non se ne parla
proprio!”
“Ma Tom!
Non pretenderai, vero, che io mi metta dei boxer neri!”
Tom roteò gli occhi, esasperato. “Li hai sempre messi!”
Bill incrociò le braccia al petto e chinò leggermente in
avanti la testa, in modo da far scivolare gli occhiali da sole lungo il naso.
“Non sotto a dei pantaloni bianchi! Fanno schifo!”
“Non fanno schifo, i
boxer neanche si vedono!”
Bill arricciò le labbra. E Tom
sapeva a cosa stava pensando suo fratello. Che il suo senso estetico faceva schifo e che quindi non era affidabile,
mentre il suo, che era assolutamente perfetto,
gli urlava che doveva comprarsi un paio di boxer bianchi –rigorosamente super
firmati, sia mai che a prendere delle cazzo di
stupide mutande in stock al supermercato gli venisse una malattia mortale- per
risultare quantomeno decente.
Dannato. Sesto. Senso.
Gemellare.
Fanculo, ecco…
Lui non sarebbe mai
andato in un negozio di intimo con suo fratello. intimo! Intimo!
Tutto quel parlare di culi e poi… –in realtà il culo
era solo uno- Grazie, criceto del cazzo, per mettere sempre
i puntini sulle i…
Bill si girò sbuffando. “Io” sibilò, calcando pericolosamente sulla prima parola “vado in
quel negozio… tu fai come vuoi”…
… ed era ovvio che il
naturale proseguimento della frase fosse una sorta di: ‘e comunque se non ci vieni, sappi che mi offenderò a morte, ti terrò
il muso per una settimana intera… anzi, finchè morte
non ci separi, amen’.
…
Lui aveva un problema.
E sì, ok, in realtà ne aveva tanti, ed era risaputo.
Ma il suo più grande ed
ingombrante problema era…
… era nell’avere un
fratello troppo stronzo e troppo adorabile. E non
riuscire a dirgli di no, perché si sarebbe sentito quasi male all’idea di
vederlo tenere il muso. A lui, poi! A lui che… a lui…
Cazzo.
A lui che lo adorava.
Punto.
Fanculo, Bill. Fanculo. Fanculo. Fanculo. Sei uno stronzo. Sei
troppo stronzo. E io sono un imbecille perché non si
può essere così sottomessi.
Neppure Scotty era così docile.
Lui, invece, era
proprio un animaletto perfetto.
Faceva pure la pipì
nella tazza!
*
“Secondo te, questi o
questi?”
…
“C’è differenza?”
Bill gli lanciò un’occhiata quasi disgustata. “Come
sarebbe a dire ‘c’è differenza’?”
… beh, non era una
locuzione troppo complessa, no? Aveva molteplici significati?
Ma se ne rimase zitto e
attese che Bill continuasse a parlare. Perché Bill parlava sempre, quindi doveva solo aspettare.
“Non vedi? Hanno il
bordo diverso!” proseguì a dire suo fratello, come se fosse stata la cosa più
evidente del mondo.
Come se quel minuscolo
dettaglio potesse cambiare il destino del mondo.
Cazzo. Erano solo un paio di boxer. Non li doveva vedere
nessuno –perché suo fratello manco scopava, quindi…
… per fortuna.
Comunque.
“Bill,
prendili entrambi e fai prima, no?” rispose spiccio. Voleva uscire da quel
posto tentatore. Voleva uscire! Non poteva continuare a rimanere in un posto
del genere! Non con Bill al suo fianco e libero di
fare ciò che voleva.
No. No. No.
Bill annuì. “Sì, credo che farò così…” disse scrutando i
due boxer appoggiati al bancone “… e penso proprio di aver finito…”
Oh Signore grazie. So che io ti sto sulle palle, ma
in questo momento sappi che ti amo. Ovunque tu sia, sappilo!
Bill afferrò i boxer e iniziò a rovistare nella sua
borsa enorme –quella borsa da donna che suo fratello continuava a portarsi in
giro come se fosse stato un trofeo. Era da donna! Da donna! Perché non lo capiva?
… e perché lui lo trovava comunque carino? Cioè… era da Bill…
era… normale, ecco…- alla ricerca del portafoglio.
Tom lanciò un’occhiata distratta ai manichini
disseminati per il negozio. Manichini con calde, morbide –seh, col cavolo, sono di plastica, Tom Kaulitz, sveglia!- curve femminili.
Ecco quello che gli
serviva. Un corpo femminile!
“Tom!
Guarda!”
Un dolce e sensuale
corpo femminile…
“Potremmo provarli! Che
ne dici?”
Ma anche uno arrapato
sarebbe andato bene…
“Dai!”
Purchè fosse donna. Donna.
“Vieni!”
Insomma. Qualcuno
munito di due tette e un culo. E chi se ne frega del resto. E…
… e poi si ritrovò la
mano di Bill artigliata al polso. E rinchiuso in uno
sgabuzzino. Con Bill.
… che si stava
togliendo la maglietta.
… e forse lui si era
perso decisamente qualche passaggio.
“Bill?”
il tono autoritario delle sue intenzioni era diventato piuttosto una nota
particolarmente acuta di un coro delle voci bianche. E suo fratello l’aveva
guardato stranito.
E non poteva dargli
torto. Sembrava, effettivamente, un isterico. E quel ruolo non gli si addiceva
proprio per niente. Quel ruolo era di Bill, insomma…
Si schiarì la voce e
gettò uno sguardo allo sgabuzzino. E realizzò che non lo era affatto.
Era un cazzo di camerino.
E suo fratello aveva
tra le mani la maglietta che si era tolto e due costumi da bagno.
Due.
Costumi.
Da.
Bagno.
Oh. Cazzo.
“NO!”
Bill inarcò le sopracciglia. “Cosa?”
“Non proverò nessun
costume!”
Bill cambiò subito espressione. “Ma… ma sono belli!”
Tom roteò gli occhi, mentre già sentiva il cuore
battergli all’impazzata all’idea di cosa sarebbe potuto accadere lì dentro.
Ed era proprio fuori
discussione!
“Sono uguali!”
“Non è vero, cambia il
colore!”
“Sai che roba… no, Bill, senti… provatelo tu, se vuoi, io esco…”
Ma prima che potesse battere
in ritirata, Bill lo aveva afferrato al braccio. “Per
favore, Tomi… per favore! Dai, sono così belli! E quando andiamo alle Maldive
possiamo metterli insieme!”
Ma… ma… ma no! Ma
perché? A diciotto anni uno non si metteva il costumino appaiato con quello del
proprio gemello! Era… era stupido!
E lui non era stupido.
Non lo era affatto.
“Bill…”
“Ti faccio scegliere il
colore! Te lo faccio scegliere! Ti piace di più rosso o blu? Sul serio, non
m’importa del colore…”
Tom roteò gli occhi. Ormai era inutile anche domandare
risposte ad un Dio che non lo ascoltava. Era chiaro che qualcuno, lassù, ce
l’avesse con lui. Forse era un modo per indirizzarlo sulla via della santità…
… seh, magari in un’altra
vita…
“Blu…” mormorò
affranto.
“Oh…”
E a Tom
bastò quel minuscolo suono per capire.
E la verità era che,
effettivamente, era troppo buono. Troppo, troppo. E forse, la via della
santità, non era una strada poi da buttar via.
“… d’accordo, prenditi
quello blu e io mi prendo quello rosso…”
A Bill
comparve il sorriso all’istante. E, manco farlo a posta, si sporse verso di
lui.
E lo baciò, ovviamente.
E Tom
non riuscì a far altro che sospirare.
Qualcuno gliel’aveva
dato, e lui doveva tenerselo, poco da fare.
… e poi non era così
male, pensò mentre una sua mano si appoggiava sulla schiena di Bill, venendo direttamente a contatto con la sua pelle. Non
era male per niente.
Bill si staccò da lui con ancora quel sorriso sulle
labbra. Quel sorriso che lui adorava. Perché… perché era suo. Solo suo. Era il
modo in cui Bill sorrideva a lui. Il resto del mondo
non poteva esserne partecipe.
“Bene! E adesso li
proviamo!”
…
COSA?!?!
*
Tom sospirò, girandosi su un fianco e portando una mano
sul cuscino.
Poteva mettersi di
nuovo a contare le ore, i minuti e i secondi, ma…
… ma non aveva voglia.
Proprio no.
La verità era che non
aveva tutta questa voglia di ripartire.
Non con Bill che si comportava in quel modo adorabilmente stronzo con lui. Un modo che lo faceva andare fuori di
testa, ecco la verità. Ma un modo che… che lo riempiva di qualcosa che non era
in grado di descrivere.
Non sapeva come
comportarsi.
Non sapeva cosa fare.
Ma sapeva che stava
bene.
Bene sul serio.
E
Bill… Bill era dolce. Ed era appena stato
lasciato. E si rifugiava da lui. Solo da lui. Suo fratello.
E lui impazziva.
Impazziva.
Anzi.
Impazzire sarebbe stato
il minimo. Era già pazzo!
Dio…
Prese il lenzuolo e lo
scaraventò in fondo al letto. Accese la luce sul comodino e afferrò il
cellulare.
Volevo dirti che probabilmente non avrò più bisogno
del tuo aiuto… scrisse, battendo con
agitazione sui tasti.
Non lo rilesse. Lo
spedì all’istante.
Ad Hanneke.
E la risposta non tardò
ad arrivare.
Perché? Bill ha capito
tutto? *.*
Tom sospirò, mentre già le sue dita stavano rispondendo
al messaggio.
No. Semplicemente morirò prima.
E aveva il vago sentore
che fosse drammaticamente vero.
****
Note dell’autrice: oh. Finalmente. -_-
Capitolo scritto di sera. Questa sera, sostanzialmente. XD Comunque. Il punto è
che non ho molto tempo. E devo fare un mucchio di cose. Ma sono stata brava e
sono stata puntuale, soprattutto… così stasera vi beccate questo nuovo
capitolo.
Il capitolo 3 vi
avverto che non sarà sabato o domenica prossima. Il 21 ho un esame e non ho
tempo per scrivere. Troverete comunque di sicuro un aggiornamento di Look Closer durante la settimana.
Poi poi
poi… una cosa che non avevo detto nel primo capitolo
è che, in tutto, saranno 8 step. Ergo: 8 capitoli.
Come in IBD, non uno di più, non uno di meno.
Uhm… altre cose… spero
che vi sia piaciuto *.* I pantaloni bianchi nominati qui, sono chiaramente un
rimando ai pantaloni che Bill indossa agli EMA…
mentre i costumini… c’è bisogno di spiegarli? XD
Penso proprio di no ù_ù
Bene, gente, qui passo
e chiudo! *fa ‘ciao ciao’ con la manina*