La mia dose di Benzina
DISCLAIMER: Tom e Bill non mi appartengono, per carità. E non hanno mai fatto
nulla di quanto descritto qui (…). E, ovviamente non ci guadagno una lira ù_ù (peccato… anche se non credo che vorrei *realmente*
speculare su questa roba XD).
Note di inizio capitolo: Note doverose. ù_ù Non mi piace molto scrivere note iniziali, ma qui ci
vanno^^. Questa storia non ha senso. E neppure un perché. È una PWP. Punto. Non
c’è trama. E io stessa mi stupisco di quanto una cosa del genere possa essere
diventata lunga (7 pagine di word O_O). Comunque,
realmente, non c’è trama. Ci sono solo Bill e Tom. L’avevo iniziata tempo fa, poi l’avevo lasciata lì… ha
avuto una storia travagliata, ma oggi l’ho finita. E ho deciso che, magari, voi
donnine perverse avreste apprezzato. E ho deciso anche che è il mio modo di
festeggiare la vittoria agli EMA. Detto questo… sedetevi, respirate a fondo,
prendete un catino per la bava e… leggete XD
CAPITOLO UNICO
Gib mir
Benzin [Dammi benzina]
Es fließt durch meine Venen
[Scorre fra le mie vene]
Es schläft in meinen Tränen [Dorme nelle
mie lacrime]
[…]
Ich brauch
Benzin [Ho
bisogno di benzina]
(Rammstein – Benzin)
Bisognava
mettere fine a tutto quello. Bisognava porre fine a quel continuo rincorrersi,
trovarsi, impazzire e allontanarsi.
Bisognava
fare un passo avanti. O uno indietro. Ma netto, deciso. Un passo senza via di
scampo.
E Dio
solo sapeva quanto lui desiderasse progredire. Andare avanti. Avanti.
Verso
qualcosa che gli faceva paura, ma Dio se lo voleva!
Bisognava
porre fine alle occhiate, ai baci, alle carezze, ai gemiti e tutto…
Oppure
bisognava farli evolvere. Perché stava impazzendo.
Guardò Bill davanti a lui.
Non
voleva affatto cancellare gli ultimi mesi.
Non
poteva.
*
Bill
lo guardò negli occhi. E se Tom non fosse stato ben
stabile sul letto, probabilmente avrebbe vacillato. Perché negli occhi di Bill leggeva tutto.
Tutto.
Erano
profondi. E vi scorgeva voglie e desideri che non avrebbe mai connesso con suo
fratello.
Desideri
che in qualche modo neppure voleva riconoscere.
Perché
facevano paura.
Perché
erano anche i suoi.
E avere
lo stesso desiderio, a volte è troppo. Perché diventa onnipresente. Tangibile.
Lo puoi vedere, sentire, toccare. È lì, davanti. Pronto per essere colto.
Solo per te.
Solo per
lui.
Bill
gli si avvicinò, senza mai staccare i suoi occhi. Lento. Quasi esasperante. Ma
dannatamente e troppo eccitante. Troppo reale per non sfiorarlo con i
polpastrelli. Troppo reale per non sentire le sue labbra premute contro le
proprie. Troppo reale per non passare una mano nei suoi capelli. Troppo reale
per non sentire la sua lingua scivolare nella sua bocca. Il suo piercing giocare malizioso. Il suo sapore. Quello che
sempre ritrovava. Zucchero e menta.
Troppo
reale per non impazzire, per non afferrargli le spalle e trascinarlo giù, sul
letto, disteso.
Ma se
fosse stato semplicemente e solo troppo reale, l’avrebbe comunque lasciato
andare, forse.
Forse non
sarebbe stato abbastanza.
Ma era di
più.
Era il
desiderio nei suoi occhi. E, ne era sicuro, nei propri. Ed era l’eccitazione
dolorosa e crescente nei suoi boxer. Ed era il desiderio folle di vedere la
stessa identica eccitazione su Bill.
Era
pazzia.
Era la
cosa più bella che avesse potuto desiderare.
*
Le mani
presero a muoversi quasi da sole. Perché il suo cervello era impegnato a
registrare i movimenti della lingua di Bill. Ed erano
movimenti troppo esperti per non seguirlo in quel turbinio di voglia, malizia
ed eccitazione.
E così,
mentre la sua bocca era impegnata a non staccarsi da quella di suo fratello, le
sue mani scivolarono lente sotto la t-shirt di Bill. Tom percepì la pelle accaldata della schiena. Non riuscì a
non gemere di disappunto quando fu costretto a separarsi dalle sue labbra per
potergli levare la maglietta.
Non ebbe
molti attimi di respiro. Bill era tornato ad
impossessarsi di nuovo di lui, gli si era stretto addosso, circondandolo con le
sue braccia, e appoggiando le labbra sul suo collo, lasciando una scia di baci,
saliva e morsi dall’orecchio fino alla spalla.
Tom
si strinse ancora più addosso a lui. Le sue mani tremavano in parte dalla
fretta in parte dall’emozione. Ma non ci fece caso. Arrivò al bordo dei jeans e
provò inutilmente a strattonarli, ricordandosi solo dopo della stupida cintura.
Con le dita che non rispondevano più ai suoi comandi, slacciò freneticamente la
fibbia, tirò giù la cerniera e fece scivolare i jeans lungo i fianchi del
fratello.
“Mi fai
impazzire…” mormorò contro la spalla di Bill, mentre
ancora sentiva la sua lingua e il piercing metallico
contro il collo.
Bill
si staccò leggermente da lui. Quel tanto che bastava per poterlo guardare negli
occhi.
“Sei
troppo vestito…” gli sussurrò a pochi millimetri dalla bocca.
E senza
aspettare altro, Tom si sfilò il cappello e la
maglietta, mentre le dita veloci di Bill erano subito
andate alla sua cintura. E quasi non aveva ancora tolto i jeans, che già la
mano di suo fratello era scivolata all’interno dei suoi boxer per porre fine
almeno in parte e quel dolore persistente che aveva all’inguine. O forse solo
per farlo aumentare, a giudicare dal movimento lento ed esasperante che la mano
di Bill stava riservando alla sua erezione.
“Bill…” disse, quasi ringhiando.
Voleva di
più.
Aveva
bisogno di qualcosa di più.
Tutto
quello non era abbastanza. Le mani di Bill non erano
abbastanza. La bocca di Bill non era abbastanza.
Aveva
bisogno del suo corpo. Di tutto il suo corpo avvolto attorno alla sua erezione.
Lo
voleva.
Disperatamente.
Altrimenti
sarebbe impazzito.
“Non ti
piace?”
Tom
chiuse gli occhi. Dio, sì, certo che gli piaceva! La mano di Bill era la cosa più giusta che potesse esistere. Insieme
alla sua bocca.
Ma lui
era sicuro che qualcos’altro sarebbe stato altrettanto giusto. E migliore. E
sconvolgente.
Aveva
bisogno di altro. Aveva bisogno di entrare in lui. Di sentirlo tendersi e
muoversi attorno a lui. Di sentirlo in suo possesso come mai prima di allora.
Allontanò
con dolore la mano di Bill dalla sua eccitazione. Se
quella notte doveva venire, voleva venire in
lui. In Bill. E in nessun altro modo.
Ribaltò
le posizioni sul letto, e fece aderire il suo corpo con quello di Bill, che lo guardava con quei suoi occhi grandi, e
profondi. Quelli in cui la gente si perdeva e non riusciva più ad uscirne.
Quelli in cui lui stesso, era il primo in cui si perdeva.
“Bill…”
“Sì…”
annuì debolmente. Come se stesse combattendo contro il suo stesso io. E Tom sapeva che era così. Perché quella era una cosa grande.
Importante. Ancora più importante per Bill che per
lui. Lo sapeva.
“Se non
vuoi…” forse lo aveva detto più per sentirsi a posto con se stesso che per
altro. Non era sicuro di potervi rinunciare. Ma Bill
spinse il bacino contro il suo, facendo incontrare le loro erezioni, ancora
racchiuse dai boxer. E Tom pensò che quello era decisamente
un sì.
Che anche
Bill lo voleva, come lo voleva lui.
Lo baciò
sulle labbra, dolcemente. Assaporando ancora una volta il suo gusto di zucchero
e menta. Il gusto di Bill.
“Perché
sei tu… solo perché sei tu…” gli mormorò Bill contro
le labbra. Gli occhi chiusi e le gote arrossate da un improvviso imbarazzo.
Lo
stavano veramente per fare.
Non
c’erano vie di scampo.
Non ce ne
sarebbero state più nemmeno in futuro.
Fece
scivolare le sue mani lungo i fianchi di Bill, fino
ad incontrare l’elastico stretto dei boxer. Prese un respiro profondo e li
abbassò, in un unico gesto deciso. Bill inarcò
leggermente la schiena quando la sua pelle venne a contatto con l’aria fresca
della stanza. Tom non riuscì a non rimanere qualche
secondo ad osservarlo.
Aveva il
cuore che gli batteva all’impazzata.
Era
normale?
Una
carezza dolce sulla guancia lo riportò alla realtà. “Spogliati…” gli mormorò Bill con gli occhi lucidi dal desiderio.
Tom
non se lo fece ripetere due volte. Si sbarazzò dei suoi boxer, lanciandoli giù
dal letto, senza preoccuparsene troppo.
Sfregò la
propria erezione con quella di Bill e lo vide
sospirare di piacere. Ma non era abbastanza. Bill era
rumoroso. Lo sapeva. Lo sapeva fin troppo bene. E quella sera voleva sentirlo
gridare. Urlare. Voleva sentire la sua voce esprimere tutto quello che gli
passava per la mente.
Anche le
cose più oscene. Le cose più volgari.
Bill
sapeva essere dannatamente eccitante quando non si imponeva dei freni. Forse
perché non era abituato a sentirlo, ma ascoltare la voce di suo fratello
mormorargli un certo genere di parole era sufficiente per far diventare la sua
erezione ancora più dolorosa.
Lo baciò
di nuovo. E a fondo. Lasciò la sua lingua incontrarsi e giocare con quella di Bill. Respirò dalla sua bocca. Gli morsicò le labbra. E
gemette quando sentì le mani di Bill scivolare lungo
la sua schiena e finire sui suoi fianchi. E gemette ancora più forte quando Bill spinse il bacino contro il suo, così violentemente che
Tom potè quasi pregustare
come sarebbe stato spingersi lui stesso, questa volta, con altrettanta forza
verso Bill.
“Aspetta…”
A
malincuore si separò da lui. Notò il disappunto negli occhi di suo fratello e
non potè far altro che sorridergli leggermente, prima
di andare alla propria valigia e tirare fuori ciò che gli serviva.
“Voglio
che lo faccia tu…” gli disse porgendogli un tubetto e un preservativo. Bill si morsicò il labbro inferiore e annuì, imbarazzato.
Tom
non riuscì a non trovarlo adorabile.
Con mani
tremanti, Bill si preoccupò di fare tutto al meglio,
mentre Tom lo osservava massaggiare con un po’ di
paura la sua erezione e mentre lui stesso cospargeva le sue dita con il liquido.
“Sei
sicuro?”
Bill
alzò lo sguardo verso di lui. “Non sono mai stato così sicuro di qualcosa in
tutta la mia vita…”
Tom
si chinò nuovamente a baciarlo. Lo spinse nuovamente lungo il letto e tornò a
sovrastarlo.
Ci siamo…
Bill
aprì le gambe, e Tom si posizionò tra di esse. E
pensò che tutte le scopate che si era procurato in giro non sarebbero valse
neanche la metà di quella. Perché quello non era solo scopare. Non era solo un
fattore fisico.
Con Bill era di più che semplice sesso.
L’aveva
sempre saputo. E lo sapeva soprattutto in quel momento.
Con una
mano prese ad accarezzare l’erezione di Bill, mentre
l’altra si insinuava lenta tra le sue gambe. Scivolò dentro di lui con un dito,
e sentì Bill tendersi.
“Dimmi se
ti faccio male…” gli mormorò senza staccargli gli occhi di dosso “… dimmelo e
io mi fermo subito…”
“Continua”
sospirò Bill in risposta. Tom
fece scivolare due dita dentro di lui, e questa volta Bill
non riuscì a trattenersi.
Alcune
lacrime scivolarono lungo le sue guance. Tom si
sporse verso di lui e gli baciò una guancia, leccando via le lacrime. “Ti sto
facendo male… e io odio farti del male…”
Bill
scosse la testa. “Non fermarti…”
“Bill…”
“Non
fermarti” ripetè “… devo solo rilassarmi…”
Bill
alzò le braccia fino a circondare le spalle di Tom e
stringerlo in un abbraccio un po’ goffo. Ma Tom non
riuscì a ridere. Non c’era nulla di divertente.
“Voglio
sentirti dentro di me…” mormorò Bill contro la sua
spalla.
Tom
si sentì arrossire a quelle parole. Il cuore sembrava voler esplodergli nel
petto.
Sfilò le
sue dita dal corpo di Bill e si preparò per entrare
in lui. Questa volta sul serio. Questa volta per davvero.
Dio…
Prese un
respiro profondo e chiuse gli occhi per un istante. Entrò lentamente in lui,
per fargli il meno male possibile. Si fermò quando vide una smorfia di dolore
sul volto di Bill e delle nuove lacrime scendere
lungo le guance. Odiava vederlo in quello stato. Odiava vederlo soffrire,
soprattutto per qualcosa che lui stava trovando eccezionale.
“Rilassati…
cerca solo di rilassarti” gli mormorò nell’orecchio.
Bill
sospirò un paio di volte e Tom entrò in lui
completamente. Dio, allora era quella la sensazione che si provava a essere
dentro Bill.
“Prova a
muoverti…”
Tom
fece come Bill gli aveva chiesto. Lentamente. Con
calma. Voleva che anche per Bill fosse qualcosa di
speciale. Voleva vederlo gemere anche lui.
Quando
sentì un sospiro provenire dalle labbra di suo fratello, sorrise. L’avrebbe
fatto gridare.
Si spinse
verso di lui, e fece scontrare di nuovo i loro bacini. Una mano era ancora
avvolta attorno all’erezione di Bill. Una lenta e
continua carezza. Voleva così tanto che riuscisse a provare ciò che lui stesso
sentiva.
Voleva
portarlo realmente in un altro mondo. Lo voleva disperatamente.
Si sforzò
di mantenere gli occhi aperti. Doveva guardare. Doveva vedere.
Doveva
semplicemente percepire il volto di Bill.
E nel
momento in cui i suoi occhi si scontrarono con i tratti del viso del fratello,
ringraziò chiunque lo stesse ascoltando nella sua mente, per avergli suggerito
l’idea di guardarlo.
La
schiena leggermente inarcata, la pelle umida di sudore, il collo piegato
all’indietro, la curva del pomo d’Adamo, e, ossignore, il viso di Bill.
I capelli
leggermente bagnati attaccati alla fronte, il sudore che piano scendeva lungo
le sue tempie. Gli occhi chiusi, serrati e l’espressione di piacere misto a una
traccia di dolore, che Tom sperò sparisse al più
presto. La bocca dischiusa che mormorava parole sconnesse. Parole che Tom non riusciva a percepire, ma che, ne era sicuro, sarebbero
state eccitanti almeno tanto quanto la… visione
che aveva davanti agli occhi.
Perché
non aveva un’altra parola per descrivere tutto quello.
Bill
era semplicemente qualcosa che non aveva mai visto.
Forse non
possedeva le curve di un corpo femminile. Ma questo non faceva assolutamente sminuire
ciò che riusciva a trasmettergli.
Bill
era totalmente abbandonato a lui.
Non era
come le ragazze con cui era stato. Non era né timido né possessivo. Non voleva
comandare né farsi sottomettere. Non voleva qualcosa di eccitante ne qualcosa
di dolce.
Bill
si fidava semplicemente di lui.
Era
totalmente abbandonato nelle sue braccia.
Era
qualcosa di così totale, così puro, che Tom non
riuscì a spiegarselo se non con il fatto che, molto semplicemente, tra loro due,
era sempre stato così.
Non era
una questione di sesso.
Non era
una questione d’amore.
Era una
questione di legame.
Tom
avrebbe dato la vita per Bill e viceversa. Questa
consapevolezza, questa fiducia totale nell’altro, non permetteva a Bill di dubitare che Tom si
sarebbe preso cura di lui.
E Tom lo sapeva.
Ma avere
il corpo tremante, sudato ed eccitato di Bill tra le
proprie braccia, era comunque una sensazione strana.
Probabilmente
la migliore della sua dannatissima vita.
Tom
si sporse fino a sfiorare il petto di Bill con le
proprie labbra. Sentì le mani del fratello scivolargli lentamente sulla
schiena, per poi fermarsi. E poi risalire di nuovo, in una lenta, estenuante
carezza.
Tom
appoggiò le labbra sulla pelle accaldata di Bill. Scivolò
con la lingua lungo il suo petto, lasciando una leggera scia umida al suo
passaggio. Senza neanche rendersene conto fece scorrere una sua mano lungo il
fianco del fratello, lentamente, ma senza fermarsi, mentre la sua lingua era
impegnata a lasciare un segno su quel corpo… ad assaporare la sua pelle… a
ricordargli che sì, tutto quello era reale e che Bill
era realmente la persona che in quel momento era disteso sotto di lui.
Nell’istante
in cui la sua mano arrivò ad accarezzare il fianco di Bill,
percepì un gemito provenire dalla sua bocca.
E Tom capì che nessun suono era mai stato così emozionante. E
così eccitante.
E che
voleva sentirlo ancora.
Voleva
sentirlo gemere.
Di nuovo.
Più
forte.
E ancora.
E
gridare.
Solo e
soltanto il suo nome.
Solo il
suo.
Lo voleva
disperatamente.
Tom
continuò a muoversi. E Bill lo seguiva, come se non
avessero fatto altro tutta la vita. Si sentiva così dannatamente bene. Pensò
che non si era mai e poi mai sentito in quel modo.
Il corpo
di Bill era bollente. Era bollente sotto le sue mani.
Era bollente sotto la sua bocca. Era bollente mentre la sua pelle sfregava
contro quella di Tom.
Era
bollente sotto di lui.
E intorno a lui.
E Tom in quel momento riuscì solo a pensare che voleva che
tutto quello continuasse il più possibile. Perché adorava quel tipo di calore.
E adorava che fosse Bill a procurarglielo.
E adorava
il modo in cui gli si stringeva addosso. Il modo in cui aveva allacciato le sue
gambe sulla sua schiena. Il modo in cui era. Perché era l’unico modo possibile.
Dio, gli
sembrava di impazzire. Bill era così dannatamente
caldo. Ed era così dannatamente giusto. Così dannatamente stretto. E
avvolgente. E confortante.
Si spinse
più a fondo verso i fianchi di Bill e lo sentì
sussultare, mentre le sue mani correvano lungo la sua schiena, alla ricerca di
un appiglio.
Tom
lo baciò lentamente sulla bocca. Sfiorandogli le labbra con la lingua.
Invitandolo a lasciarsi accarezzare da essa. A lasciarsi gustare e assaporare.
“Tomi…”
Gli
mordicchiò il labbro inferiore e quando lo sentì gemere, sorrise. E morsicò un
po’ più forte, sentendo le unghie lunghe del fratello conficcarsi nelle sue
spalle.
“Hey…”
Bill
aprì gli occhi. “Sei tu…”
Tom
lo baciò di nuovo, mentre allontanava leggermente il bacino da lui, per poi
scontrarsi ancora e più violentemente con i fianchi di Bill.
Bill
tremò.
E Tom capì che non era un’impressione quando incontrò gli
occhi di suo fratello.
Ma non
era paura.
No.
Era
altro.
Qualcosa
di molto diverso. Qualcosa che con la paura non aveva proprio nulla a che fare.
“Che
c’è?” gli chiese con una voce dolce che stentò a riconoscere.
Bill
scosse piano la testa. “Nulla…”
Appoggiò
la guancia contro la sua. Bill non smetteva di
tremare. Poteva sentirlo sotto le sue mani. Poteva sentirlo attorno al suo
corpo.
“Che
c’è?” ripetè.
Bill
sospirò. E Tom alzò di nuovo la testa, per guardarlo
negli occhi. E quando li vide, non si meravigliò di trovarli lucidi. Non si
meravigliò di veder Bill mordersi il labbro. Non si
meravigliò di vedere la fronte corrugata.
Gli diede
un bacio sulla guancia. “Fa ancora male?” sussurrò direttamente nel suo
orecchio.
Bill
gemette come in risposta e scosse la testa. “Dio, no…” mormorò.
Tom
sospirò contro il suo orecchio.
“Ci sono
quasi…”
Bill
chiuse gli occhi e annuì. Tom sapeva che anche lui ci
era vicino. Lo sentiva nella sua mano.
Voleva
venire insieme a lui. Perché poteva solo immaginare cosa potesse essere venire
dentro Bill, mentre lui stesso veniva scosso
dall’orgasmo.
Sentì le
mani di suo fratello stringersi sulle sue spalle e un calore fin troppo
familiare nella sua mano destra e, invece, qualcosa di totalmente nuovo attorno
alla sua erezione.
Dio…
Inarcò
leggermente la schiena e chiuse gli occhi, prima di venire anche lui.
Dio…
Non ebbe
neanche il tempo di pensare. Collassò sul petto di Bill, sfinito. Sentì le mani di suo fratello accarezzargli
lentamente la nuca e il collo, in un gesto così dolce che Tom
ebbe quasi voglia di gridare. O di piangere.
Nessuno,
a parte la loro madre quando era più piccolo, gli aveva riservato dei gesti
tanto dolci. Nessuno a parte Bill.
Affondò
il viso nell’incavo del suo collo e appoggiò le labbra sulla sua pelle. Non si
preoccupò del fatto che tutto il suo peso era premuto contro il corpo di suo
fratello. Non se ne preoccupò perché Bill lo stava
avvolgendo in un abbraccio talmente stretto che gli era praticamente
impossibile anche solo pensare di spostarsi.
Non che
lo volesse realmente. Ma doveva.
Tom
sospirò e, facendo forza sulle braccia, riuscì a far allentare la presa delle
braccia di Bill. Uscì lentamente da lui e si adagiò
al suo fianco.
Si girò a
guardarlo. Perché la sua mente gli ripeteva che ne sarebbe valsa la pena.
… e
quello che vide fu molto di più di ciò che la sua mente si poteva aspettare.
Bill
era disteso accanto a lui, completamente inerme sul letto. Tom
fece scorrere lo sguardo sul corpo accaldato e sudato di Bill.
Osservò il petto alzarsi e abbassarsi velocemente, a causa del respiro ancora
affannato. Osservò il sudore rendere lucida la sua pelle. Osservò le sue mani,
appoggiate stancamente sul suo stomaco.
… ma si
impose di non osservare altro, più in basso. O sarebbe veramente impazzito.
Sospirò,
e i suoi occhi salirono fino al volto di suo fratello. Non riuscì a non
rimanere imbambolato come un idiota tredicenne alle sue prime esperienze.
Dio…
Bill
aveva ancora gli occhi chiusi. E la bocca era leggermente aperta. E si vedevano
gli enormi sforzi a cui si stava sottoponendo per riuscire a riprendere un
minimo di controllo.
… ma era
difficile, e Tom lo sapeva fin troppo bene.
Non riuscì
a staccargli gli occhi di dosso. Era concentrato sul suo profilo. Sulla fronte.
Il naso. La bocca. Il mento. Tutto.
Tutto.
E si rese
conto perché suo fratello attirava così tanto l’attenzione.
No. Non
erano i capelli, in quel momento disordinati e sudati.
No. Non
erano gli occhi, in quel momento chiusi e struccati.
No. Non
erano le sue labbra piegate in un sorriso, in quel momento semplicemente
dischiuse.
No.
Era ben
altro.
Era il
fatto che Bill era.
E aveva.
E questi
due verbi significavano tutto.
Tutto ciò
che gli altri non capivano.
Bill
aveva qualcosa attorno a sé, qualcosa che non era descrivibile, perché non si
vedeva.
E
definire Bill bello, sarebbe stato sbagliato.
Non
perché suo fratello fosse brutto, anzi, ma la bellezza era qualcosa di momentaneo
e sfuggevole. Qualcosa che con il tempo sarebbe scomparso. Qualcosa di futile.
Quello
che suo fratello possedeva, era la capacità di riempire le persone.
Tom
chiuse gli occhi e sorrise.
Si
rendeva conto dell’assurdità dei suoi ragionamenti, ma lui la pensava così.
… o forse
era solo un idiota che si era innamorato di suo fratello.
Si girò
su un fianco, e senza smettere di sorridere ritornò a fissarlo.
Non ci
poteva fare niente, suo fratello era magnetico. In quel momento più che mai.
Lo guardò
sospirare e non riuscì a fare a meno di pensare.
Era lui
la causa.
Era lui, Tom Kaulitz l’artefice di… quello.
Era lui,
solo e soltanto lui.
Nessuno
aveva mai visto suo fratello in quelle condizioni. Nessuno.
E nessuno
l’avrebbe visto in futuro.
Era solo lui.
Solo lui
aveva avuto il privilegio.
E ne era
la causa.
Era stato
lui a farlo tremare, gemere e gridare. Era stato lui a stringerlo tra le
braccia e baciarlo e leccarlo e morderlo. Era stato lui.
Lui. Lui.
Lui.
Sì. Era
egoista.
Gli occhi
di Tom brillarono a quel pensiero.
Non
poteva farci nulla. L’idea di essere l’unico ad aver provato quanto suo
fratello avesse preso da lui a letto… beh lo riempiva d’orgoglio.
Tutte le
ragazzine adoranti. I gay. Gli etero. Il mondo.
Guardate e soffrite…
Era lui,
l’unica persona a cui era stato concesso averlo tra le braccia.
Non
l’avrebbe lasciato andare a nessuno.
Era suo.
Solo e soltanto suo.
Era ciò
che lo faceva impazzire… e accaldare… e bruciare. E nonostante il fuoco che
aveva sempre dentro di sé, quando si trattava anche solo di pensare a Bill,
non era che una misera fiamma paragonata a ciò che diventava quando suo
fratello era realmente presente.
Era
benzina. Benzina sul fuoco. E lui non faceva che ritrovarsi ancora più
sconvolto e scombussolato. Ma non poteva farne a meno. Ogni tocco, ogni
sfioramento, ogni sguardo di Bill era una goccia di
benzina che andava ad alimentare quella… cosa,
che si portava dentro.
Era come
una droga.
Aveva bisogno di Bill.
Forse, più di quanto Bill avesse bisogno di lui.
E, ne era
sicuro, potevano cambiare molte cose, ma quello mai.
Baciò per
l’ultima volta le labbra di Bill prima di
addormentarsi.
Il fuoco
dentro di lui era più vivo che mai.
FINE
Note dell’autrice: -_- sul serio… si possono
scrivere 7 pagine per una scena del genere? O_O
Va beh.
Ehm… siete ancora vive? XD sappiate che non ho idea di come sia ù_ù Perché non ne ho mai scritte… e credo che di one shot del genere non ne vedrete più uscire dalle mie mani (a
meno che i Tokio Hotel non decidano di mettersi a vincere anche un VMA o un MMA
XD cosa che dubito ù_ù). Per il lancio dei pomodori…
vi lascerò il mio indirizzo in futuro, magari. Per i complimenti ci sono sempre
XD.
Il
titolo, parliamo di quello… viene dalla canzone dei Rammstein
“Benzin”. Canzone citata anche all’inizio (con
traduzione non mia, ma dal sito italiano). Canzone che giaceva da tempo
immemore nel pc… e che ho deciso che ben si sposava
con questa ehm… cosa (chiamarla storia
mi pare troppo). Ringrazio Lokex che, utilizzando un’altra canzone dei Rammstein per una sua storia (Spielt
mit mir), mi ha fatto
ricordare di avere questo testo sepolto in una cartella XD.
Bene. Ora
posso tornare a lavorare –più o meno- al capitolo 5 di IBD XD.
Ciao ciao^^
Un
abbraccio