BRUDER
#E tornerò a prendere il mio
miracolo#
DISCLAIMER: Tom e Bill non mi appartengono. E non hanno mai fatto nulla di quanto descritto qui. Ovviamente, non ci guadagno nulla da tutto questo.
[Dedicata a Sara e
alla bellissima opera 'Alles was du willst']
****
Aveva visto Jayla andare via. Si era alzata,
l'aveva salutato -lei, solo lei- e se n'era andata. Tom si era alzato
dal letto, rotolando prima lento su un fianco, e poi appoggiando i piedi sul
marmo freddo del pavimento. Era andato alla finestra e l'aveva vista.
Jayla camminava lungo il vialetto dell'hotel
diretta al suo taxi.
Bill. Bill. Bill.
Era Jayla ed era Bill. Ed era una cosa sola,
divisa in due. Come loro. Come loro. Separati. E lontani.
Mille anni senza tempo.
Senza spazio.
Senza volume.
Persi in loro stessi. E lontani lontani. Troppo
lontani. Troppo.
Perchè se sei uno e ti spezzano in due, da solo
non ci puoi vivere.
Io così non vado avanti, no. Basta.
Morire d’un colpo era meglio che morire piano a
piano. Pezzo dopo pezzo. Frammento dopo frammento. Tanto non c’era più, lui.
Non era più niente, lui.
No. No. No. Basta.
Aveva preso un altro bicchiere. Un altro. Un
numero indefinito. Non contavano. Non erano importanti. Importante era sparire.
Sì. Via. Via. Via. Lontano o in nessun luogo. Ecco. Forse proprio in
nessun luogo. Così nessuno lo avrebbe più trovato.
Dopo l’ennesimo bicchiere, era scivolato -o
inciampato, o caduto, o qualcosa- ai piedi del letto, con la testa da un’altra
parte. O forse, la testa, proprio non c’era più.
Quella se n’era già andata da tanto tempo. Forse
troppo. Forse non c’era mai stata, quindi tanto valeva tentare di recuperarla.
Se non c’era non c’era. Punto.
O forse c’era. Ma era lontana mille mari. O
mille anni senza tempo. Sì. Mille anni. O mille chilometri. O mille
miliardi di chilometri.
Da Bill.
La testa era da Bill. Il cuore era da Bill. I
polmoni erano da Bill. Il cazzo era da Bill. Lui era da Bill. Perché lui era
Bill. E quello era tutto. Era anche troppo. E faceva male. Tanto. Tanto. Quasi
da non respirare. Quasi da non vivere. Quasi da morirci. Da morirci proprio, e
non svegliarsi più.
Però basta. Adesso basta. Basta.
'Io lo faccio.'
'Cazzi tuoi.'
Cazzo. Cazzo. Cazzo.
Io mi ammazzo. Mi ammazzo. E non mi butto giù.
No. Giù mi sono già buttato. Bill si è buttato e io sono Bill e io non ci
ritorno là. Io mi ammazzo sul serio. Sul serio.
Lo faccio anch'io, cucciolo. Non ti potrò più
fare del male. Non dovrai più vedermi.
Io voglio tutto.
Alles. Alles. Alles.
Perchè non sono niente. Niente. Niente.
Non ti farò più piangere. Non ti farò più
soffrire. Basta. Adesso. Basta.
Voglio morire.
E poi non aveva neppure più afferrato il
bicchiere. Ma la bottiglia. La bottiglia e il carrello e i vetri. Tutto. Tutto
giù. Giù. In frantumi, come lui. E aveva bevuto ancora. E ancora. E ancora un
po’. E tanto il valium c’era già. Il valium c’era. E i sonniferi. E la coca. E
l'eroina. E…
… e cazzo, muori, cazzo, che aspetti?
Vattene. Vattene. Vattene.
E poi la bottiglia gli era scivolata dalle mani.
La testa era ovunque. Gli occhi erano ovunque. Il cuore era ovunque. I polomoni
erano ovunque.
E l’attimo dopo non era più de nessuna parte. Nè
la testa, nè gli occhi, nè il cuore, nè i polmoni.
Cos'hai pensato mentre stavi morendo, Bill? Io
penso a te.
Non era in nessun luogo. Se non sdraiato ai piedi
del letto, in una suite lussuosissima di un fottuto hotel della California.
Immerso in una pozzanghera d’alcool e di veleno. Quello che fuoriusciva dalla
bottiglia. Il suo ce l’aveva dentro. Il suo se lo teneva dentro. Stretto
stretto. Così poteva marcire e ricordargli quanto schifo aveva. Anzi. Non gli
avrebbe ricordato più niente.
Perchè era solo un corpo. Solo un corpo. Un
mucchio di membrane e di ossa malamente depositati sul pavimento.
Il resto era da Bill. Il resto era di
Bill.
E poi era stata la fine.
Fertig.
Se Andreas non fosse stato abbastanza presente
delle sue azioni da decidere che sì, andare a chiamare Tom fosse una buona
idea, forse sarebbe finita in modo diverso, la storia.
Forse, semplicemente, sarebbe finita. Con un bel
punto. Ma senza un a capo. Perchè un a capo voleva dire ricominciare. E no. Lui
non avrebbe ricominciato proprio niente senza Tom.
Invece lui a quel Fertig non ci aveva mai
creduto così tanto. Forse la vita, la stronza, gli aveva pure dato
ragione una volta tanto. E se da una parte, Andreas la ringraziava, dall’altra
la odiava. Perchè lui era stato scelto. Ed era proprio un ruolo orribile.
Proprio orribile.
Cazzo. Cazzo. Cazzo.
Aveva bussato. Senza ottenere risposta. E si era
scazzato parecchio. Perché quello avrebbe significato un Tom strafatto e pieno
di merda in corpo. Un Tom con la testa in un altro mondo. Un mondo in cui
faceva forse meno male vivere. O trascinare un corpo da un posto all’altro.
Forse. O forse era solo un mondo un po' diverso. Meno stronzo.
Aveva provato a chiamarlo sul cellulare. Ma
niente. Lo aveva chiamato una, due, tre volte. E poi si era preoccupato. Un po’
tanto.
Ma comunque troppo poco.
Cazzo. Cazzo. Cazzo.
Si era diretto alle scale. Utilizzare l'ascensore
per un solo piano era veramente da vecchietti artritici.
Non fare il cazzone, dai…
E poi era risalito. Questa volta sì, con
l’ascensore. Perché era pur sempre un piano. Ma in salita.
Aveva percorso il corridoio con passo svelto. Era
preoccupato e aveva abbastanza cervello in sè da capirlo, nonostante la notte
trascorsa con una che, sul serio, manco a guardare la carta d’identità –quella
vera- le avrebbe dato un’età ragionevole. No.
E speriamo che David non lo sappia, perché quella
avrà avuto sedici anni.
E poi aveva aperto la porta della suite con la
chiave elettronica che aveva richiesto alla reception.
Ed era morto pure lui.
Un po’ come era morto Tom.
In silenzio.
Non c’era stato nessun tump. Nessun
rumore. Nessuno. Nessuno.
Cazzo. Cazzo. Cazzo.
Tom. Tom. Tom.
Tom no, cazzo. No. No. Non anche lui. No, ti prego, no.
Nessun tump a rimarcare quello.
Nessun rumore. Nessuno. Solo silenzio. Silenzio. Ed era pure peggio.
Aveva visto l’altro schiantarsi a terra. E
sbriciolarsi. E il sangue. E tutto. Aveva visto Tom cadere con Bill. Cadere con
lui. Ma più lentamente. Molto più lentamente. Quasi come se Bill fosse stato il
banco di prova. Era andato avanti, lui. Era saltato per primo.
Ora, però, era saltato pure Tom.
Cazzo. Cazzo. Cazzo.
Dottore, si ricorda di me?
Io non lo so. Lo spero, ma non lo so.
Perchè io sono morto, dottore. Io sono morto. Io
mi sono buttato giù, però non ho fatto tump. Sono morto in
silenzio.
Dottore io sono andato all'Inferno per una
settimana. Lo sa?
Io non so perchè le scrivo, perchè tanto sono
morto ed è anche meglio e...
Cazzo.
Non lo so.
Io. Non. Lo. So.
Ce l'aveva mandato la Universal. E con ottime
ragioni, in effetti. Ragioni che comprendevano il fatto di non voler assistere
ad un'altra, ennesima, morte nel mondo del rock.
Ma lui non era come Cobain. No. Lui era solo
merda. Merda. Merda. Merda. Non sapeva neppure uccidersi. Era difettato fino
alla fine. Era stato tarato male alla nascita, forse. Era proprio tutto storto
e sbagliato.
Lui era come Bill. Solo che Bill non era merda.
Erano stati gli altri -era stato lui- a spalargliela addosso. E allora
ci aveva creduto, Bill. Aveva pensato di essere proprio così. Uno schifo. Una
nullità.
Bill, però, era tutto.
Ma non era morto neppure lui.
Erano uguali anche in quello. Erano difettosi e
difettati. E uguali.
Non sapevano neppure uccidersi.
Merda. Merda. Merda.
Io non lo so cosa ci faccio qui. Io non voglio
neppure saperlo. Penso di avere un po' paura, dottore. Forse ne ho parecchia.
Forse troppa.
Dottore io vorrei veramente tornare indietro. Ma
qui dicono che devo andare avanti.
Sono solo un mucchio di stronzi.
Dottore... io non lo so cosa voglio... forse
voglio solo tornare come una volta. Una volta andavo bene. Una volta non era
tanto... tanto sbagliato.
Sono sbagliato. Credo.
Dicono che io sono morto il ventisei marzo
duemiladieci alle ore sette punto dieci e qualcosa. Si sbagliano.
Io sono morto il due novembre duemilasette alle
ore due punto trenta punto ventisette.
Solo che nessuno se ne è accorto.
Bill ci ha messo qualche secondo a cadere. A fare
tump. Ad arrivare al suolo. A farmi vedere il come, ecco. Mi ha
mostrato il tutto. Mi ha mostrato anche la fine.
Anch'io mi sono lanciato in quel momento. Solo
che la mia parabola è durata un po' di più. E' stata un po' più lunga e un po'
più complessa. E' durata anni. Però alla fine sono arrivato anch'io sulla
strada. Anch'io ci sono arrivato. Un po' dopo Bill, però. Lui era andato
avanti.
Forse avrei dovuto afferrarlo. Solo che io non ci
sono riuscito.
Non gli ho dato le mie ali e non l'ho preso
quando è caduto. L'ho lasciato cadere, non l'ho solo spinto giù. L'ho proprio
lasciato andare. Ha compiuto la sua parabola. E ha fatto tump.
Io sono sbagliato. Credo. Ma proprio tutto
sbagliato.
Io non lo so, dottore. Non lo so proprio. E qui
ci sono un mucchio di teste di cazzo che non fanno che ricordarmi che mi devo
fidare di loro. E sono tutti adulti.
Mi fidavo degli adulti, un tempo. Anche Bill si
fidava.
Gli adulti l'hanno spinto su. Fino al quarto
piano.
Io l'ho buttato giù. Fino alla strada.
Io non mi fido più, dottore. Io non mi fido più.
A voler chiamare la verità col proprio nome,
quelle settimane furono l'Inferno. Furono l'Inferno perchè era in una gabbia di
matti, con una gabbia di matti e lui era matto.
E fanculo, la prossima volta mi impegno di più,
così all'Inferno ci vado sul serio.
Solo che lui non voleva morire. Non poteva. Io
te l'ho promesso, Bill. Solo che le mie promesse fanno sempre schifo.
Avevo anche promesso a Simone che ti avrei
protetto.
E ti ho buttato giù.
Faccio schifo. Faccio schifo.
Nell'Inferno, però, aveva trovato anche vecchie
conoscenze. Conoscenze di nome. Anche se in effetti non le aveva neppure mai
viste. Però piacevano a Bill.
Bill. Bill. Bill.
Se le era fatte. Tutt'e due. Per par condicio.
Perchè... perchè non gliene fregava niente. Erano due. Erano scopabili. Erano
carine. Erano un pezzo di carta appeso ad un muro in una stanza che non era più
sua. Erano un bel ricordo.
Te lo ricordi, Bill?
Erano due. Soprattutto. Due. Ed erano insieme anche
in quel posto di merda. Erano insieme.
Il ventuno aprile duemiladieci si era fatto
Mary-Kate. Una scopata veloce. Uno schifo.
Il ventidue aprile duemiladieci si era fatto
Ashley. Una scopata veloce. Uno schifo.
Tutt'e due.
Perchè tanto una vale l'altra. Sono uguali. Sono
matte. Sono come noi. Sono i gemelli ad avere qualcosa che non va, Bill.
Non siamo solo noi due. Anche quelle sono matte.
Le Olsen.
Due scopate da dimenticare, fosse pure per il
posto di merda e il periodo di merda e tutta la merda che si trascinava dietro
e dentro. Soprattutto dentro. Potevano pure disintossicarlo. Potevano pure
provarci a ripulirgli il sangue, e lo stomaco e il fegato e tutto. Il cervello,
però, non riuscivano a toccarlo. Quello era suo. Ed era malato. Era proprio da
buttare. Era marcio marcio. Troppo marcio per aggiustarlo.
Gliene serviva uno nuovo.
Gli serviva un corpo nuovo, in effetti. Uno
proprio nuovo di zecca. Un corpo senza Lexotan, sonniferi, alccol, coca ed
eroina. Senza cicatrici. Senza schianti a duecentocinquanta chilometri orari.
Uno nuovo e giusto e pulito.
Il suo era vecchio, sbagliato e sporco.
Cazzo. Cazzo. Cazzo.
Non voleva neppure starci lì. Non ci voleva
stare, ma non poteva farci niente.
Io te l'avevo promesso Bill. Te l'avevo promesso.
Non ci sono riuscito. Non sono forte, Bill. Senza
di te non sono proprio niente.
Nani non gli aveva detto nulla. Era in America
per lavoro. Era passata a trovarlo. Niente domande. Niente. Niente.
E perchè, cazzo, nessuno chiedeva niente? Perchè
avevano tutti quella cazzo di fottuta paura a fargli una domanda semplicissima?
Era tanto strano voler capire? Perchè? Allora perchè
nessuno glielo chiedeva? Solo una parola. Solo una. Ma nessuno -nessuno!- si
azzardava. Non l'avevano mai chiesto neppure a Bill. Neppure a lui. L'avevano
lasciato cadere. L'avevano raccolto. E non gliel'avevano chiesto.
Perchè?
"Come stanno gli altri?" aveva chiesto
lui, allora. Lui, le domande, le faceva. Lui pretendeva pure delle risposte.
Solo che nessuno gliele dava.
Perchè, Cristo, perchè? Mi ascoltate quando
parlo?
"Ti salutano tutti" aveva risposto lei.
Sì. Ok. Stanno di merda. Però grazie per non
avermelo detto. Almeno ho la speranza che non sia così.
"Mi hanno detto che scrivi molto da quando
sei qui..."
"Juschtel della nonna spiffera tutto
eh..."
"Il necessario"
"Ogni tanto. E non sono sempre canzoni. Non
so cosa sono."
"Quello che hai in testa."
"Io non ce l'ho più, una testa."
Io me la sono rotta. Io mi sono buttato giù. E la
mia testa si è rotta il ventisei marzo duemiladieci. Si è rotta. Kaput. E non
c'è più.
Avevano continuato a parlare per gran parte del
pomeriggio. Del più e del meno. Forse del meno. C'era sempre qualcosa di
mancante in lui.
Bill. Bill. Bill.
E poi l'aveva salutata. E l'aveva vista risalire
su un taxi, probabilmente diretta all'areoporto.
E si era sentito ancora più solo. Ancora più
abbandonato. Ancora più piccolo.
Era piccolo. Piccolo e solo e senza Bill. E stava
di merda. Stava proprio di merda. Proprio tanto.
Però te l'ho promesso, Bill. Te l'ho promesso e
so che faccio schifo in queste cose, però lo giuro, non lo faccio più. Non lo
faccio più.
E aveva sentito un groppo in gola che neanche a
scolarsi due taniche d'acqua sarebbe riuscito ad inghiottire.
Però non l'aveva tirato fuori, no. Non aveva
pianto, no.
Te lo prometto di nuovo. Sul serio. Sul serio,
Bill. Io non lo faccio più. Promesso. Te lo giuro, te lo giuro sul serio.
Non aveva mai scritto così tanto. Mai, mai.
Forse era la pazzia che lo ispirava particolarmente,
non lo sapeva. Ma scriveva. Di tutto e ovunque. Scriveva lettere ed email al
dottore. Scriveva e aspettava le risposte e rispondeva. E scriveva canzoni. E
pensieri. Pensieri cattivi. Tanti, tantissimi, pensieri cattivi. Ma tutti
sembravano abbastanza tranquilli.
Se i pensieri cattivi uscivano, cioè, era un buon
segno. Almeno non marcivano dentro.
Scriveva. E si sentiva Bill. Bill che scriveva
sempre tutto e ovunque e in ogni luogo su quei suoi quaderni che custodiva
gelosamente.
Si sentiva Bill e si sentiva male. Male perchè
non era Bill. Ma lo era. Ed era un continuo rincorrersi senza mai afferrarsi.
Ed erano mille anni di lontananza. Mille anni
senza tempo.
Senza perchè.
Ist das das Leben?
Danke
Aber ich wird besser sterben (1)
Era stato in quel periodo che erano nate alcune
canzoni. Canzoni cattive, canzoni violente, canzoni che avrebbe cantato per il
gusto di sputare ancora merda su tutti quegli stronzi là fuori. Canzoni che
parlavano di un Tom Kaulitz del presente, e poco o nulla di quello che era
stato.
Ma Tom kaulitz era morto. Non c'era più. Si era
lanciato con Bill.
Quello era un Tom nuovo. Cattivo e arrabbiato.
Avrebbe cantato canzoni cattive e arrabbiate.
Avrebbe cantato dell'odio che aveva verso tutto
il mondo là fuori.
Avrebbe cantato dell'odio che aveva verso il
mondo che aveva dentro.
Ich hasse dich.(2)
Era stato in quel periodo che era nata Bruder. La
sua condanna. La sua maledizione. La voce di Bill che era la sua ed era la loro
e giungeva da mille anni senza tempo. La voce di un amore troppo puro e troppo
forte e troppo bello e troppo doloroso da poterlo vivere. Tanto che c'erano
morti tutt'e due.
C'erano morti, ma neppure nell'Inferno si erano
ritrovati. Li avevano divisi anche lì. Anche lì li avevano separati. Di nuovo
lontani. Troppo. In quei mille anni senza storia. Senza vita. E faceva
male perchè lui voleva solo una cosa. Una, dannatissima, cosa. Ma nessuno lo
ascoltava. Nessuno.
Bruder, kannst du mich hören?
Kannst du mich verstehen? (3)
Un giorno ti prendo e ti porto via. Un giorno lo
faccio. Promesso. E questa volta la mantengo fino alla fine.
Voleva solo andarsene da lì. Voleva uscire da
quella gabbia di matti e tornare da lui. Da Bill. Dal suo Bill. Guardarlo negli
occhi e dirgli solo quanto gli dispiaceva. Per tutto, proprio per tutto, anche
per quello che ancora doveva fare. Per il passato. Per il presente. E per il
futuro.
Scusa, scusa, scusa.
Aveva voglia di piangere. Aveva voglia di
gridare. E di piangere.
Ma tu non ci sei. Perchè io ti ho buttato giù. Ti
ho buttato di sotto. Il mio fratellino. Bill. Il mio Bill. Il mio fratellino.
Mein Bruderlein. Piccolo. Piccolo. E io ti ho spinto giù, ti ho fatto volare e
non ti ho neppure detto che non avevi le ali.
Io mi odio. Mi odio. Mi odio tanto. Bill, Bill,
mi viene da piangere e tu non ci sei e allora come faccio?
Dottore, io non so come farò quando uscirò da
qui. Però io ho fatto un'altra promessa a Bill e questa volta la mantengo.
Questa volta ce la faccio. Io torno da lui e me lo riprendo. E' mio, dottore.
E' mio e me l'hanno strappato. Me l'hanno tolto dalle mani quando ancora lo
stavo stringendo forte.
Io lo rivoglio, dottore.
Io non ce la faccio senza. Non ce la faccio.
Dottore io sono arrivato. Alla fine ci sono
arrivato anch'io alla strada. Bill mi aveva fatto vedere, ma io l'ho seguito.
E' piccolo Bill, non sarebbe mai dovuto andare avanti da solo. Però l'ha fatto
e io l'ho seguito. Abbiamo fatto tump tutti e due.
Però abbiamo la testa dura, dottore. Ed è questo
un po' il nostro miracolo. Quello che vedono gli altri.
Io, un giorno, vado a riprendermi il mio, di
miracolo. Solo mio.
Io mi riprendo Bill. Me lo riprendo e me lo tengo
e non lo lascio più cadere. E se vorrà, questa volta sarò io a lanciarmi per
primo, così vedrà tutto e capirà che fa male, proprio tanto.
Io me lo riprendo. E me lo porto via.
Mi riporto a casa il mio miracolo.
Tom premette 'invio' e chiuse il laptop.
Si passò una mano tra i capelli lunghi e sospirò, mentre i suoi occhi si
spostavano verso il sole che stava tramontando.
Ce l'aveva quasi fatta, alla fine. Quasi. Ma era
quasi fuori. E quasi fuori voleva dire che era più sulla strada che nella
clinica. Voleva dire che era più in Germania che in America. Un po' più da
Bill, un po' più vicino. Un po' meno lontani.
Quasi da poter sfiorare il giorno in cui sarebbe
tornato con lui. Nell'unico posto che gli apparteneva.
Siamo uno. Lo rimarremo sempre.
Küss mich, wenn du kannst (4)
Tom si passò una mano sulle ciglia, togliendo sul
nascere la possibilità alle lacrime di cadere. Perchè non aveva più senso
piangere.
Quando ci sarai ancora tu ad abbracciarmi,
tornerò a piangere, Bill. Ma da solo no. Non ha proprio senso.
Si alzò dalla panchina posta in un angolo un po'
isolato e prese ad attraversare il parco, con il laptop sotto braccio.
Ce l'aveva quasi fatta. Quasi. E poi
sarebbe tornato.
Ti voglio bene, Bill.
E quello sarebbe stato l'unico finale possibile
per la loro storia.
Fertig.
****
(1) Questa è la vita? Grazie. Ma preferisco
morire.
(2) Ti odio [by Sara]
(3) Fratello, mi puoi sentire? Mi puoi capire?
[by Sara]
(4) Baciami, quando puoi [by Sara]
Note dell'autrice: ._.
mi sorprendo di me stessa per la velocità con cui è nato il tutto XD. Comunque,
questo è uno spin off dedicato a quella bellissima opera di Sara formata dalle
due sue storie 'Heilig' e 'Alles was du willst'. E' uno spin off che non tenta
neppure di emulare qualcosa del genere, sia chiaro. Ma, visto che sin dal
principio, la canzone di 'Bruder' mi aveva profondamente toccata, ho deciso di
darle una sorta di background. Solo questo.
Questa shot è anche un concentrato pazzesco di
citazioni delle due suddette storie °_° Potrei star qui a elencarli tutti,
ma penso che sarebbe quantomeno inopportuno: mi toccherebbe citare talmente
tanta roba che... leggetevi le storie, di certo sono molto meglio di tutto
questo XD E poi... e poi sono bellissime -ed è riduttivo ç_ç-. In pratica di
mio c'è... uhm... poco °_° Forse solo il mettere insieme alcuni momenti di vita
di 'questo' Tom (ma neanche lui è mio)... quindi... boh, lascio a voi decidere
XD
Questa storia è stata scritta con sottofondo
'Heul Doch' di LaFee... Non so perchè, ma mi ha ispirata particolarmente. Mi ha
ispirato tanto.
Spero che questo spaccato vi piaccia. A me... sì.
Poco da fare, in effetti... se non mi piacesse, di certo non ve lo mostrerei XD