Mezzanotte
Disclaimer: Tom e Bill non mi
appartengono in nessun modo, così come i Tokio Hotel. Tutto ciò che è narrato
in queste pagine è solo frutto della mia fantasia, e ovviamente non ci guadagno
assolutamente nulla.
Alle Träume sterben
[Tutti i sogni muoiono]
Mitternacht - es ist Mitternacht [Mezzanotte. È mezzanotte]
(Mitternacht – LaFee)
CAPITOLO 1
[Es ist Mitternacht]
Tom ricorda dei flash che non sono flash, delle
immagini che non sono immagini, delle memorie che non sono memorie.
Tom ricorda, cioè, di un tempo che non ha
vissuto, perché l’alcool troppo spesso fa strani scherzi e gioca a fare il
furbo. L’alcool riesce a stordire in un modo così totalizzante che uno neppure
si ricorda il proprio nome.
Tom, il suo nome, non l’ha mai dimenticato. Per
contro ha dimenticato come si chiama il resto del mondo. E se il mondo non ha
nome, non ha importanza.
È qualcosa che gli hanno fatto studiare a scuola.
Una gran rottura di coglioni e di palle e di tutto l’armamentario di sicuro,
però se lo ricordava, più o meno.
Ora di francese, doveva essere quella, perché la
biondina della seconda fila aveva solo quel corso in comune con lui. Comunque,
durante quell’ora aveva imparato che quando dai un nome a qualcosa, significa
che gli dai importanza. O qualcosa del genere.
Ecco.
Tom ha dimenticato il nome – i nomi - del
mondo.
E quindi il mondo ha perso di essere importante.
Questo, però, era la notte precedente. Adesso Tom
sa. Sa tutto. Sa, cioè, che la sua testa sta scoppiando e fa così male che
vorrebbe tagliarsela via. Sarebbe una soluzione forse troppo drastica, ma di
sicuro avrebbe effetto.
Tom vuole sempre e solo delle cose dannatamente
efficienti.
Perché lui è efficiente.
E comunque tutti quei pensieri del cazzo lo
stanno proprio facendo uscire fuori di testa.
Basta. Basta.
È strano. Ricorda nettamente quelle parole, come
se gli fossero fuoriuscite dalla bocca un attimo prima, come se le avesse
appena pronunciate, sussurrandole piano all’orecchio di qualcuno per fare in
modo che il concetto non sfuggisse lontano.
Sono proprio presenti. Ha quasi la sensazione di
poterle afferrare e stringere. Sono solo un pugno di lettere. Una parola. Ma è
così pesante la sensazione, che l’unica cosa di senso compiuto a cui riesce a
pensare è che vuole vomitare.
Così magari il peso se ne va.
E anche quella parola di merda che grava sopra la
sua testa, quasi fosse una ghigliottina.
È solo una parola, un pensiero, un niente.
E nel momento in cui si china verso il cesso e
svuota tutto il contenuto del suo stomaco, quasi sentendo il fiume dell’alcool
ripercorrere a ritroso le sue vene, si dimentica, di nuovo, del mondo.
In quell’istante non ha più veramente importanza.
L’importante è solo liberarsi dal peso.
*
Quando Tom riesce ad arrivare nella sala da
pranzo, dopo essersi guardato un’infinità di volte allo specchio, cercando di
convincersi che quella maschera non è la sua faccia, tira un sospiro di
sollievo.
Non c’è lui.
Lui che non ha più nome, perché
Tom ha deciso che non avrebbe dovuto permettergli di infangare il vero Bill,
suo fratello.
Quello che in quei giorni lo accompagna, che gli
è accanto, e che lui tiene a distanza, perché non vuole neppure vederlo,
neppure sentirlo, ecco, soprattutto quello, sentirlo, non è Bill.
È qualcuno.
Ma non è suo fratello. Perché suo fratello è
giusto, quello è sbagliato.
È il mantra che si ripete senza sosta nella sua
testa, se lo urla dentro con tutta la forza che ha, lo incide nelle pareti
crepate, e lo scrive sulla lavagna come promemoria.
Lui non è mio fratello.
Tom scuote leggermente la testa. Il pensiero però
rimane, arpionato a qualcosa che non è ancora riuscito a identificare. Il
pensiero non se ne va mai, come una maledizione perenne, una cicatrice
profonda.
Fa un po’ male.
Ma Tom non ci pensa più perché non vuole più
pensarci.
È l’ora della colazione, e nonostante il suo
stomaco sia talmente devastato da gridare pietà, decide di mangiare qualcosa.
Forse uno o due waffels possono attutire l’impatto dell’alcool. Se ce n’è
ancora dentro al suo corpo, se non l’ha già buttato fuori tutto, in un cesso di
un albergo come tanti. Come tanti di cui non ricorda nulla, se non un nome - a
volte -. Di cui non gli interessa ricordare, perché non è qualcosa di
importante e lui ricorda solo le cose essenziali.
Eppure, forse, quello lo ricorderà.
Forse.
Forse per un motivo che in quel momento non è
dentro di lui, ma riposto in un cassetto della sua memoria che è senza nome e
senza consistenza, ma c'è. È lì che ognuno conserva i propri ricordi sbiaditi:
le fughe con la bicicletta, le corse nel parco, una punizione ingiusta, uno
sgarro più pesante. Ricordi che ci sono, ma potrebbero essersi persi.
Ecco. Forse quell'hotel rientrerà in quella lista
immaginaria.
Forse in un determinato momento ripescherà quel
ricordo, quella memoria, e si renderà conto. Ma non in quel momento.
In quel momento non c'è niente, in fondo.
"Hai un'aria pessima."
Georg è sempre diretto. Tom non ha bisogno
comunque di quelle parole. Si sente già abbastanza irritato e distrutto e
vagabondo da solo, non ha bisogno di qualcuno che glielo faccia notare, e non
ha bisogno di quel sorriso stampato sul viso del bassista.
"Non urlare."
Riesce a rispondere solo quello, ed è anche
troppo. Le tempie tornano a pulsargli ferocemente, e Tom maledice il momento in
cui ha deciso che parlare sarebbe stata la scelta giusta.
Non dovrebbe mai dar retta alla sua testa,
è una cosa che deve imparare. Perchè la sua testa, come molte altre cose, gioca
a fare la stronza, certe volte. Gioca e si diverte a manipolare un pugno di
istanti, amplificando la loro portata fino a farla espandere per sempre. La sua
testa, spesso, gli urla di fare delle cose, e lui, mai, mai una volta, riesce a
dirle di no.
Georg ridacchia divertito. Tom sa, anche se non
vuole accertarsi, che probabilmente il suo amico sta pensando a una qualche
giustizia divina.
Forse Georg è andato in bianco, mentre lui...
Lui no. No?
Basta. Basta.
Non è andato in bianco e non può pensare e non
può parlare e non può ascoltare. Deve riuscire a chiudere ogni canale con il
mondo esterno. Deve ingurgitare velocemente la sua colazione e prendere
quell'aspirina che gli cambierà la giornata.
Basta.
*
Tom è decisamente più tranquillo. È una
tranquillità strana, fatta più che altro da una sorta di pace procurata
dall'aspirina. È una sensazione non del tutto piacevole, in fondo. Solo che, in
quel fondo, non riesce comunque a trovare cos'è che riesce a turbarlo.
È sdraiato nella sua cuccetta, intento ad
ascoltarsi le scuse di Timbaland con le cuffie.
Non ha ancora visto lui durante la
mattina. Avrebbe potuto incrociarlo nel corridoio del bus, se non avesse deciso
di voltarsi dall'altra parte e aspettare che passasse per andare in bagno. Gli
ha lanciato solo un'occhiata rapida, rapidissima, che per un momento si è
chiesto se fosse reale o solo un suo pensiero. Ha visto solo un ammasso di
capelli neri, proprio come quelli di Bill. Ma quello, lui, colui che
presenzia con loro sul bus e si fa chiamare come suo fratello, e probabilmente
si comporta nello stesso modo, non è il suo Bill.
Il suo Bill non farebbe certe cose, quindi
di sicuro non è lui.
Non pensa mai al fatto che, se quello non è Bill,
il vero Bill dev'essere da qualche altra parte. Non ci pensa.
Non pensa al falso Bill come non pensa a quello
vero.
Forse perchè Tom sa perfettamente che sono tutte
solo scuse create dalla sua mente e che in realtà non è successo niente.
Però lui sa che qualcosa è successo e no,
non può cancellarlo. Quel ricordo non se n'è andato, è lì presente e
martellante in lui, e non può ignorarlo. Può ignorare Bill, però.
Può, quindi, rifugiarsi nella sua cuccetta a
smaltire il day after di una serata di cui non ricorda nulla, completamente da
solo, senza la presenza rassicurante di Bill. Senza le dita fresche di suo
fratello pronte a massaggiargli le tempie e a sfiorarlo con devozione.
Non ha bisogno di niente di tutto quello.
Non ha bisogno neppure di Bill.
Ed è talmente bugiardo da essere convincente
perfino con se stesso.
Tom si rannicchia in un angolo, attirando le
ginocchia a sé, e chiude gli occhi, in modo da non vedere neppure il più
piccolo spiraglio di luce farsi strada dalle tende della cuccetta.
E nel momento in cui abbassa un po' il volume
della musica nelle sue orecchie, sa - o spera - che si addormenterà presto.
Così di nuovo potrà evitare di vedere quello.
Potrà scivolare all'interno di un mondo inconsistente fatto di sogni che tanto
al risveglio non ricorderà, che verranno spazzati via da una realtà a cui non
vuole neppure pensare.
Tom si addormenta poco dopo, iniziando, a sua
insaputa, un processo di rilassamento della mente.
E la mente, quando è rilassata, spesso riporta in
superficie ricordi che una persona neppure sa di aver vissuto.
*
È tutto rosso e verde. È un'allucinazione o
realtà, o tutt'e due mischiate. Tom non saprebbe dirlo con certezza, e neppure
ci pensa, neppure si pone una domanda a cui, comunque, non saprebbe dare
risposta. Perché in fondo non è neppure così importante.
Importante è un'altra cosa, anche se pure
quella, non riuscirebbe a ritrovarla nella sua mente in quel momento.
C'è una musica assordante, è una musica che
conosce molto bene, perchè è uno degli artisti che più apprezza in questo
momento. Non bada neppure troppo alla canzone, sa di saperla e sa di averla
riconosciuta subito, ma ritiene anche importante il fatto che non gliene frega
molto.
Tom inciampa in quello che doveva essere uno
scalino, ma riesce miracolosamente a reggersi in piedi grazie alla presa ferrea
della sua mano attorno al corrimano. Riprende a scendere ostentando sicurezza e
cercando di dissimulare una quasi disastrosa caduta.
Non sa bene perchè sta scendendo quei tre
scalini. Sa che ha voglia di farlo, e lo fa.
Forse è un pensiero, una sensazione, una voglia,
un grido disperato che gli impone di farlo, e lui è così perso che può solo
seguire quella voce.
È in quel momento che si accorge che non è più
tutto rosso e verde. Il verde se n'è andato. È tutto rosso. Le luci, le figure
davanti ai suoi occhi che si muovono a ritmo, deformate in ombre nere senza
reale consistenza, senza sostanza. Tom si guarda intorno e capisce che è
esattamente in mezzo a loro.
Loro che si muovono e si allungano verso l'alto,
sovrastandolo completamente, incutendo su di lui come se fossero esecutori di
una giustizia che Tom non riesce a capire.
Tom ha paura. Sente il cuore battere
all'impazzata, sembra scoppiargli nel petto, e quasi se lo figura esplodere
dentro di lui e riversare il sangue in tutti i canali possibili. Vuole
andarsene da quel posto, ma ormai quelle ombre gli coprono completamente la
visuale, mentre la musica continua ad aumentare il volume, rimbombando nelle
sue orecchie e dettando quel ritmo sfrenato del battito del suo cuore.
Accenna lentamente a fare un passo davanti a sé,
ma è in quel momento che capisce cosa sta succedendo. Sta per essere
sopraffatto.
Tom chiude gli occhi, mentre il buio copre anche
gli ultimi spiragli di luce rossa che riusciva ad intravedere. Tom chiude gli
occhi senza sapere cosa fare.
Quando li riapre non riesce a capire cos'ha
davanti agli occhi, sa solo che ha voglia di gridare e il cuore sembra
veramente esplodergli.
Basta.
Tom spalanca la bocca, mentre le sue palpebre
registrano il legno e l'atmosfera della cuccetta.
Si sfila lentamente le cuffie dalle orecchie,
lasciandole cadere pigramente sul materasso, e si mette una mano sul cuore. Sta
per scoppiare.
Chiude gli occhi, cercando di fare dei respiri
profondi per normalizzare la sua situazione. Non ricorda cos'ha sognato, sa
solo che era un incubo, qualcosa di spaventoso.
Ha veramente l'impressione di non aver mai
sognato qualcosa di simile nella sua vita.
E ha ancora la vaga speranza che sì, sia solo un
orribile incubo passeggero, qualcosa da dimenticare con una risata o una
sigaretta.
Mentre forse è tutto già inciso profondamente
nella sua carne, tanto che la pelle è solo un involucro privo di reale
consistenza.
Quando riapre gli occhi si accorge che le sue
mani sono sudate. Così come la fronte e la schiena.
Mentre scivola lentamente fuori dalla cuccetta,
reggendosi a malapena in piedi tanto le ginocchia gli tremano, prova a
ricordarsi qualcosa di quel sogno, ma non ci riesce.
Ma c'è qualcosa di strano.
Ha un'improvvisa e apparentemente inspiegabile
voglia di rivedere la luce, di guardare fuori dal finestrino e osservare i
raggi solari entrare nel bus.
Vuole cancellare la sensazione di oppressione che
si porta dentro.
Anche se non capisce perchè. Il perchè è proprio
qualcosa che gli sfugge totalmente.
*
Tom abbassa la forchetta, appoggiandola senza
fare rumore accanto al piatto. Ha mangiato poco, quasi niente. Una nullità in
confronto alla quotidianità.
Ma la quotidianità sembra distante anni luce.
Sembra non esistere quasi più.
Il suo stomaco è aggrovigliato su se stesso,
stretto in una morsa a cui non riesce a dare un perchè. Se il cuore è riuscito
a fermarsi, a tornare normale - forse. O forse è solo una vana speranza. Forse
è solo uno stupido -, non capisce che cosa stia accadendo al suo stomaco. Lo sente
tendersi e arrovellarsi.
O forse quello è il suo cervello.
È comunque una sensazione viscida, non gli piace
per niente. C'è qualcosa di sbagliato in quello che sente, in quello che prova.
Avrebbe voglia di definirsi malato, ma sa di non esserlo.
La malattia è o fisica o mentale. O tutt'e due.
Lui non ha niente.
Ma sta male da morire.
Forse anche quello è colpa sua. Colpa del
non-Bill. Di quello che se ne va in giro impunemente con la faccia di suo
fratello, trattando le persone come lui e comportandosi esattamente come Bill,
ma non lo è.
Non lo è proprio.
Alza gli occhi dal piatto e incrocia lo sguardo
di David. Tom si stringe nelle spalle, quasi a volersi scusare. È ancora un
ragazzino, in fondo. Un ragazzino che chiede scusa perchè non ha fame.
E poi il suo sguardo scivola con una lentezza
esasperante alla destra del manager. È colpa sua. È un tuffo al cuore,
una presa di coscenza spaventosa, un incubo che riaffora da un luogo che Tom
non conosce.
Se non avesse fatto tutto quello...
In un certo senso Tom lo odia.
Perchè non gli ha mai detto nulla, non gli ha mai
fatto capire niente, proprio niente. Oppure in realtà la colpa non è sua, di
Bill. Forse la colpa è di Tom che non ha mai visto veramente con gli occhi,
nascondendosi dietro la falsità di un'asserzione sulla morale, o sul giusto e
sbagliato.
Ma non c'è giusto e sbagliato quando non capisci
più chi hai davanti.
Quando il fratello di una vita intera -
addirittura prima di essere vita. Quando l'esistenza è dovuta ad un
pugno di cellule riunite in un unico ammasso -
sfugge dalle mani come fumo.
Tom non è riuscito ad afferrarlo. E ora ha paura,
perchè non capisce chi ha davanti.
In un certo senso Tom si odia.
Non capisce dov'è suo fratello.
E chi è quel ragazzo che distoglie lo sguardo ferito
non appena appoggia i suoi occhi su di lui.
*
Giocare a Guitar Hero non è mai stato così
noioso. Tom non è dell'umore adatto per concentrarsi su di una chitarra
fittizia. La musica, i suoni, gli atteggiamenti, ricordano troppo il palco,
quello vero, quello su cui scatenarsi. E il palco ricorda solo una cosa. Non la
folla, non le canzoni, non il delirio passeggero di qualcuno che neppure
conosce, ma che lo osanna come se fosse il Papa. No, l'unica cosa riconducibile
al palco e alla musica e ai suoni è solo suo fratello.
Tom ha sempre suonato per Bill.
Georg lo batte facilmente nell'ennesima sfida, ma
Tom ha perso ogni volontà di rivincita.
"Hey, ti prego, togliti quell'espressione
dalla faccia! Si può sapere che sta succedendo?"
Tom si siede pesantemente sul letto di una stanza
che non è la sua. Che sta succedendo? Non lo sa. Neppure ne ha la percezione.
Sta succedendo qualcosa?
O è già successa?
"Niente, non preoccuparti."
Georg gli rifila un'occhiata estremamente
limpida. "Non rifilarmi stronzate, per favore."
Tom abbassa gli occhi, colpito in pieno. No. Non
doveva rifilare stronzate a nessuno.
Forse doveva iniziare da se stesso. Forse doveva
solo mettere ordine.
Era sempre stato un tipo piuttosto preciso, in
ongi ambito. Anche nei pensieri.
Ma da quando...
... da quando suo fratello era diventato
non-Bill, tutto era cambiato. La sua testa si era trasformata in un insieme di
pensieri distori e immagini che non riusciva a decifrare, suoni lontani, e
qualche grido. Gli si stringeva il petto e lo stomaco a ripensare alla
sensazione che aveva avuto quel pomeriggio, dopo essersi svegliato dall'incubo.
"Forse non ne voglio parlare." mormora
guardandosi le scarpe.
"Lo capisco, e va bene. Ma almeno dovresti
parlare con tuo fratello, sono tre giorni che lo ignori."
Lui non ignorava nessuno, era Bill che si
meritava quello.
E in un moto di cattiveria, Tom realizza che,
forse, si merita anche di più. Perchè lui, lui soffre e non è niente di
passeggero o di futile, è un qualcosa che lo logora dentro.
E ancora è convinto che la nausea sia dovuta a quello,
a lui.
Tom strizza gli occhi e si alza in piedi.
"Vado a letto."
"Tom..." tenta di richiamarlo il
bassista.
"Vado a letto." scandisce maggiormente.
"Come vuoi. Io sono qui, comunque."
Tom annuisce, stirando appena le labbra. Sa cosa
sta pensando Georg. Di sicuro starà riflettendo che quella è l'ennesima
litigata tra gemelli ed è meglio non indagare troppo. Si sa che le cose tra di
loro vanno in un modo strano che nessuno riesce a capire.
Forse neppure Tom stesso.
E si chiede se, invece, Bill ha mai fatto
chiarezza almeno in quell'aspetto.
Ma poi decide che non vuole saperlo. Non gli
interessa.
Basta.
*
Tom sta guardando il soffitto. In realtà non vede
nulla, è tutto completamente buio, è un'oscurità che lo avvolge totalmente. E
anche quella gli fa paura. Non riesce neppure a chiudere gli occhi e dormire,
non riesce a fare nulla.
Forse dovrebbe veramente parlare con Bill. Forse
dovrebbe solo lasciarlo spiegare.
Il punto è che non ha voglia di sentirlo parlare,
perchè si ricorda troppo bene di quel momento e della sua voce con
quella particolare sfumatura di eccitazione e stordimento così tipica per...
Tom strizza gli occhi, mentre contro al sua
volontà quelle immagini gli scivolano davanti agli occhi. È impotente e debole
di fronte alla perfidia della sua stessa mente. Avrebbe voglia di urlarle 'Stronza',
con tutte le forze che ha in corpo, ma sa che sarebbe tutto inutile.
Nessuno potrebbe sentire il suo grido disperato,
se non lui stesso. E lui l'ha già sentito troppo.
E la sua mente non si ferma, lo riporta ad un
pugno di giorni prima, quando tutto, ancora, andava bene. Quando Bill era
ancora Bill e solo Bill, suo fratello, ed era bello parlare con lui, era bello
averlo vicino.
Bill non avrebbe mai dovuto permettersi di
rovinare tutto. Di rovinarsi e rovinarlo in un istante tanto piccolo ed
effimero che quasi avrebbe potuto racchiuderlo in una mano. Ma in realtà pesa
come un macigno, e lui non è mai stato abbastanza forte per poter reggere dei
simili pesi.
E allora si rivede, mentre apre la porta della
sua camera da letto, senza preoccuparsi troppo. Senza sapere con esattezza che
ore sono, ma non è che abbia veramente importanza. Deve solo dire una cosa a
Bill, prima di andare a letto e dimenticarsela del tutto.
Semplicemente, deve attraversare il piccolo
salotto della loro suite e raggiungere la camera di Bill, opposta alla sua.
Non accende la luce: dalle finestre entrano
alcuni raggi dei lampioni e della città che si snoda al di là di quel muro, non
è necessario accendere l'interruttore, soprattutto perchè odia quella
sensazione orribile della luce negli occhi, quando sono ormai abituati al buio.
Avanza quindi a tentoni, schivando per un soffio il divano e riuscendo
finalmente ad arrivare alla porta della camera di Bill.
Non vuole fare troppo rumore, perchè non è sicuro
del fatto che suo fratello sia sveglio e non vorrebbe mai disturbarlo per
qualcosa di così stupido. Tom sa perfettamente quanto è importante riposare sui
dei letti veri quando ne hanno l'occasione e non vuole rovinare il sonno a Bill.
Apre piano la porta, senza bussare. Non lo fanno
mai, né Bill né Tom, perchè non c'è poi molto da nascondere a qualcuno che ti
conosce perfettamente. Ovviamente ci sono delle regole anche tra di loro.
Il 'Don't disturb' non è ignorabile,
neppure per loro.
Ma Tom non si preoccupa in quel momento. Solo che
nell'istante in cui la porta si apre sente un rumore. Bill allora è sveglio.
Tom non può fare a meno di sorridere, almeno
quella fuga notturna dal suo letto è servita a qualcosa.
"Tom"
È un sussurro o qualcosa di più, ma Tom lo
percepisce chiaramente. Possibile che suo fratello l'abbia già sentito entrare?
Forse sì, in fondo è sempre stato qualcosa di speciale il loro rapporto.
Tom sta quasi per chiamarlo, quando si blocca. La
mano ancora appoggiata alla maniglia, gli occhi puntati verso il letto, lì dove
alcuni spiragli di luce si riflettono sulle lenzuola bianche rivelando la
presenza di suo fratello. Tom non riesce a vederlo in faccia, Bill gli dà le
spalle, ma vede più di quanto ipotizzava.
Vede di più ed è troppo.
Le lenzuola si muovono, così come le spalle di
suo fratello, in un ritmo lento, quasi pigro.
"Tomi..."
E il cervello di Tom esplode, perchè realizza che
suo fratello non l'ha affatto visto, che quel sospiro pronunciato tra le labbra
non è rivolto veramente a lui, ma all'aria.
Capisce che suo fratello si sta facendo una sega.
E sta pensando a lui.
Suo fratello.
Tom si sente inchiodato a terra. Si sente
trafiggere, con una lacerante lentezza, le mani e i piedi, sente il sangue
scorrere veloce, sente il cuore pompare freneticamente e non ha idea di come
fare per interrompere quel supplizio.
Non può andarsene, non riesce neppure a formulare
l’idea tanto è assurda. È inchiodato in quel luogo, condannato ad osservare e
registrare – ma mai a capire - quell’immagine.
Si sente pugnalato e crocefisso, abbandonato e
fustigato, tradito ed umiliato per qualcosa che non ha commesso, ma che lo
chiama in causa in prima persona.
Perché non puoi voltarti dall’altra parte davanti
ad un te stesso duplicato.
Tom vorrebbe chiudere almeno gli occhi, serrarli
e non riaprirli mai più, se ciò che deve vedere si traduce in un corpo dal
profilo netto.
E la voce. La voce. Quella voce che
rimbomba dentro come una martello, come uno schianto a terra del bicchiere di
cristallo più puro.
Perché era puro, Bill.
Prima di sporcarsi le mani con il suo stesso
sperma.
Bill non è più Bill.
Quel Bill fa paura. Fa impressione. Quel Bill è
sbagliato e ingiusto, proprio con lui, Tom, la persona a cui dovrebbe voler
bene più del mondo intero.
E invece gli ha fatto questo.
Tom stringe i polmoni e si sforza di buttare
fuori l’aria, tutta, come se dipendesse la sua vita da quel gesto. E un po’ è
così.
Con l’ultimo soffio di aria, se ne va anche la
forza di reggersi in piedi, di rimanere lì, in quel luogo osceno.
Con l’ultimo soffio d’aria, se ne va anche lui.
Ritorna nella sua stanza da solo, senza Bill.
Bill, il suo Bill, quello vero e limpido,
quello in cui può guardare dentro e vederlo tutto, nella sua completezza, non
esiste più.
Si è voluto macchiare, perché l’ha voluto lui, e
ora ne paga le conseguenze.
Un fratello così non può essere suo.
Fa troppa paura per essere Bill.
E quindi, semplicemente, quello non è più Bill.
E Tom, nel ripensare a tutto quello sente di
nuovo le stesse, identiche, sensazioni.
È profondamente ingiusto, lui non ha mai chiesto
né voluto qualcosa del genere, e non capisce perchè gli sia capitato.
Tom chiude gli occhi e cerca di smettere di
pensare. È stata una giornata orribile, e ora vuole solo dormire.
Non vuole provare a capire, perchè non c'è nulla
da capire, da analizzare, da soppesare. Non c'è più nulla.
Tom rotola su un fianco e chiude gli occhi, con
ancora l'immagine di qualche giorno prima davanti agli occhi.
Non riesce a scacciarla, lo tormenta
continuamente e lui non sa che fare.
Tom spera solo di addormentarsi, e di dimenticare
per qualche ora. Non ha più le forze di ripensarci.
****
[Scritto: 3 Aprile - 25 Aprile]
Note dell'autrice: Il
primo capitolo! Non avete idea di quanto c'ho messo a scriverlo. Anzi sì,
un'idea ve la potete fare guardando qui sopra. Comunque. Una scena per volta.
E' nato una scena per volta. Non potete immaginare la frustrazione della
sottoscritta. ._. E' stato sfiancante, ma bellissimo, perchè scrivere questa
storia è stata veramente un'agonia intellettuale, ma visto che la amo e amo il
risultato non posso che stappare gioiosa le bottiglie di champagne XD.
E basta. Per quest'oggi credo di aver detto
tutto.