Mezzanotte

Disclaimer: Tom e Bill non mi appartengono in nessun modo, così come i Tokio Hotel. Tutto ciò che è narrato in queste pagine è solo frutto della mia fantasia, e ovviamente non ci guadagno assolutamente nulla.

 

 

Alle Träume sterben [Tutti i sogni muoiono]
Mitternacht - es ist Mitternacht
[Mezzanotte. È mezzanotte]

(MitternachtLaFee)

 

 

CAPITOLO 2

[Alle Träume sterben]

 

È tutto rosso e verde.  È un rosso intenso, fa un po’ paura, ma Tom non se ne preoccupa. Sente, sa, che deve andare avanti, anche se una forza altrettanto potente e vigorosa vorrebbe costringerlo a fermarsi. Ma lui non ci pensa.

Avanza all’interno di quella bolgia disorganizzata, si sente spintonare, e probabilmente spintona lui stesso. È tutto rosso e verde e la musica sembra non finire mai, sembra essere ovunque, in un susseguirsi di note.

Si sente leggermente meglio, ma leggermente è qualcosa di veramente troppo effimero per poterlo affermare con certezza. Tom sa solo che è lì, in quel momento. E che tutt’attorno è rosso e verde.

Si gira verso la sua destra, riconoscendo o pensando di riconoscere un paio di persone. In realtà, Tom non distingue i loro volti, sembrano confondersi in un unico viso, confuso e distorto. In effetti, è tutto confuso e distorto. O forse è lui a non essere completamente lucido, a vedere con occhi diversi, a sentire con orecchie diverse.

Forse ha semplicemente bevuto un po’ troppo. O non si spiegherebbe quel mal di testa pulsante e quel vago sentore di nausea. Ha lo stomaco rovesciato, tutte le sue interiora sono sottosopra ed è doloroso andarsene in giro in quel modo.

Il mal di testa sembra peggiorare, o forse è colpa del volume della musica che non fa che aumentare, quasi non riesce più a sopportare tutto quello. E fa caldo, fa dannatamente caldo, fa così caldo che ha l’impressione di poter collassate su quel pavimento da un momento all’altro. Se non fosse che il pavimento si sta muovendo.

È spaventato. Una spinta poderosa nella schiena lo fa vacillare, ma riesce a stare in piedi, mentre il pavimento scivola sotto la suola delle sue scarpe da ginnastica. Quando rialza gli occhi da terra si accorge che qualcosa è cambiato. Non c’è più il verde delle luci. È solo tutto di un inquietante rosso scuro.

Talmente scuro che sembra nero. Talmente scuro che quasi lo è, nero.

Si guarda intorno, quando di nuovo si sente spintonare. Vorrebbe girarsi e imprecare, ma non ci riesce. Il pavimento continua a scorrere, ma i suoi piedi sembrano incollati al terreno. Sono fissati a terra da un peso che non ha la forza di sollevare.

Forse è proprio debole.

Si guarda intorno, spaesato. Tutto diventa sempre più nero, mentre continua a percepire persone, oggetti, cose colpirlo in svariati punti del corpo. Non capisce come può liberarsi di tutto quello, perché non può muoversi. È intrappolato in quel luogo, legato al pavimento, inchiodato ad esso.

Vorrebbe gridare, vorrebbe gridare forte e farsi sentire, ma non ci riesce. Le sue corde vocali sembrano essere sparite, non c’è nessuna vibrazione. È muto, completamente muto.

O forse, Tom realizza con un’ondata di panico, sono gli altri ad essere tutti sordi. Forse lui sta effettivamente gridando, ma… ma non sente nessuno, nessuno.

E allora grida a vuoto, apre la bocca e urla più forte che può, cercando di sovrastare quella musica, cercando di sovrastare quel buio.

La voce gli si spezza quando avverte una presenza davanti a sé. Non riesce a vedere, è tutto nero, tutto uniforme, ma sa che c’è qualcosa, qualcosa che lo sta guardando e che lo sta studiando e che, forse, lo sta analizzando.

Nel momento in cui si avvicina, Tom tenta di tirarsi indietro, ma non ci riesce. L’ombra lo sta sopraffando, lo sta avvolgendo nelle sue calde braccia e Tom non vede più niente, ma sente.

Sente l’eco delle sue stesse grida propagarsi dentro di lui.

E continua a sentire.

 

*

 

Tom si sveglia all’improvviso. E all’improvviso ha voglia di urlare, di far uscire quel peso che ha dentro e che non fa che comprimerlo fino a quasi non farlo respirare.

Si porta una mano al petto e aspetta che il cuore smetta di battere all’impazzata.

Che cazzo succede. Che cazzo succede. Che cazzo succede.

Riesce a pensare solo a questo. Lo ripete nella mente, cercando di trovare una riposta che non vuole essere trovata. Si è nascosta.

O l’ha nascosta lui stesso.

Si alza in piedi e, barcollando, senza accendere la luce, si dirige in bagno. Ha bisogno di bere, di pisciare, di respirare e di smettere di impazzire. Se per le prime due ha una soluzione rapida, per le altre non sa che fare. Si sente in trappola, imprigionato dentro se stesso.

Basta.

Chiude gli occhi, mentre un brivido gli scorre lungo la schiena fino ad infrangersi contro la base del collo. Ha freddo e ha caldo. Riesce a rivedere davanti a sé tutto quello che ha sognato.

Sognato. Non era un sogno. Era un incubo. Alpdruck. Nightmare. Cauchemar.

Alpdruck. Alpdruck. Gli elfi si sono divertiti un po’ troppo quella notte. Un po’ troppo. Talmente tanto che la testa gli sta per scoppiare, come se qualcosa stesse veramente premendo contro le sue tempie affaticate. (*)

Sono tutte stronzate, ma a volte è più facile dare la colpa ad altro.

È sempre più facile.

Apre il rubinetto dell’acqua fredda e si bagna il viso. Ha voglia di farsi una doccia. Ha voglia di abbandonarsi all’acqua totalmente. Vuole lavare via tutto quanto.

Si sente male e si sente sporco.

Che cazzo succede.

Tom scuote la testa e torna nella camera. Guarda il letto sfatto, le lenzuola stropicciate, la luce soffusa, le tende rosse. Ha come un dejà-vu. Forse ha già visto qualcosa di simile, forse l’ha già vissuto.

O forse è solo un incubo di merda che lo sta mettendo sotto pressione, che lo sta attanagliando, che gli sta facendo perdere la testa. E lui, la testa, la vuole ben salda sulle spalle.

Si avvicina al letto, lo guarda con aria critica, quasi a volerlo studiare, e decide che le sue ore di sonno, per quella notte, sono finite.

Niente più incubi.

Basta. Basta.

 

*

 

La giornata è quello che è. Interviste, chiacchiere, parole, un ammasso di futilità lavorative che devono fare. Servono anche loro. Ma Tom, quel giorno, ne farebbe volentieri a meno. È ancora intontito dalla mancanza di sonno. È ancora stranito dall’incubo che ha avuto di notte. E rispondere ad una serie di domande tutte uguali non sembra la soluzione migliore.

Si sente come se stesse per impazzire, e non sa perché.

Come sempre evita di guardare Bill. Lo evita perché non c’è, quindi non vuole guardarlo.

Se quello non è lui, allora non merita la sua attenzione. Perché solo suo fratello ha sempre avuto il suo sguardo addosso, come una sicurezza in più, come una guardia. Mentre ora… ora Tom non lo guarda più, e non riesce neppure a chiedersi se il suo Bill si possa sentire spaesato nel non avere la sua attenzione perenne.

Tom ce la mette tutta per evitarlo.

È comunque difficile, però. Perché quello parla, risponde alle domande e sembra proprio suo fratello. È difficile credere che non lo sia. Ma lui conosce bene il vero Bill. Quello dolce e buono e gentile. Quello che si incazza per un niente, ma che perdona subito.

Quello non è suo fratello e lui non è interessato ad ascoltare ciò che sta dicendo.

Quando l’ennesima intervista finisce, si alza in fretta dal divanetto, pronto a dileguarsi in bagno, ma David è più veloce di lui. L’ha braccato e scovato e adesso vuole la sua pelle.

O, più semplicemente, delle risposte.

Tom sa, però, che non si tratta di un’intervista e che dovrà sforzarsi di essere convincente. Non è mai riuscito veramente a far fesso David. Forse perché è più grande, forse perché è semplicemente più furbo di lui.

Che cos’è questa storia?”

Tom si appoggia al muro e incrocia le braccia al petto. Assume quell’aria da ragazzino strafottente che David odia. E lui lo sa perfettamente, ma non riesce a resistere, non può. In qualche modo deve tutelarsi.

Quindi meglio passare per stronzo che raccontare… che raccontare di suo fratello.

“Quale storia?”

David sbuffa. È già infastidito e irritato, Tom lo sa perfettamente perché glielo si legge in faccia e negli occhi. “Lo sai perfettamente, piantala di fare il cretino e vedi di provare a ragionare. Non hai degnato tuo fratello di uno sguardo, ti sei guardato le mani per tutto il tempo dell’intervista. Mi spieghi che razza di novità è questa?”

Tom vorrebbe solo dirgli ‘Quello non è mio fratello, ma non ci riesce.

Forse perché è troppo intelligente per credere realmente ad una simile stronzata.

“Abbiamo solo…” Tom sbuffa. Litigato? Discusso? Pestato i piedi? No. Non è niente di tutto questo, perché è anche peggiore. Ignorarsi vuol dire che non esiste più nulla.

E Tom ha un po’ paura a esprimerlo a voce.

A Tom viene bene ripeterselo, perché può sentirlo solo lui, ma dirlo a parole… dirlo a parole significherebbe trovare il vero Bill. Perché se non c’è, in qualche posta dovrà pur essere andato, no?

“Abbiamo avuto dei problemi, tutto qui.”

“Tutto qui un bel niente, Tom. I problemi vanno bene se sono al di fuori del lavoro. Al di dentro non ci devono entrare, poche stronzate. Vedi di chiarire con Bill. Questo dev’essere l’ultimo giorno che vi vedo comportarvi in quel modo.

Tom sbuffa di nuovo. “Ma perché non le dici anche a lui queste cose, eh? Le palle le devi rompere sempre a me…”

Sa di stare esagerando. Lo sente nell’inclinazione della sua voce e nell’espressione del viso del manager.

Perché Bill sembra dispiaciuto, ecco perché. A te, invece, sembra che non te ne freghi niente.

Non gliene frega niente.

Se non gliene fregasse niente non starebbe così, non si sentirebbe così male. Non avrebbe il desiderio folle di tirare uno schiaffo a Bill e ricominciare tutto da capo. Ma non può, perché non riuscirebbe a dimenticare.

Tom serra i pugni. Bill non può essere dispiaciuto per il suo motivo, semplicemente perché Bill non sa qual è il suo motivo. Bill non sa niente, perché Tom si è dimostrato troppo codardo per riuscire ad affrontarlo. È fuggito con la coda tra le gambe, alla vista di quello.

E poi ha deciso di recidere ogni contatto con Bill. Basta.

Solo che i contatti sembrano essersi amplificati ancora di più.

Ha concluso che non voleva avere a che fare con lui, non preoccupandosi affatto che Bill non sembrava intenzionato a non aver a che fare con lui.

Tom distoglie lo sguardo da David, si stacca dal muro contro cui era appoggiato e si stringe nelle spalle. Non dà modo a David di ribattere in qualche maniera.

Si dirige verso la fine del corridoio, riuscendo a pensare solo che, per quel giorno, le interviste sono finalmente terminate.

Ha solo voglia di una doccia. Che lavi via un po’ tutto. Anche quel senso di oppressione che non riesce a seminare dietro di sé, ma che continua ad accompagnarlo come un fedele animale.

Un animale.

Un animale come si sente un po’ lui. Anche se non sa perché.

 

*

 

Il bussare alla porta sembra quasi risvegliarlo dall’intorpidimento in cui è caduto. In cui è caduto, ma è stato attento. Non si è addormentato e, anche se non lo ammetterebbe mai, ha un po’ paura di chiudere nuovamente gli occhi.

Non sa cosa potrà vedere nel buio della sua stanza o della sua mente.

Semplicemente, forse, lo sa fin troppo bene e, proprio per questo, non vuole affatto esserne testimone.

“Chi è?” borbotta con voce rauca.

“Sono io, posso entrare?” gli risponde la voce di Georg dall’altra parte.

Tom rotola su un fianco e fissa la porta della sua camera d’albergo. “Vieni.”

Il bassista entra pigramente, facendo chiudere dietro di sé la porta, senza badarci troppo. “Volevo chiederti se ti va di unirti a noi, stasera.”

Tom arriccia leggermente il naso a quelnoi’. Noi chi? Vorrebbe chiedere.

“Noi chi?” chiede.

Georg sembra infastidito. Sbuffa leggermente e Tom se ne accorge, ma non gliene fa una colpa. Sa il motivo per cui il suo amico si comporta così. Perché è suo amico, appunto, ed è anche amico di… lui.

“Io e Gustav. Bill dice di non aver voglia, preferisce dormire. Immagino che sia perché sospetta la tua presenza.

Tom si porta a sedere. Vorrebbe rispondergli che, al più, dovrebbe essere il contrario. Che quello là la fuori, quello nella camera 127, quello con i capelli neri, gli occhi grandi, la t-shirt bianca e argento, i jeans modello Lowky della Diesel, il collare nero, il giubbotto in pelle bianco di Dior, ecco, lui, non ha proprio nessun diritto.

E si sente quasi male nel constatare che in quei quattro secondi e mezzo in cui l’ha osservato, o intravisto, abbia registrato una quantità di dettagli impressionante.

C’è qualcosa che non va anche in lui, forse.

O, più probabilmente, lo conosce proprio troppo bene.

Dannazione.

Tom annuisce, distratto. “Sì, beh, ok. Poi vengo, allora.”

Chiude così la conversazione, ma si accorge di non aver chiuso proprio niente quando incontra di nuovo lo sguardo del bassista.

Che c’è?”

Georg scuote la testa, affranto. Come se fosse inutile parlare, come se fosse superfluo e poco importante. Perché, probabilmente, ha proprio già capito tutto.

Che è impossibile, cioè, mettersi in mezzo tra loro due, perché loro due hanno regole che non sono scritte da nessuna parte e che nessuno conosce bene.

“Non potresti veramente parlarci, Tom?”

Tom sbuffa, questa volta non gliene frega niente di sembrare uno stronzo. Non gliene frega proprio niente, tanto che non si preoccupa proprio di camuffare quel suo stato d’animo. “Georg, non è giornata.”

“Non è giornata? Che stronzata è questa, si può sapere? Non potete andare avanti così, a non parlarvi. Mettete in imbarazzo tutti, e lo sai.”

Tom si scosta dal viso un dread che ha deciso di seguire una strada autonoma. “E perché dovrei essere io ad andare da lui?”

Georg incrocia le braccia al petto e lo guarda con un misto di voglia di riempirlo di botte e mandarlo a fanculo. Però decide saggiamente di non fare nessuna delle due cose. “Perché lo sai com’è Bill. Non ascolta nessuno…”

Tom abbassa il capo. Si sente colpevole.

In fondo sa perfettamente che è colpa sua. Lui ha preso Bill e l’ha messo in un angolo.

Però è stato Bill, è stato lui ad iniziare. Se lui…

Tom chiude gli occhi. Non vuole pensarci.

Quando riapre gli occhi, decide che forse è arrivato il momento di rispondere.

“Arrivo tra cinque minuti.”

Rispondere sì, ma non alla domanda che Georg aveva sganciato.

 

*

 

L’alcool gli fa sempre uno strano effetto di morte e di irrefrenabile attività.  Lo rende agitato e apatico. Però no, non tutto insieme.

È sempre un terno al lotto sapere cosa accadrà ingoiando tre o quattro birre.

Riderà? Si accascerà sul divano? Avrà voglia di bere ancora?

Avrà voglia di scopare?

Tom afferra l’ennesima bottiglia di birra e se la porta alle labbra. Vuole sfondarsi d’alcool quella sera. Vuole farlo perché, se c’è una sola, singola costante di quando beve, è il fatto che non capisce più niente, dopo un po’.

Basta andarci giù pesante, insomma. Veramente pesante. Ma non importa. Basta far scivolare dentro il corpo tutto il contenuto di quella bottiglia. E poi di un’altra. E di un’altra ancora, se necessario.

Non esiste uno stop e non esiste la possibilità di fermarsi prima di aver raggiunto l’obiettivo.

Tom si appoggia con la schiena contro il letto e socchiude gli occhi.

Non sta veramente ascoltando cos’ha combinato Georg nella sua ultima performance con una ragazza particolarmente vogliosa e disponibile. Non lo ascolta perché è una storia come tante altre, che si è già ripetuta e si ripeterà in futuro. Anche lui potrebbe aggiungere una quantità spaventosa di dettagli, ma non lo fa.

Forse è un po’ troppo sbronzo per riuscire a ricordarli, i dettagli.

Sente ogni tanto una frase, una parola, una risata dei suoi compagni e amici. E quando c’è da ridere, ride. Evidentemente, quella sera, l’alcool gli sta facendo bene. Lo sta portando fuori controllo e fuori dal mondo.

È quasi con stupore infantile che si accorge che, battendo la bottiglia sul pavimento ricoperto di moquette, un po’ della birra salta fuori.

È con una stupidità tutta adolescenziale che ripete quel gesto all’infinito.

Una piccola botta, e un po’ di birra che esce.

E una macchia si allarga sul pavimento.

E Tom sorride.

“Oh, ti prego! Adesso basta, fermati…”

Tom alza lo sguardo su Georg, in piedi di fronte a lui.

Lo guarda, ma non lo vede.

È strano. Georg è lì, ma forse è Tom a non esserci più. O forse c’è, ma la sua mente è lontana.

Distante di qualche giorno, di poco più di un pugno d’ore.

Ti prego. Fermati. Basta.

Basta. Basta. Basta.

Ti prego. Ti prego.

Fermati.

Fermati.

Tom lascia cadere la bottiglia a terra, la birra inizia a fuoriuscire e ad espandere la macchia. C’è odore di alcool e Georg quasi inciampa per riuscire ad afferrare la bottiglia. Gustav ride, osservando la scena.

Tom non ci riesce.

Tom vorrebbe piangere, sente le lacrime pungergli dolorosamente gli occhi.

Ma riesce solo a vomitare, lì, poco distante dalla macchia di birra sul pavimento.

Riesce solo a fare quello.

Ma vorrebbe piangere. E anche un po’ morire.

La realtà, si sa, non è mai come uno se l’aspetta.

 

*

 

Tom ricorda.

E questo è più terribile di qualsiasi altra situazione. L’angoscia, l’incertezza, l’oppressione, non sono che pallide manifestazioni.

Tom ricorda e non vuole, perché ora che sa vorrebbe solo non farsi più vedere per il resto della sua vita.

Desidera morire, per la prima volta nella sua vita.

Perché Tom riesce a rivedere, e non vuole.

E mentre avverte le braccia di Georg sostenerlo e condurlo al bagno, capisce di volere solo una persona, l’unica che non c’è. Non c’è perché lui l’ha allontanato.

E si sente più solo che mai.

Tom si china sulla tavoletta del water, mentre un singhiozzo gli scivola fuori dalle labbra, insieme all’alcool che ha in corpo.

E quel rumore, quel singulto strozzato, gli rimbomba nelle orecchie insieme a quel grido silenzioso che ha portato dentro di lui per quei giorni.

E si rivede in quella discoteca. Ci sono le luci, rosse e verdi, che saettano da una parte e dall’altra. Illuminano volti e li mettono in ombra, creando un susseguirsi di visioni e di immagini confuse. Non ricorda nessuno all’interno di quell’insieme, è tutto confuso e distorto, ma non è quello l’importante.

E poi un nuovo conato di vomito lo coglie, fregandolo sul nascere, quando la sua mente gli riporta la percezione di lei. Tom non ricorda il suo nome il suo volto o ciò che si sono detti.

Non ricorda niente di lei.

Gli era piaciuta, però. Tanto. Aveva un modo di muoversi vicino a lui che l’aveva fatto eccitare. Anche se in realtà, probabilmente, non si era mossa affatto.  L’aveva guardato, però. L’aveva guardato e, sperato?, in un suo approccio. E Tom aveva pensato che tutte vogliono solo una cosa.

L’aveva presa con sé.

Chiunqueleifosse.

Non aveva importanza.

Ma, Tom pensa, mentre una morsa gli stringe il petto e gli attorciglia lo stomaco, legandolo stretto, ne ha adesso.

Adesso ha molta, moltissima importanza.

Perché Chiunqueleifosse ha bisogno di un nome. Di un viso. Di un indirizzo.

E, merda, lui neppure riesce a ripensare a ciò che ha fatto, a come si è comportato.

Non ricorda molto, se non il suo profumo e i singhiozzi disperati di quando ha deciso per lei.

Chiunqueleifosse non ha un nome, nella sua testa, ma è comunque un incubo vestito da realtà che è tornato a bussare alla sua porta.

Si sente male, si sente malissimo, ed è ancora poco per riuscire a descrivere cosa prova realmente, mentre si aggrappa senza forze al water, singhiozzando e vomitando l’anima. E che almeno uscisse, invece resta lì, ancorata dentro di lui, e Tom non sa che farsene.

È marcia, quell’anima. È sporca e puzza e grida, e Dio, lui non la vuole più.

Vorrebbe solo tornare indietro. Non a quella sera, ma a qualche giorno prima ancora.

In modo da non alzarsi affatto per parlare con Bill, in modo da non scoprirlo.

In modo, un pugno di giorni dopo, da non desiderare di bere tanto da non ricordarsi il proprio nome, tanto da non capire più come camminare, come respirare, come comportarsi.

Tanto da non arrivare a portarsi nel letto una ragazza senza volto e senza nome contro la sua volontà.

È un mostro.

Più di Bill, più di tutti. Perché Bill non gli ha neppure fatto del male, era da solo, nel suo letto, e lui, il vero mostro, per cancellare quell’immagine ha deciso di bere. Bere tanto e bere troppo. Bere e non sapere più nulla.

Bere e sentire solo la voglia di divertirsi, di mandare a fanculo tutto, di lasciarsi scivolare nel sudore e in un orgasmo, di procurarsi l’ennesima via di fuga da Bill, dal suo non-fratello che non lo abbandona mai.

Mai, neppure nei momenti peggiori, era sempre lì. È sempre lì.

E Tom, per scacciarlo, quasi fosse una mosca fastidiosa – quando l’unico insetto che svolazza sopra la merda è lui, lui che di merda è ricoperto -, quasi come se non fosse importante.

Come se potesse veramente allontanarlo da sé. Come se non lo sentisse comunque.

Tom voleva non sentire più nulla. Non sentire, non pensare, non vedere, non sapere.

Ora, però, sa molte, moltissime cose. Sa che si fa schifo, ed è ancora troppo troppo poco. Sa che vorrebbe vomitarsi addosso, in modo da far schifo anche agli altri. In modo da far schifo a tutti, ad ogni singola persona che potrebbe incontrare sul suo cammino. Non merita niente, proprio niente.

È un mostro, un mostro vero, un mostro totale.

Un animale.

E, come tale, meriterebbe solo l’abbattimento.

Ma non riesce a non di chiedersi se, almeno Bill, riuscirebbe a reggerlo in piedi, visto che lui in quel momento vorrebbe solo scivolare a terra. E non rialzarsi più.

 

****

[Scritto: 27 Aprile – 4 Maggio 2008]

 

(*) Piccola precisazione doverosa. Allora, qui è riportato un concetto che ho imparato l’anno scorso nel mio amatissimo corso di estetica (<3). La parola Alpdruck (incubo) è formata da Alp(elfo) + druck(da drucken,fare pressione/comprimere’).  Per i tedeschi, cioè, gli incubi sono rappresentati dagli elfi che premono sul corpo del malcapitato. Questa cosa mi aveva molto colpito, perché non è così in tutte le lingue. Ovviamente non è così né in italiano né in inglese (Nightmare è ‘cavallo notturno’). Un quadro in cui potete ritrovare entrambe le trasposizioni è questo: http://www.pitt.edu/~dash/fuseli.jpg

Ultima precisazione. Bill utilizza (ad esempio in Nach dir kommt nichts) la parola Alptraum per indicare l’incubo. Io ho scelto quest’altra perché il verbo ‘comprimere’ da cui la parola viene fuori mi sembrava molto adatto per ipotizzare un mal di testa molto doloroso.

 

Note dell’autrice: E anche questo è archiviato!

Un’altra precisazione, nonché citazione. Chiunqueleifosse è stato ricalcato da Whatsername che è una canzone dei Green Day contenuta nell’album American Idiot. La traduzione ovviamente non è letterale, ma il punto era di far avvertire la stessa sensazione che si ha con la controparte inglese.

Altro da aggiungere… non credo. Ci sentiamo tra pochi giorni per la chiusura, con il terzo e ultimo capitolo!