Mezzanotte

Disclaimer: Tom e Bill non mi appartengono in nessun modo, così come i Tokio Hotel. Tutto ciò che è narrato in queste pagine è solo frutto della mia fantasia, e ovviamente non ci guadagno assolutamente nulla.

 

 

Alle Träume sterben [Tutti i sogni muoiono]
Mitternacht - es ist Mitternacht
[Mezzanotte. È mezzanotte]

(MitternachtLaFee)

 

 

CAPITOLO 3

[Und alle Engel schreien heut´ Nacht]

 

È tutto rosso e verde. Tutto di queste due tonalità. A fasci alterni e continui, che catturano l’attenzione e confondono. Tom ha un brivido che gli scorre lungo la schiena. Che gli scorre veloce, come impazzito.

Ha un dejà-vu. Sa di aver già vissuto tutto quello, oppure è proprio una di quelle strane sensazioni che, alla fin fine, si risolvono in un nulla.

Avanza lentamente in mezzo a tutta la ressa che si accalca al centro della pista. Non ha voglia di ballare, ma decide di passare ugualmente lì tra la gente. Vuole prendersi qualcosa da bere. Ancora.

Nel momento in cui si ritrova in mezzo alla folla, inizia a sentirsi un po’ male. Lo spintonano, gli provocano anche un certo fastidio, ma cerca comunque di avanzare, anche se è abbastanza difficile.

Non riesce a muoversi, i piedi sembrano incollati al pavimento e, nonostante tutti i suoi sforzi, non si sposta. Non sa perché, non sa cosa sta succedendo, ma non gli piace per niente la sensazione. È orribile e opprimente. Tutte quelle persone, quella gente, non fa che accalcarsi addosso a lui e Tom vorrebbe solo fuggire. Ma non può, non ci riesce, non riesce in alcun modo. È l’impotenza e l’angoscia dovuta ad essa.

E poi le luci cambiano, il verde scompare e tutto assume la tonalità del rosso. Un rosso porpora, molto scuro, quasi nero.

Quasi il colore del sangue, quasi il colore che lui si ritrova sulle dita, senza saperne il motivo. Si accorge solo dopo del fatto che, ciò che ha sulle mani non è del colore del sangue.

È sangue.

Tom si sente la testa girare. Non riesce a capire e quella musica a tutto volume lo stordisce ancora di più.

Alza lo sguardo e lo porta di nuovo di fronte a sé, mentre i suoi pensieri si rincorrono nuovamente su quelle mani, cos’hanno fatto quelle mani? Cos’hanno fatto?

E davanti a lui non c’è più niente. O forse c’è, solo che è tutto troppo scuro e buio e privo di forma per poterlo definire. Non ci sono contorni, non ci sono spazi, non ci sono tempi. È tutto un ammasso di ombre nere che cerca solo di appropriarsi del suo spazio. Ma è suo e non vuole cederlo.

Cerca di muoversi, di allungare una mano, ma viene inghiottita dal buio. Le ombre sono lì per sopraffarlo, lo sa e lo sente e ha paura proprio per questo.

Non riesce a capire cosa deve fare, come deve muoversi o come deve agire.

Vuole gridare, gridare il più potentemente possibile, ma non ci riesce. Apre la bocca, la spalanca, mentre il terrore passa attraverso i suoi occhi, ma non riesce ad emettere nessun suono.

E poi riesce ad afferrare qualcosa o qualcuno con la sua mano tesa, riesce ad aggrapparsi a… una mano? È una mano quella che stringe con violenza tra le sue dita?

Si sente afferrare violentemente ai polsi, si sente cadere a terra, mentre le ginocchia sbattono sul pavimento producendo uno strano rumore ovattato. E lui, nonostante la musica assordante, riesce a sentire quel suono. Quel tonfo.

Quando Tom alza gli occhi in alto, mentre le ombre appaiono sempre più grandi dalla sua posizione, si rende conto di avere veramente la capacità di gridare. O, per lo meno, gli è tornata. Perché non riesce a resistere.

Quella mano è ancora stretta alla sua, e lo sta trascinando, e allora lui prova a liberarsi, mentre esala parole senza senso, che sembrano più una preghiera che altro. Riesce a graffiare quella mano, ma non a liberarsi. La graffia, la stringe, grida e vorrebbe urlare, ma è tutto inutile.

Perché quelle dita tornano più violente di prima, questa volta sulla sua bocca. Lo schiacciano a terra, mentre quella mano ruvida preme addosso alle sue labbra, impedendogli di respirare e di gridare. Sente le lacrime formarsi agli angoli degli occhi, e non ha mai avuto così tanta paura in vita sua.

Prova a muoversi, a scalciare, a strisciare via, ma è tutto inutile.

E allora prova a chiudere gli occhi per un momento, ma anche quello non serve a nulla. Sembra condannato.

Condannato e punito.

Quando Tom riapre gli occhi, il suo grido è talmente forte che riesce a trapassare la barriera di carne costruita dalla mano.

E si espande nella sua bocca, nelle sue orecchie, nella sua testa.

Mentre, davanti ai suoi occhi, si staglia netta e precisa la sua immagine.

Carnefice e vittima.

Quando Tom si porta a sedere di scatto, mentre il lenzuolo quasi fatica a scivolargli via di dosso tanto è sudato il suo corpo, ha solo quell’associazione di parole in testa.

Carnefice e vittima.

Ha voglia di piangere, di un pianto infantile e liberatorio, ma per lui non c’è nessuna liberazione.

Carnefice e vittima.

Ecco cosa si prova ad essere violentati, Tom Kaulitz.

 

*

 

Tom si trascina fuori dalla stanza. Dopo quell’incubo terribile non ha più dormito. Non ha nemmeno provato a chiudere occhio.

Non avrebbe senso sforzarsi tanto per addormentarsi, quando poi sarebbe stato costretto a tornare alla realtà qualche ora più tardi. Lui vorrebbe serrare gli occhi e non aprirli mai più, ma non può. È stato condannato a tutto quello.

Si è condannato con le sue stesse mani.

Fermati.

Quella parola continua a tormentarlo, mentre cammina, mentre entra in ascensore, mentre si appoggia alla parete e guarda il soffitto, pregando, implorando, piangendo mentalmente affinché quell’ammasso di ferraglia precipiti al suolo, portandolo con sé.

Che si schianti, Dio, che si schianti questo cazzo di ascensore.

Vorrebbe morire, ma non ha il coraggio di farlo.

E vorrebbe solo riuscire ad avere di nuovo Bill. Bill che saprebbe cosa fare, perché Bill… perché Bill lo sa sempre. Bill gli tiene i capelli quando vomita e gli rimbocca la coperta quando è malato.

Bill, però, lui l’ha fatto sparire.

È colpa sua ed è colpa di Bill.

E alla fin fine, forse, non è proprio colpa di nessuno.

Perché Tom ancora prova un senso di nausea nel ripensare a ciò che ha fatto, fa, farà suo fratello pensando a lui.

Ma prova un senso di disgusto più profondo nel ripensare a ciò che ha fatto lui.

E Bill e le sue colpe passano in secondo piano. Perché non è così sporco, lui. Può ancora salvarsi in qualche modo, ci deve essere una soluzione, anche se non sa qual è. Ma per lui, per Tom, non c’è espiazione né assoluzione. Condanna, solo una profonda condanna, che arriva prima di tutto da se stesso.

Non sarebbe servito a nulla lavarsi quelle mani sporche. Non sarebbe servito perché niente avrebbe lavato via quello che aveva dentro.

Mentre suo fratello poteva ancora ripulirsi, Bill ci sarebbe riuscito. Bill, forse, neppure sapeva di dover confessare qualche crimine, perché lui, di crimini, non ne aveva mai commessi.

Ama.

E Tom ha odiato.

E l’odio gli ha procurato un volo in prima classe in un posto che aveva solo ipotizzato. Tanto l’Inferno non esiste.

Invece sì.

Riesce ad arrivare in sala da pranzo e il suo stomaco fa una capriola al contrario, quando scorge la figura di Bill al loro tavolo. Istintivamente, come ha imparato a fare in quei giorni di allontanamento da suo fratello, abbassa gli occhi sulle sue scarpe da ginnastica e osserva i piedi muoversi da soli. E si dà mentalmente del cretino e dello stupido e dell’idiota, perché vorrebbe solo riuscire a guardare Bill, trasmettergli tutto quello che ha dentro, fargli capire che vorrebbe afferrare una pistola, puntarsela alla tempia e poi premere il grilletto, facendo esplodere dentro di lui la vera sofferenza, e che non riesce neppure a prendere una lametta del rasoio tanto è impaurito da tutto questo.

Non ce la farà mai. Proprio mai.

Ed è per questo che ha bisogno di Bill. Si sente uno sporco approfittatore, ma non può farne a meno.

Vuole morire. Ha paura di farlo. Ha bisogno di Bill. Perché lui gli impedirà anche solo di muoversi, se ha in testa qualcosa di marcio. Gli impedirà di farla finita e lo terrà legato a sé.

O, forse, sapendo cos’è diventato suo fratello, lo ucciderà lui stesso.

Afferra una sedia e si accomoda al tavolo, cercando di sollevare gli occhi. Li fa scorrere sulla tavola, come per prendere tempo, e registra tutto quello che è posato sopra la tovaglia. I cucchiai, i piatti, i tovaglioli, un centrotavola forse un po’ troppo grande, la mano di Bill.

Il polso di Bill.

L’avambraccio di Bill.

Il gomito di Bill.

Il braccio di Bill.

La spalla di Bill.

I capelli di Bill.

Gli occhi di Bill.

Bill…” mormora impaurito e confuso, mentre sente la voce incrinarsi pericolosamente. Ringrazia il fatto che Gustav e Georg non ci siano ancora, o che abbiano semplicemente già fatto colazione. Ringrazia il fatto che non lo possano vedere in quello stato, loro che hanno già assistito alla sua prémiere, la sera precedente.

Suo fratello, quello sbagliato, ma sempre e comunque lui – e ora che lo guarda negli occhi riesce a riconoscerlo. È Bill. Rimane lui. Lo rimarrà sempre. Il suo Bill. – lo guarda negli occhi. Gli restituisce uno sguardo impaurito.

Forse si sta chiedendo il perché di quel cambiamento.

E forse è meglio che non lo sappia mai.

Cos’è diventato suo fratello?

Tom non riesce a darsi una risposta. Quella parola fa troppa paura ed evita di pensarci, ma la realtà dei fatti non cambia.

Lui è esattamente Quello.

E Quello ha fatto del male a Chiunqueleifosse.

Sospira, portandosi una mano sugli occhi. Vorrebbe confessare tutti i suoi peccati a Bill, come neppure ha mai fatto al Pastore quando era poco più di un bambino. Vorrebbe farlo e sentirsi dire ‘Io ti perdono, anche se Bill non può proprio niente.

Ma Tom sa che, in qualche modo, il perdono di suo fratello è l’unica cosa che sta cercando. Vuole la sua assoluzione o una sua condanna. Forse, semplicemente vuole ancora Bill. Il suo Bill.

Allunga timidamente una mano sul tavolo quasi a voler sfiorare, afferrare, stringere, quella di suo fratello. Allunga la mano e scorge sul dorso quel piccolo graffio, souvenir di quella notte maledetta. Una notte che vorrebbe cancellare. E che invece ha tatuato addosso, se la sente ancora sotto le mani e nella testa. Soprattutto lì, immersa nei pensieri. E poi Bill non si ritrae, anzi. Stringe le dita nelle sue e lo guarda negli occhi. E Tom spera di riuscire veramente a trasmettergli quello ‘Scusa’ che si porta dentro.

Perdono. Perdono. Perdono.

E si chiede se incontrerà mai Chiunqueleifosse. Si chiede se riuscirebbe a riconoscerla, forse per un gesto particolare, per una mossa, per la voce. E si risponde che non ne ha idea.

E sta ancora più male per quel motivo.

Stringe con forza le dita di Bill, quasi a volersi abbandonare solo a quella mano.

Non si rende neppure conto che Bill non ha mai aperto la bocca. E che continua a guardarlo con gli occhi grandi di chi non capisce.

O di chi capisce fin troppo bene.

Non se ne rende conto. Perché non lo vede veramente.

Ancora una volta la sua mente lavora per conto suo, trasformando i suoi desideri in realtà.

Bill era stato cattivo, allora Bill andava cancellato.

Ora lui è stato più cattivo di Bill, quindi è lui che va cancellato, facendo però tornare Bill.

Non il Bill reale.

Ma il suo adorato fratellino.

Quello sempre pronto a stringergli la mano nei momenti di bisogno.

Non il Bill reale.

Perché Tom non riesce a vederlo. Non riesce ancora a vederlo.

 

*

 

Tom l’ha guardato, durante quella giornata. L’ha guardato talmente tanto che si è quasi affaticato gli occhi.

L’ha guardato perché ha dovuto riprendersi tutti i secondi passati a fare altro. Tutti i secondi persi durante quei giorni.

L’ha guardato, perché gli era mancato sul serio.

Il suo Bill.

Suo fratello.

Il suo fratellino

Il suo amato Bill.

Ha però messo da parte certe immagini. Immagini riguardanti Bill. Immagini della sua mano. Ricordi dei suoi gemiti. Ricordi sporchi e osceni. Li ha messi in fila, uno dopo l’altro, uno sull’altro, e poi li ha posati lì, nell’angolo, assicurandosi che non saltassero fuori all’improvviso.

Ha messo da parte anche immagini riguardanti se stesso. Immagini delle sue mani. Ricordi di grida, pianti e singhiozzi. Ricordi sporchi e osceni. Li ha presi, ha tentato di estirparli dalla propria memoria ma non c’è riuscito. Sono radicati lì, in lui, in profondità.

Così si è limitato a buttargli sopra un velo e a tentare di coprirli nel migliore dei modi. Non ha fatto un lavoro perfetto, ma è già qualcosa.

Così, quando quella memoria insudiciata è stata messa in un cassetto e chiusa a chiave, ha potuto tornare a vedere suo fratello.

L’ha guardato, l’ha guardato tanto, l’ha guardato fino a conoscere ogni cucitura dei suoi jeans, ogni sfumatura dei suoi capelli, ogni piega della sua t-shirt. Però non l’ha visto veramente.

Ma di questo non se n’è accorto.

E ora vuole stare con lui. Ancora un po’.

Per ancora un po’ di minuti vuole semplicemente tornare ad avere suo fratello. Ha bisogno di lui e di stargli accanto. È debole e fragile, in quel momento più che mai.

Perché la sua memoria è in un cassetto, ma in realtà galleggia sopra la sua testa, e continua a pressarlo a terra.

Non può, cioè, liberarsene. Non può perché è difficile liberarsi da se stessi.

Ma lui ha Bill. E Bill può aiutarlo.

E così entra dietro di lui, in camera, chiudendo la porta alle sue spalle.

Di nuovo una camera d’hotel.

Le odia. Le odia da quando ha la chiara percezione di cos’è successo, in una camera molto simile a quella.

Le odia, perché non può non odiarle.

Si chiude la porta alle spalle.

Si chiude la porta alle spalle.

E guarda Bill. Lo guarda sedersi sul letto e piegare la testa di lato, mentre i capelli gli ricadono leggeri sul viso, davanti agli occhi e contro le labbra. Mentre i suoi occhi gli scrutano dentro, alla ricerca di quelle parole che non vuole formulare.

E guarda.

Tom si avvicina, ciondolando lentamente da una parte e dall’altra. Oscilla lentamente, è stanco, affaticato e distrutto.

Ha un segreto dentro di sé, che non può confessare, ma che spera che Bill capisca da solo. Sa che è impossibile, sa che non può farlo.

Perché la sua memoria non è anche quella di Bill.

Non è anche la sua.

Eppure sono la stessa cosa, no?

Forse sono più connessi di quanto immagina.

Forse non si sono mai staccati.

I suoi ricordi sono in un cassetto e lui non vuole aprirlo.

Ma il cassetto si apre da solo.

Si apre e si riversa davanti a lui, mentre si siede lentamente sul letto accanto a Bill, mentre lo abbraccia.

E rivede un se stesso stronzo e arrabbiato avanzare in mezzo ad una folla di gente in quella discoteca. E non vuole vedere, perché ha paura. Perché questa volta riuscirebbe a vedere realmente e sul serio, mentre quella notte… quella notte vedeva solo ciò che desiderava. Vedeva e non capiva, non era capace di intendere.

Si sforzava di non intendere, perché era più comodo così.

Lo sta facendo ancora. Lo sta facendo con Bill.

Sta tremando.

Forse Bill se ne accorge, perché aumenta la sua presa attorno al suo corpo.

Forse Bill è sempre stato quello più sensibile, forse ha già capito tutto.

Forse lo sa.

E poi si rivede accanto a Chiunqueleifosse. La guarda e non la vede, non la vuole vedere.

Ha ancora sulle labbra impastate di alcool quel ‘Vieni con me’ che le ha sussurrato addosso, mentre appoggiava la mano contro la sua schiena, assaporando quell’odore, quel profumo particolare della sua pelle. Un profumo che gli ha fatto impazzire il cervello in un istante.

E rivede la voglia di prenderla, lì, in quel posto, violentemente. La voglia di farle del male, la rabbia per ciò che Bill ha fatto a lui. E il pensiero irrazionale di farne altrettanto.

È ferito dentro. Perché Bill ha un segreto. Un segreto osceno e grande, tanto da riempirlo tutto.

C’è la voglia di vendicarsi, di far uscire quelle immagini dalla sua testa, la voglia di prendere l’alcool e farlo entrare, invece.

E la voglia di lei.

‘Ti va di parlare?’

La voce roca e la malizia di quella parola in una pessima citazione di lui, proprio di suo fratello. La mano sulla schiena, il ritorno in albergo, il silenzio di tomba e la sua testa che si appoggia con forza contro lo specchio dell’ascensore, e lui con gli occhi chiusi che già assapora il momento, e la rabbia che gli rimane in gola, in un grido silenzioso, mentre due occhi non fanno che osservarlo.

E poi la sente cadere con un tonfo sul letto sotto la spinta delle sue mani, le stringe i polsi, stringerli talmente forte da sentire le ossa sotto la pelle, la obbliga a stare sdraiata, cercando di tenerle ferme le gambe, che continua a muovere, come infervorata. Forse ha già capito tutto.

Forse lo sa.

E poi la sente addosso, perché si china su di lei e la bacia violentemente, la bacia con rabbia. E riesce a pensare solo a Bill, a quanto gli ha fatto male, a come ha potuto tradirlo.

Bill l’ha tradito, e neppure l’ha mai saputo.

E poi sfrega il naso contro il suo collo e sente il suo profumo e si riempie di esso, impregna le sue narici, la sua bocca, i suoi sensi di quell’odore, che non è un profumo, ma è proprio la pelle.

Un odore inconfondibile e che gli è sempre piaciuto.

Sempre.

E poi, Tom vuole morire.

Perché non è più abbracciato a Chiunqueleifosse.

Ma a Bill, suo fratello, ed è di nuovo in quella stanza d’albergo. Di nuovo in quel momento.

E di nuovo come in quel momento passato.

Perché è la stessa cosa.

E Tom, nell’istante in cui abbraccia suo fratello, vuole morire. E capisce di poterlo fare, in quel momento.

Perché ora, Chiunqueleifosse ha un nome e un volto e un profumo riconoscibile.

Ha il suo profumo, quello dolce, buono e unico di Bill.

Ha un volto, quello magro, pallido e truccatissimo di Bill.

Ha un nome, soprattutto.

Bill.

E Tom vorrebbe morire, perché si rendo conto di cos’ha fatto, cos’ha preteso e cosa si è preso.

Si rende conto di cosa è diventato, senza neppure accorgersene, tirando fuori una follia che è un orrore solo a pensarla.

Si fa schifo. E ha veramente voglia di vomitare. Ne ha voglia e ne ha il bisogno, mentre un ricordo distorto torna a fargli visita, riproponendogli quelle parole, quelle grida di… Bill.

Suo fratello.

Suo. Fratello.

Fermati.

Fermati, gli aveva gridato, ma lui neppure si è fermato ad ascoltare. Ha preteso e ha avuto, senza guardarsi indietro.

L’ha violentato. Punendolo per qualcosa che… che neppure è così disastroso, o colpevole o meschino se paragonato a ciò che ha fatto lui.

Bill non ha fatto male a nessuno. Lui, lui quanto male ha fatto alle persone? Quanto male ha fatto a Bill?

Come ha potuto farglielo?

Tom non lo sa. Non riesce a pensare, a parlare, a respirare, fa tutto troppo male.

Si stacca da Bill e lo guarda negli occhi.

Quelli di suo fratello, finalmente, riesce a vederli. Sono grandi, spaventati e…

Tom si stacca completamente da Bill. I suoi come sono, di occhi?

Pieni di lacrime e di merda.

Di lacrime e merda.

Tom si alza e si appoggia al muro, mentre sente le forze abbandonarlo. Sente le gambe molli, le braccia inconsistenti, il corpo leggero. E la testa staccarsi violentemente dal corpo e rotolare via, lontana.

Ha veramente voglia di morire.

Ma sa fin troppo bene che Bill non glielo permetterebbe. E si fa ancora più schifo per quello stesso motivo.

Scivola contro la parete e arriva al pavimento. Si afferra la testa tra le mani, come se volesse veramente staccarla e buttarla via, come se non servisse più. Tutto inutile. Tutto, completamente e perfettamente inutile.

E senza neppure accorgersene, inizia a piangere.

Non riesce a disperarsi, perché il dolore è talmente tanto che supera quella soglia. Non singhiozza, non emette suoni, lascia cadere le lacrime lungo le sue guance, fino a schiantarsi contro l’orlo della maglietta, non tenta di asciugarle, perché sarebbe comunque inutile.

Bill gli si avvicina e lui, istintivamente, si ritrae.

È la persona peggiore del mondo e non può credere al fatto che Bill sia ancora lì, che gli si siede di fianco. Non si merita niente, forse non si merita neppure di morire. È troppo poco anche quello.

E poi le mani di Bill gli sfiorano il viso, mentre i polpastrelli cercando di cancellare in parte quelle lacrime, senza riuscirci. E Tom si sente quasi svenire al pensiero di cos’ha fatto al suo fratellino.

Bill gli si avvicina ancora un po’, ora sono seduti uno vicino all’altro, spalla contro spalla, fianco contro fianco, mentre le mani di suo fratello continuano a stazionare sul suo viso.

Tom sospira e chiude gli occhi, riaprendoli poco dopo quando nella sua mente si forma l’immagine distorta dei suoi stessi occhi.

Un animale, solo un animale.

E un incubo che in realtà era di Bill, era il suo, ecco cos’era. Bill che si fondeva a lui, e loro che diventavano la stessa cosa in un modo disgustoso e squallido, in un modo umido, scivoloso e pieno di dolore, tanto che Tom nell’incoscienza ha connesso anche la sua mente – e non solo quel corpo sporco e sudato – con Bill. E la sua mente gli ha fatto rivedere tutto.

Tutto ciò che ha fatto e che la follia gli ha procurato.

Nel cancellare un peccato, ne ha commesso la controparte maggiore.

Chi cancellerà il suo, ora?

Si rannicchia maggiormente contro il muro e Bill sembra quasi seguirlo in quei gesti, non lo lascia neppure per un secondo.

E quando alza lo sguardo, incontrando gli occhi lucidi di Bill, si sente ancora più male, ancora più sporco e meschino.

E poi, si lascia consolare. Si lascia abbracciare da Bill, si lascia trascinare in un gesto tanto dolce e tanto puro che il cuore sembra scoppiargli ancora di più.

“Non piangere.”

La voce di Bill è solo un sussurro contro il suo orecchio.

Ma rimbomba dentro di lui come un’eco infinita.

E, in quel momento, inizia a singhiozzare disperatamente tra quelle braccia. Se deve morire, vuole che sia Bill a farlo, cullandolo, ma stringendogli la gola.

Se deve morire.

Ma come sa molte cose, sa anche che Bill continuerà ad abbracciarlo. E basta.

Perché l’animale non è Bill. E se non è un animale, allora non lo sbranerà.

 

Mentre tutti gli angeli gridano stanotte.

 

 

FINE

(6 Febbraio – 5 Maggio 2008)

 

 

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[Scritto: 4-5 Maggio 2008]

 

Note dell’autrice: Conclusa. Per il linciaggio, passate un altro giorno.

A parte questo, totalmente privo di senso… sto finalmente smaltendo un bel po’ di roba che avevo lì a fare la muffa. Prima di tutto, Mezzanotte conclusa… e nel weekend comparirà anche Scire Nefas, one shot scritta settimana scorsa (mi pare, o forse un po’ prima ._.), che è una one shot che mi piace molto, nonostante il difettuccio dell’essere… beh, lo scoprirete XD

E oggi, visto che avevo il turno al pomeriggio – perché sì, nel mentre ho pure preso a lavorare ._. -, ho pure scritto un po’ di Look Closet, quindi presto tornerà anche lei, promesso.

E ora vado a fare le altre 5000 cose che mi mancano (si nota che NON voglio commentare questo finale? XD… a voi la parola^^).

Grazie comunque a tutti per averla seguita! Grazie grazie grazie, a prestissimo!