Thanks for the memories

 

 

Disclaimer: Tom e Bill non mi appartengono in alcun modo. La maggior parte delle cose riportate qui sono solo il frutto della mia fantasia, non corrispondono quindi alla verità. E, ovviamente, non me ne viene in tasca nulla.

 

Thanks for the memories
even though they weren't so great

(Thanks for the memories - Fall Out Boy)

 

CAPITOLO DUE

 

Quando vidi Bill per la prima volta ne rimasi turbata.

E non in senso positivo.

Non ci fu alcun senso positivo in quell’incontro.

All’epoca pensai che fosse qualcosa a pelle. Poteva capitare e non era la fine del mondo, no?

Magari conoscendoci meglio le cose sarebbero migliorate. A prima vista si è sempre diversi. A prima vista, quanto puoi conoscere in profondità una persona?

Io non le so le regole generali.

Ma so che a prima vista conobbi lui. O meglio, ciò che lui voleva mostrare di sé. Ciò che voleva mostrare a me.

E non mi piacque per niente.

 

*

 

Tom mi aveva proposto di andare con lui in questo nuovo locale che avevano aperto dall’altra parte di Amburgo. Era un locale carino e alla moda. Quel tipo di locale in cui qualcuno come i Tokio Hotel voleva dire solo una cosa: soldi.

Quando mi disse che ci sarebbero stati anche gli altri membri della band e che me li avrebbe fatti conoscere, non ci pensai neppure alla possibilità di rifiutare.

Prima, avevo incontrato solo Gustav, e solamente per un caso fortuito.

Ma volevo conoscere Bill.

Il Bill per cui tutta la Germania impazziva e per cui Tom spendeva tutto il suo affetto.

Doveva essere proprio una persona speciale. Insomma, si vedeva così chiaramente che Tom era affezionato in modo totale a lui. Doveva essere speciale per forza.

Era il gemello di Tom, no? Allora era di sicuro dolce. E gentilissimo. E simpatico. Tom era simpaticissimo. Non faceva altro che farmi ridere.

Sì.

Bill era il suo gemello. Ed era diverso nel look, ma… beh era l’essenza la cosa importante. Ciò che ognuno di noi ha dentro. Ciò di cui ognuno di noi è fatto.

Le loro essenze dovevano essere profondamente simili.

Ne ero convinta.

La mia convinzione, però, durò giusto il tempo di incrociare il suo sguardo.

E capii che due gemelli possono anche essere due persone poste agli antipodi.

Che potevano non avere proprio niente in comune.

In realtà, erano proprio uguali.

Solo che non me ne sono mai accorta.

 

*

 

Aveva la mano più bella che avessi mai visto.

E il sorriso più smagliante.

E un’altra serie di dettagli che lo rendevano semplicemente abbagliante.

E una cosa, che dettaglio non lo era per niente.

Aveva gli occhi più freddi di questo mondo.

Non erano come gli occhi di Tom. Gli occhi di Tom erano sempre velati da una punta di vitalità genuina. Di allegria. Di buonumore. Quelli erano… spenti. Apatici.

Erano uguali. I suoi occhi erano proprio uguali a quelli di Tom. Ma non avevano nulla in comune.

Non era un paradosso?

Nei suoi occhi non c’era niente, nessuna sfumatura, nessun sentimento. Erano fissi e vigili e immobili. Su di me.

Erano ghiacciati. Ed erano caldissimi, perché quel colore era lo stesso degli occhi di Tom e gli occhi di Tom erano cioccolata fusa.

Ma non i suoi. Non quelli di Bill.

Quando strinsi la sua mano la sentii gelata. Anche quella, proprio come gli occhi. Quegli occhi caldi e ghiacciati insieme.

Era lui, ad essere freddo.

Ed era di una freddezza quasi disarmante, perché non lo sembrava affatto.

Nessuno l’avrebbe mai detto.

Perché non era qualcosa di fisico. Era qualcosa dentro di lui. Era qualcosa che avrebbe sempre riservato a me.

Per tutta la sera non fece che andare da un punto all’altro del locale e parlare con le persone. Sembrava una trottola. E il suo sorriso non diminuì mai.

Forse era solo una mia impressione, eppure mi sembrava falsissimo.

Come facevano tutti a non accorgersi?

Forse, però, era solo una maschera di scena.

Era il suo lavoro, no? Doveva sorridere ed essere carino e disponibile. Doveva fare quello.

Magari quando l’avrei rincontrato di nuovo sarebbe stato più accogliente. Più… non potrei dire ‘gentile’, proprio perché Bill in tutto questo tempo non fu mai, neppure una volta, scortese.

Era di una gentilezza diversa, da quella di Tom.

Ma identica nella sostanza.

Erano finte.

Finte, come la plastica che si finge porcellana, e invece è e rimarrà plastica.

L’essenza delle cose non cambia mai.

Neppure quella degli esseri umani.

 

*

 

Era da tanto che volevo conoscerti…”

Me lo disse mentre sorseggiava il suo drink, senza perdermi di vista un secondo.

I suoi occhi puntati addosso. E io mi sentivo trafiggere da parte a parte.

Era cioccolata.

Ed era tagliente come il ghiaccio.

Io annuii.

Non riuscii neppure a rispondergli. E mi resi conto che io lì in mezzo non c’entravo proprio.

Chi ero?

Lui continuava a guardarmi dritto negli occhi, come chi non deve temere nulla.

E in effetti era proprio così.

Credo di essere sempre stata in competizione con lui. Di essermi sempre sentita giudicata. E di aver fatto il possibile per metterlo, almeno qualche volta, in secondo piano agli occhi di Tom.

Ma Tom era un ottimo giocoliere. Sapeva destreggiarsi bene, ottimamente in effetti.

Ed era un ottimo bugiardo.

Perché qualche volta pensai di esserci riuscita. Di aver vinto io.

Lui era suo fratello, ma io ero sua moglie. Doveva pur valere qualcosa, no?

No.

Non valeva proprio niente.

 

*

 

I suoi occhi non mi piacciono. Fu questo ciò che pensai per tutta la sera.

Erano diversi dai poster, dai CD e dalla televisione.

Quegli occhi erano caldi. Erano scuri e avvolgenti.

Quelli che mi trovavo davanti io erano scuri e basta.

Non so cosa pensò di me quel giorno.

Ma per tutta la serata non ebbi la sensazione di avere i suoi occhi addosso.

Probabilmente fu così.

Probabilmente stava decidendo.

Ero abbastanza?

Forse.

Forse potevo andare bene.

Forse ero abbastanza stupida e giovane da crederci.

Forse non avrei fatto troppe domande.

No. Non ho mai fatto domande.

Però le faccio ora.

Me le faccio ora.

Perché visto da fuori, sembra veramente il racconto dal finale scontato. E io, stupida, a non accorgermene.

Quante speranze avevo?

-Nessuna-

Visto da dentro, il finale si è rivelato molto più sconcertante.

Chi è che avrebbe potuto immaginarlo?

-Nessuno-

 

*

 

Quella sera Tom non passò tutta la serata accanto a me. Anzi.

Non riuscii a vederlo per quasi un’ora. Ma ipotizzai che stesse parlando con qualcuno. In fondo i Tokio Hotel erano gli ospiti del locale per quella sera…

Era il suo lavoro.

Quello che ora so, e sento ancora lo stomaco attorcigliarsi al pensiero, è che anche Bill stava lavorando.

Lavoravate insieme, Tom?

In bagno?

Perché quando riuscii di nuovo a rintracciarlo, aveva le mani bagnate. Appena lavate.

E un profumo leggermente diverso addosso.

Non ci feci neppure caso.

Era pieno di gente e di sicuro aveva parlato con più della metà delle persone presenti.

Non era di certo un problema.

Se fosse stato effettivamente così.

Ma credo di non sbagliare affatto a pensare che Tom quella sera abbia parlato in modo approfondito solo con una persona.

E non fui io.

 

*

 

La cosa che mi fa più rabbia è che mi ha preso in giro per tutto questo tempo.

Per quattro anni.

Quattro anni, cazzo.

Quattro anni in cui non ho fatto altro che amarlo e stare con lui.

Quattro anni in cui gli sono stata accanto in modo totalmente disinteressato.

E non ho mai contato nulla.

Mai, vero?

Mi chiedo se fossi quella più stupida che ha trovato.

O quella più accomodante.

O quella più bella.

Perché io?

Che cos’avevo di sbagliato?

Poteva avere chiunque. Bastava che si impegnasse e avrebbe potuto avere la modella o la manager o la puttana.

Invece ha scelto la barista di un locale neppure troppo interessante.

Ero carina e accanto a lui non sfiguravo, ma…

Ero la più anonima.

La più normale.

E lui voleva solo quello. Essere normale. Essere normale perché la normalità ti dà stabilità e libertà di agire.

Lui ha avuto la sua normalità. Ha avuto il suo pezzo di carta e la sua fede al dito. E la facciata pubblica di un matrimonio favoloso.

Poi, ha avuto anche la libertà di poter fare ciò che desiderava.

Pure fare finta di nulla e andarsi a scopare suo fratello.

Era tutto ciò che volevi, vero Tom?

 

*

 

Imparai i meccanismi della promozione due mesi dopo averlo incontrato.

L’album era finito.

E iniziava la parte più dura.

Per me, che l’avrei perso di vista per periodi lunghissimi. E sapevo la sua fama. Sapevo che mi avrebbe lasciato ancora prima di partire perché… chi la vuole una pseudo-ragazza quando può avere una scopata a notte?

Invece non mi lasciò.

Dio, mi disse che gli interessavo realmente e che mi avrebbe chiamato spesso. Che mi avrebbe scritto email e che mi avrebbe stressato così tanto che alla fine sarei stata io a stancarmi di lui.

Fu molto dolce quella sera.

Mi abbracciò stretta. E io mi fidai completamente.

Gli credevo, dannazione. Gli ho sempre creduto. E perché non avrei dovuto farlo?

Ci sentivamo ogni giorno. Ogni singolo giorno. A volte mi chiamava. A volte mi mandava un messaggio. A volte un’email. Ma si ricordava sempre di me. Sempre.

Una volta, dopo il mio ennesimo esame, mi arrivarono addirittura dei fiori a casa.

Da parte sua, ovviamente.

Non potevo non credergli.

La mia vita non era un granchè. Era normalissima e piatta. Una vita che non aveva nulla di speciale.

Poi avevo incontrato lui.

E non era semplicemente Tom Kaulitz il chitarrista dei Tokio Hotel.

Era soprattutto il ragazzo che si preoccupava sempre di me. Che mi trattava in modo speciale, che mi faceva sentire speciale, e che mi faceva ridere.

Era tutto quello che stavo cercando.

Semplicemente quello.

Un ragazzo che mi rendesse felice. E lui ci riusciva.

E non m’importava della fama che aveva avuto. Tutti possono cambiare. Anche lui. Il fatto che in passato non si fosse mai legato a nessuna ragazza in modo serio, per me era solo l’ennesimo punto a suo favore.

Gli piacevo sul serio, evidentemente.

Evidentemente, avevo sbagliato a fare i calcoli.

I giornali non hanno mai nemmeno sfiorato la verità su di lui.

Non ci sono mai neppure andati vicini.

Tom Kaulitz e le groupies.

Solo che non puoi campare tutta la vita con questa facciata, vero?

Gliene serviva una nuova.

Una più seria. Una che avrebbe potuto sfoggiare per molto tempo.

Un matrimonio.

Cosa c’era di meglio di un anello al dito?

 

*

 

‘Stasera torno ad Amburgo, domani ci vediamo?’

Mi ricordo che mi sentii molto stupida. Molto adolescente, in un certo senso. Letteralmente su di giri.

Stava tornando a casa. E aveva pensato a me.

Ero un’illusa.

Come sempre, non capii nulla di ciò che voleva dire realmente quel messaggio.

Sarebbe tornato alla sera.

E mi chiedeva di vederci il giorno successivo.

Moriva talmente tanto dalla voglia di rivedermi, che quella notte non l’avrebbe passata con me.

Dio, che stupida.

 

*

 

‘Vuoi che ti faccia compagnia?’

Gli risposi così. Non osai neppure chiamarlo perché avevo paura di poterlo disturbare.

Volevo solo rivederlo. Solo quello.

Mi mancava. Mi era mancato moltissimo, perché una persona come Tom, una volta che entra nella tua vita, semplicemente non puoi farla uscire. Non ci riesci.

E lui lo sapeva, lo sapeva perfettamente. Lo sapeva a tal punto di sfruttare tutto questo.

Solo che non lo capivo. Non lo vedevo.

Mi stavo innamorando. Mi stavo innamorando sul serio.

O forse lo ero già.

Forse mi innamorai di lui la prima sera che passammo insieme.

Forse già in quel momento mi ero abbandonata a lui.

Per questo non vedevo nient’altro. Perché lui era lui ed era magnifico ed era per me. Sembrava essere proprio per me.

Sembrava.

In realtà per me non c’è mai stato.

Io non ci sono mai stata.

Ero solo la principessa con la fede al dito.

E lui il principe azzurro che fa il suo dovere.

E la favola che prima o poi arriverà alla fine.

Ma senza gran finale.

Nella mia favola, il gran finale se l’è preso lui.

Come tutto il resto.

 

*

 

‘Non preoccuparti. Sono un po’ stanco, vado a dormire’.

Quante ore hai dormito, Tom, quella notte?

Forse due. Forse tre.

Ma di sicuro non era da solo.

Quello no.

Qualcuno ti stringeva. Ti accarezzava. Ti baciava.

E tu cosa facevi, Tom? Lo scopavi?

Era meglio di me?

Dio.

DIO!

È veramente possibile qualcosa del genere?

 

*

 

Se io raccontassi tutto questo a qualcuno, se lo mandassi a qualche rivista, forse qualcuno mi crederebbe.

Ma cosa ci guadagnerei?

Non mi interessa mandarlo in rovina. Io… io non posso, dannazione.

Io lo amo. E lo odio. Lo odio da morire. Ma continuo ad amarlo.

Lo amo ancora e non posso smettere di farlo in un momento.

Vorrei.

Dio solo sa quanto lo vorrei. Sarebbe tutto molto più facile.

Ma non posso.

Io. Non. Sono. Lui.

Non posso neppure rovinarlo. Perché… che razza di persona diventerei? Che cosa avrei indietro?

Molte si sarebbero vendicate.

Molte si sarebbero arricchite.

Io vorrei solo indietro Tom.

E so che è un desiderio senza speranza, perché Tom non è mai stato mio.

Ma vorrei solo quello.

Solo quello.

 

*

 

Ci ho creduto però.

Aveva chiesto a me di sposarlo.

A me. A quella stupida barista di un locale di pessima scelta.

Io, con le gonne forse troppo corte, la giornata da studentessa e le nottate con lui.

Io con una vita normale. Un passato normale. E un futuro normale.

E lui aveva deciso di cambiarlo.

Un bel giorno, me la buttò lì, come se mi avesse chiesto di andare a cenare fuori.

Invece mi aveva proposto di sposarlo.

Non gli risposi mai a parole.

Lo baciai.

E pensai di essere stata fin troppo chiara.

Io sì. In me non c’era proprio nulla di contorto o strano. Ero innamorata. Ero persa. Mi piaceva da morire e lui rappresentava tutto ciò che avevo sempre desiderato.

Io fui chiara.

Ma non riuscii a capire lui. Lui che intraprendeva questa fuga programmata e che aveva pianificato tutto. Fin nel minimo dettaglio. Mi conosceva. Mi conosceva bene, sapeva tutto di me.

Perché ero semplice.

Troppo semplice per capire in che gioco mi stavo buttando.

 

*

 

Quel giorno, davanti all’altare, ci fummo io e lui.

Formalmente.

Bill, il testimone di Tom, era lì. Poco distante. Ma accanto a lui, anche in quel momento era lì, ad un passo da Tom, e lo guardava.

Soffrivi, Bill?

E scommetto che Tom non ha pensato a me neppure per un istante durante quella celebrazione. Perché non era lì per me e non stava giurando per me. Io ero una messa in scena.

Ero la bella sposa da ammirare.

Bill era quello a cui si stava legando nella sostanza.

E fu a lui che consacrò il suo unico e vero .

Per me non ci fu proprio niente.

Se non un pugno di parole e l’ennesimo mattone nella mia casa di illusioni.

 

****

 

Note dell’autrice: Sono in condizioni mentali disastrose, nel senso che non ci sto molto con la testa. E capitemi, sono in piedi dalle 6.30 – e Dio solo sa perché io mi ostini a fare le ore tanto piccole ç_ç - , ho un mal di testa assurdo e gli occhi mi si chiudono quasi da soli. E domani mi devo svegliare di nuovo allo stesso orribile orario ç_ç Ma ho pensato a voi, care fanciulle, e al fatto che il capitolo 3 di questa storia è in dirittura d’arrivo, ergo, mi sembrava buono e giusto pubblicare il 2 ._. Sperando di finire domani il 3… e di dedicarmi finalmente a NS mercoledì (perché ho deciso che mi prendo un giorno di pausa, eccheccazzo…). Ce la farò. Credo.

Intanto beccatevi questo. Bill <3 Lo amo. ù_ù Lo amo e basta. Perché i suoi occhi in questa storia sono a dir poco micidiali XD Quantomeno per il mio sistema nervoso ._. E anche per quello di ana, visto che il banner è stato creato dopo la lettura di questo capitolo XD E si spiegano molte cose XDDD. (quel banner fa paura ç_ç)

A prestissimissimo! *fa ciao ciao con la manina*