Thanks for the memories
Disclaimer: Tom e Bill non mi appartengono in
alcun modo. La maggior parte delle cose riportate qui sono
solo il frutto della mia fantasia, non corrispondono quindi alla verità. E, ovviamente,
non me ne viene in tasca nulla.
Thanks for the memories
even though they weren't so great
(Thanks for the memories - Fall Out Boy)
CAPITOLO TRE
“Tom,
ti andrebbe bene se-”
“Sì, certo. Tutto
quello che vuoi”
“Grazie, Tom, grazie, ti amo, lo sai?”
“Sì. Ma
non devi ringraziarmi. Ti amo. Lo faccio per te.”
“Sai ho pensato che-”
“Va benissimo. Se ti piace, perché no?”
“Ma
tu?”
“Non ci sono problemi.
Ti amo”
Falso.
Bugiardo, falso e
ipocrita.
E io, stupida, che pendevo dalle tue labbra.
*
Mi sentivo importante. E mi sentivo felice. Tom mi amava.
Sapevo che non l’aveva mai detto a nessuno, sapevo che il suo unico grande
amore era la sua chitarra. E Bill. Ma Bill
era suo fratello, era il suo gemello, era vissuto con lui per un’intera vita.
Era normale.
Invece a me riservava
qualcosa che non aveva mai riversato su nessun altra. Ero
io, solo io, e voleva sposarmi.
E l’età era veramente importante? Sapevo quanto ero
legata a lui. Quanto lui mi aveva legato a sé, giocando abilmente su tasti che
neppure pensavo di possedere, suonando una melodia distorta
solo per incantarmi. Non è mai stato il chitarrista del secolo. Ma solo lui sapeva comporre quel tipo di musica.
Quella dell’inganno.
E,
Dio, quella sì che si sarebbe rivelata la musica del secolo.
*
Me le dava tutte vinte,
Tom.
E sì, so che suona
tutto come qualcosa di infantile. Io era la sua bambina, e lui il papà che mi viziava.
So che suona infantile.
Ma è esattamente ciò che intendo.
Me le dava tutte vinte.
Non perché mi amasse o
perché volesse realmente vedermi felice.
Ma perché così sarei rimasta zitta e buona, vero, Tom?
Sarei stata maneggevole
e malleabile. Potevo avere tutto, perché lui me l’avrebbe procurato, e allora sì, certo Tom che
puoi rimanere a casa di Bill per la notte, che
problema c’è?
Sì, certo che puoi andare con lui in vacanza, noi ci
andremo dopo.
Sì, certo che puoi andare con lui a trovare tua
madre, lo so che le piace vedervi assieme.
Tom me le dava tutte vinte.
E io le davo tutte vinte a lui.
Un bel gioco tra due
bambini, vero?
Solo
che lui non ha mai giocato lealmente.
Non aveva mai messo in chiaro le regole e io non le ho mai
imparate.
Lui barava
sotto i miei occhi, barava, barava, barava, e io neppure mi accorgevo
che prima non aveva in mano quelle
carte.
Da dove erano uscite?
Ci sono sempre state.
Sono sempre state lì.
Però Tom le nascondeva. Le
copriva e le mascherava.
E il gioco non era più tale.
Il gioco era menzogna e
inganno.
Non eravamo due
bambini.
Eravamo due adulti.
E Tom non mi stava
viziando.
Mi stava circuendo.
Ecco la sostanziale
differenza.
*
Credo che la prima
volta che provò a tastare il terreno fu in occasione
dei preparativi per il matrimonio. Fino a dove poteva spingersi? Fino a dove
poteva accontentarmi?
All’epoca riuscii a
pensare che stavo effettivamente vivendo in una
favola. Dio, mi stavo per sposare con Tom Kaulitz!
Non facevo che pensare
al matrimonio. Tutto, ogni singolo dettaglio, veniva
posto sotto il mio esame. Ero attenta e puntigliosa.
Volevo che tutto fosse
perfetto.
Volevo che fosse
perfetto per me e per lui e per tutti gli invitati e per tutti quelli che ci
volevano bene.
Di sicuro fu
indimenticabile per due persone.
Per me.
E per Bill.
Non di certo per Tom.
*
Accettò che ci
sposassimo in chiesa.
Non riuscii neppure a
pensare che poteva esserci qualcosa di strano. Non c’era nulla di strano, mi amava, maledizione. Io desideravo sposarmi in chiesa, lui aveva accettato.
Era innamorato.
*
Accettò di indossare un
vestito elegante.
Non i suoi soliti jeans
e t-shirt enormi. Ma un vestito vero. Un vestito
classico e formale. Un vestito terribilmente inadatto a lui, ma fin troppo
adatto a me.
Aveva accettato. In
fondo ci sposavamo in chiesa, no? Era giusto così.
Era innamorato.
*
Accettò di tagliarsi i dreads. Non totalmente, ma quel tanto che
bastava per non farli più sembrare ad una massa indistinta sulla sua schiena.
Glielo chiesi io,
pensando che comunque non avrebbe accettato, in fondo
non era neppure una vera richiesta. Ma glielo chiesi comunque,
come una battuta.
Accettò.
In fondo dei rasta così lunghi non si addicevano molto ad un abito
elegante, no?
Era innamorato.
E fece tutto. Proprio tutto.
Ogni proposta, ogni piccolo suggerimento, lui lo trasformò in realtà.
Mi accontentò in ogni
singola sfaccettatura.
Quel matrimonio non fu
il nostro.
Fu il mio. E basta.
Solo che ero troppo
presa e stanca e innamorata e stupida, ero mortalmente stupida, per riuscire
anche solo a cogliere, o percepire, o qualcosa!, in
mezzo a tutta quella gentilezza.
Mi trattava come una
principessa.
Chi avrebbe avuto il
coraggio di rifiutare?
*
Tom quel giorno era bellissimo.
E Dio solo sa quanto mi
faccia male ricordarlo mentre mi guardava sorridendo. Mentre mi osservava avanzare camminando lentamente.
Era lì. Era lì per me e
sarebbe stato mio.
Ed era bellissimo e innamorato.
Era il mio sogno.
Ed era tranquillissimo.
Il suo viso brillava di
gioia, il suo sorriso sembrava risplendere, i suoi
occhi erano fissi nei miei.
Ma non c’era nulla di più del suo corpo.
Dov’eri con la testa, Tom?
Qualche metro più indietro?
Qualche metro più a destra?
A consolare il cuore ferito di Bill?
E il mio chi lo consola, adesso? Chi?
*
Anche Bill era bellissimo.
Non feci
particolarmente caso a lui durante la cerimonia.
I miei occhi erano
puntati su Tom, solo su Tom.
sempre solo su di lui. E forse è per questo, per il fatto che non ho mai
allargato la mia inquadratura, che non sono mai
riuscita a vedere nient’altro oltre a lui.
Non ho mai percepito
quel qualcosa di presente e tangibile tra di noi. Così
presente e vivo da essere reale. Da essere vivo. Da essere Bill.
E da essere anche ferito, ma orgoglioso di tutto.
Ecco.
Quando lo incontrai dopo la cerimonia, mi sembrò
bellissimo. E triste e felice da impazzire.
So che è una
descrizione stupida. Che non vuol dire proprio nulla.
Ma
questo, solo perché nessuno conosce quel Bill Kaulitz.
Perché
se qualcuno lo conoscesse, allora non avrebbe problemi a capirmi.
Perché
Bill sorrideva. Raggiante. Si aggirava con il suo champagne in mano e chiacchierava.
Ora con Tom, ora con Georg,
ora di nuovo con Tom.
Ma Bill stava anche
piangendo. Stava piangendo in un modo molto subdolo e molto più sofferente.
Piangeva dentro. Piangeva
lacrime che nessuno poteva osservare e cogliere, piangeva in un modo che poteva
trafiggere l’unica persona in grado di comprenderlo con uno sguardo, e anche
meno, solo sentendolo. Tom. Piangeva ed era senza
lacrime, perché lo so che il dolore a volte è troppo
forte per tutto.
I suoi occhi quel
giorno mi trasmisero finalmente qualcosa.
Non sono mai riuscita a
capire cosa, effettivamente.
Lo capisco adesso.
Erano lucidi, i suoi
occhi. Non più freddi, come sempre mi erano apparsi da quando
l’avevo incontrato.
Erano lucidi.
E sono sicura che Bill non fosse affatto commosso.
Faceva male, vero?
E come dovrei stare, ora, io?
*
L’unico momento in cui
riuscii a parlare con Bill, fu
quando venne a congratularsi.
Teneva in mano il suo
bicchiere, la sua piccola ancora, e mi parlava
guardandosi in giro. Era vulnerabile.
Ma in quel momento non mi importava. Non riuscii neppure a capire che ci fosse
effettivamente qualcosa che non andava.
Ero troppo felice e
troppo persa nel mio mondo che si andava costruendo, per preoccuparmi di lui.
Ora mi rendo conto che
quella fu la prima e unica volta che lo vidi in quello stato. Così fuori controllo,
anche se non sembrava affatto.
Eppure lo era. Lo so perché mi ricordo dei suoi occhi che
vagavano senza sosta in giro tra gli invitati, senza mai posarsi su di me.
Chi cercavi, Bill?
Lo so, perché non
rividi mai più quella sfumatura. L’unica volta in cui avrei potuto percepirlo
fragile e vulnerabile, ma sempre e comunque
orgoglioso, di quel suo orgoglio ferito e forte, non ci feci caso. Me lo
lasciai sfuggire, perdendomi in pensieri forse più sciocchi e più futili e più
leggeri. Ero felice.
E non mi resi conto di chi avevo realmente davanti.
Ma dal giorno dopo tornò ad essere il solito.
Il
solito Bill che conoscevo.
Quello
che mi parlava con cortesia e gentilezza, ma che non esprimeva nulla con le sue
parole.
Quello che mi parlava e
io credevo che pensasse ad altro.
Quello che mi parlava e
io so che pensava ad altro.
Ma non quel giorno.
Quanto è stato
difficile resistere?
Eppure l’aveva voluto lui.
Lui e l’altro, Tom.
Sono stati loro, loro a
progettare tutto. A organizzare qualcosa che neppure
ha un nome specifico sul vocabolario. Non c’è l’ha perché è troppo disgustoso e
osceno anche solo per immaginarlo.
E invece è reale.
E adesso sono io che non trovo le parole giuste per
riuscire a riversare tutto quello che ho dentro addosso a loro due.
Non le ho.
Le sto cercando, ma non
riesco a trovarle.
Anche per questo, il vocabolario non può aiutarmi.
È tutto troppo.
*
Ci trasferimmo nella
nuova casa praticamente da subito.
Tom non ha mai preteso di andare a vivere nel suo
appartamento. Pensavo fosse anche normale, insomma, avrebbe iniziato una nuova
vita, no?
Una nuova casa avrebbe
di sicuro contribuito.
Tom era d’accordo. Ma non pensò neppure per un secondo
di vendere il suo appartamento, quello vicino a Bill.
Ho sempre pensato che
fosse un po’ uno spreco. Tanto non ci abitava nessuno e se doveva vedere suo
fratello, se doveva stare da lui – o con lui -,
dormiva nell’appartamento di Bill.
Ancora adesso non sono
sicura del perché non abbia mai voluto vendere quella casa.
Credo perché altrimenti
si sarebbe ritrovato a dover controllare Bill.
Perché uomo o donna,
chiunque avesse preso possesso di quell’appartamento
attaccato a quello di Bill, avrebbe
di sicuro provato a scoparselo.
Era quello che
pensavano tutte le ragazzine, no?
So che è anche quello
che pensano fin troppi uomini.
Beh, spiacente deludere
tutti, Bill Kaulitz l’angioletto si fa scopare solo da una
persona.
L’unica che non avrebbe
mai dovuto toccare.
*
Quando Tom mi disse che Bill voleva venirci a trovare nella nuova casa, feci in
modo di rincasare un po’ più tardi del previsto.
Lo facevo sempre, e
adesso so che forse avrei dovuto mostrarmi un po’ più
perspicace. Ma non posso farci nulla, dannazione.
Bill era suo fratello e tutti sapevano che erano legati
in un modo che pochi avrebbero capito. Io ero sua
moglie, non il suo aguzzino.
Se Tom
desiderava trascorrere del tempo con Bill, io l’avrei capito.
Sempre.
Anzi, gli avrei
addirittura fornito le occasioni, perché lui faceva moltissimo per me, e non
sarebbe stato giusto non mostrargli quanto apprezzavo il tutto.
Apprezzavo così tanto che ho spedito Tom
direttamente nelle braccia di Bill.
L’ho rispedito al
mittente, senza preoccuparmi di nulla. Ero serena e tranquilla.
E molto, troppo, stupida. Così cieca che adesso mi
chiedo come ho fatto a non cadere per terra dopo aver brancolato nel buio più
assoluto per così tanto tempo.
Se non sono caduta,
probabilmente, è perché Tom è sempre stato
particolarmente perspicace, nel capire quando era il
momento di allentare la corda.
Tom mi osservava. E non era da
solo.
Bill lo aiutava.
E si sa che due paia di occhi è meglio di uno.
Ecco
perché non ho mai visto nulla.
*
Ricordo
i miei gesti come se fosse successo ieri.
Erano meccanici e
quotidiani, dettati dal ritmo e dai giorni che passavano.
Ho messo la macchina in
garage.
Sono scesa dalla
macchina.
Ho aperto la porta di
casa.
Sono entrata.
E questa sequenza di azioni non la scorderò mai, anche se forse non le
ripeterò più in questo modo preciso.
Ma non posso dimenticarle.
Sono le stesse che ho compiuto tre giorni fa.
Cambiava la collocazione, però. La casa non era la mia, a differenza di
quella volta.
Quella volta entrai e
la sentii. E ancora me la ricordo, perché è difficile
dimenticarla.
Era la sua risata.
Che
io non avevo mai sentito.
Non credo di sbagliare
se affermo che sì, quella fu effettivamente la prima volta che riuscii a
sentire ciò che in tante decantavano estasiate. La
risata di Bill.
Era allegro. Si sentiva
da come la voce si incrinava leggermente, da come
vibrava nell’aria, colpendomi come uno schiaffo. Talmente
secco che mi sembrò di percepirne lo schiocco sulla mia guancia.
Era violenta quella
risata. Era violenta perché era vera e pura e piena, densa di un sentimento che
neppure avevo mai pensato Bill
potesse trascinare dentro di sé.
Fu in quel momento che
capii uno dei comportamenti basilari del Bill Kaulitz in relazione con me.
Davanti a me non
avrebbe mai riso.
Ridere era sinonimo di
dimostrazione di emotività.
Emotività era sinonimo
di debolezza.
Lui avrebbe dovuto
essere forte e freddo e distante.
L’esatto contrario di Tom.
Solo così avrebbero
potuto portare avanti la loro messa in scena.
*
Era come in uno di quei
film di bassa categoria, quando il protagonista entra
in una stanza e, nonostante sia pieno zeppo di gente, tutte si zittiscono nello
stesso medesimo istante.
E il protagonista si sente piccolo, stupido e
ignorante, diviso tra la pessima sensazione che lo spinge a pensare che si
stesse parlando di lui e quella che lo spinge a pensare che non sia il benvenuto.
In entrambi i casi, è
un risultato disastroso.
Fino a quando tutto
questo capita ad un altro, poco importa.
Siamo tutti
fondamentalmente egoisti sotto questo punto di vista.
Quando capita a noi, ci rendiamo conto della portata della
cosa.
Ecco. Successe proprio
questo.
Entrai in cucina.
Tom, mio marito, mi guardò sorridendo.
Bill, suo fratello, mi guardò sorridendo. Solo che il suo sorriso sembrò congelarsi.
E io mi sentii piccola, stupida e ignorante.
E quella era casa mia, non avrei mai dovuto sentirmi
fuori posto in quell’ambiente.
Invece mi sentivo
proprio così, ero io l’intrusa, quella che aveva disturbato. Interrotto.
Spezzato.
Qualcosa.
E no, non era una risata. Era tutto quello che
scorreva tra di loro, non dentro le loro vene, no. Proprio tra di loro. Qualcosa di
viscido e sporco e sbagliato e disgustoso che nessuno avrebbe mai potuto
ipotizzare.
Però certe cose accadono.
Un po’ come nelle
favole.
Alla fine arriva sempre
la strega cattiva per rompere la tranquillità. Succede sempre così. Sempre.
Ah. Sì. In questo caso,
è giusto specificarlo. La strega cattiva immagino fossi
io.
*
Tom non mutò di una virgola il suo atteggiamento con
me, dopo il matrimonio.
Era dolce. Premuroso.
Attento. Sensibile. E continuava a viziarmi.
Sì. In pratica
continuava a tenermi legata al suo personale guinzaglio.
Solo una volta, in tre
anni di matrimonio, mi disse di no.
“Non ti piacerebbe
qualcuno uguale a te?”
Sorridevo,
io… ero ingenua, io.
Lui era serissimo. Serio come mai l’avevo visto. Neppure quando mi aveva
chiesto di sposarlo aveva avuto quello sguardo.
“Ce
l’ho già qualcuno uguale a me”
Già, Bill…
Solo
ora capisco la portata di quella frase.
Sì. Ce l’avevi già.
Era tuo, vero?
E no, ovvio che Tom non volesse qualcun altro.
Ovvio che non volesse un figlio.
Io, non ero Bill.
****
Note dell’autrice: Capitolo che amo. ù_ù Perché c’è il matrimonio. Perché c’è Bill indifeso –prima e ultima volta, sia chiaro XD-.
Perché Tom si rivela in tutta la
sua immensa acutezza e bastardaggine. E perché c’è il pezzo finale sul figlio *.*
Uhm, ad occhio e croce dovrei riuscire a stare nei tempi, ciò significa che dovrei
cavarmela in 6 capitoli. Quindi sì, siamo praticamente
a metà storia. Sperò vivamente di non sforare (al massimo di uno, ecco), perché devo sbrigarmela piuttosto in fretta,
considerando la mole di roba che ho da scrivere ._. Ma ce la farò. Il primo
passo per riuscirci è crederci *pugno alzato*.
Bene, dopo questo
sproloquio inutile, vi lascio fanciulle <3 Grazie
per l’enorme supporto che mi state dando anche con questa storia *.* Vi adoro,
lo sapete? XD
[Note di una settimana dopo: pubblico perché mi sento in
colpa XD E perché devo darmi da fare con il resto ._. Sappiate che sono
stanchissima e che non sto latitando ç___ç E ho pure
nuove trame, nuove shot e chi ne ha più ne metta, in
arrivo! ç_ç *disperata*
E sappiate, è giusto dirvelo, che il 4 non è ancora
scritto. Ergo sì, iniziate a pregare ç__ç]