Thanks for the memories
Disclaimer: Tom e Bill non mi
appartengono in alcun modo. La maggior parte delle cose riportate qui sono solo
il frutto della mia fantasia, non corrispondono quindi alla verità. E, ovviamente, non me ne viene in tasca nulla.
Thanks for the memories
even though they weren't so great
(Thanks for the memories - Fall Out Boy)
CAPITOLO QUATTRO
Non è che lo volessi realmente, un figlio.
Non in quel momento, per lo meno. Era più che
altro un’idea, un’opportunità, di certo non lo pretendevo.
“Ce l’ho già qualcuno uguale a me”
Me lo disse solo una volta. Solo una. E mi bastò.
Credo però di non aver mai veramente capito cosa
significavano quelle parole. Cosa nascondevano, perché è ovvio che erano una
mezza verità. O forse erano una verità fin troppo esplicita, solo che io non
riuscivo a leggerla. Non avevo le capacità per infilarmi in quel genere di
concetti.
Non mi hanno neppure mai sfiorato di striscio.
Forse avrei dovuto stare più attenta ai dettagli.
Perché si sa che, alla fin fine, sono quelli la
vera essenza delle cose.
*
Metteva sempre le cose in chiaro, Tom.
Come se avessi avuto la possibilità di replica.
Ovvio che no.
Aveva pensato esattamente cosa rispondermi –dopo
la sua prima uscita, dettata dall’impulso-. E lo so che sono solo un mucchio di
stronzate, ma in quel momento mi sembravano ragionevoli. Giuste –e di
giusto in questa storia non c’è proprio niente-, in qualche modo.
“Il lavoro.”
“Il tour.”
“La promozione.”
Bill?
Si era come dimenticato della sua prima e
laconica uscita. Non mi disse più che aveva già qualcuno come lui.
Una volta, evidentemente, era abbastanza per
mettere tutte le cose al loro posto.
O forse era andato a confidarsi da Bill. Gli
aveva raccontato di quella chiacchierata –perché era stato proprio quello, solo
una chiacchierata di poco conto- tra di noi. E forse lui gli aveva detto di non
essere troppo esplicito. Di non darmi modo di pensare.
Pensare mi avrebbe portato a riflettere sul
perché di certe cose.
E loro no, non potevano permetterselo.
Doveva sembrare tutto normale.
L’allegra famigliola e il gentile fratellino.
Che poi, di normale, non ci fosse nulla… beh,
l’ho scoperto troppo tardi per poter dire di non essermi scottata.
Io non mi sono scottata.
Mi sono disintegrata davanti alla verità. Ed è
profondamente diverso.
Una bruciatura la guarisci, con il tempo, con la
voglia, con la tenacia.
Ma se non sai più nemmeno chi sei –o chi è tuo
marito, chi sono le persone che ti circondano-, come fai a rimettere insieme i
pezzi?
*
“Sono troppo giovane”
Mi ha risposto così due mesi fa.
In realtà non è stata una vera risposta. Perché
io non ho fatto proprio nessuna domanda. Non ho tirato fuori di nuovo
l’argomento.
Però ti sei sentito in dovere di chiarire ancora
una volta la questione, vero?
Sono tornata al mio piccolo e anonimo paese della
provincia di Amburgo, perché una mia amica e il suo compagno hanno avuto una
bambina. Sono andata semplicemente a salutarli, a complimentarmi con loro, a
parlare.
E quando sono tornata a casa, è stato questo ciò
che mi ha accolto.
La verità e la bugia.
Perché Tom poteva veramente concedermi tutto, e
me l’avrebbe concesso, ma non quello. Non un figlio. E così aveva tirato fuori
l’ennesima scusa. Era troppo giovane.
E io?
Ma ovviamente non aveva importanza.
L’essenziale era mascherare il tutto.
E quindi mi aveva rifilato la stronzata più
colossale, ma io neppure ci pensai.
Era troppo giovane.
Troppo giovane per un figlio, certo.
Ma non per incatenarti ad un amore tanto osceno
da rischiarci la vita ogni santa volta, vero?
No. Per quello andava benissimo.
Era il resto del mondo ad essere sbagliato.
Ero io quella fuori posto.
*
Sono sempre stata d’impiccio, io. Sempre.
E quando dovevo incontrare Bill erano più le
volte in cui mi sentivo fuori luogo che a mio agio.
Semplicemente ci teneva a ricordarmi che quello
non era il mio posto. Era il suo. E il fatto che mi concedesse di rimanerci,
beh, era solo per un suo personale tornaconto.
Poteva continuare a scoparsi suo fratello alle
mie spalle, ecco la verità.
Vorrei poter dire che l’ho sempre saputo. Che ho
sempre capito quello che mi costringeva ad affrontare, ma non è così.
Liquidavo sempre la situazione con un banale, ‘Non
ci capiamo’.
In realtà lui mi capiva fin troppo bene, ero io
che non riuscivo a prendere atto del fatto che vi fosse effettivamente qualcosa
di strano.
Perché doveva esserci. Doveva esserci per tutte
le volte in cui entravo in una stanza, e loro si bloccavano, quasi come se
avessi interrotto qualche confessione un po’ spinta. E forse era così. Forse
parlavano proprio di quello, ma di certo Tom non parlava di me. Non parlava
della nostra normalissima vita.
Parlava di lui e con lui. Di loro due, insieme in
un modo che… che, Dio, non poteva essere vero, non poteva neppure esistere o
essere ipotizzato.
Erano stronzate, Solo stronzate di poco conto.
Lui amava me. Solo me.
Però, quando il cavallo dei pantaloni tirava un
po’ troppo, quando non aveva che una cosa sola in mente, quando nei suoi occhi
vi potevi scorgere e leggere e interpretare –in un modo tanto limpido e pulito
che quasi ti ritrovavi ad arrossire di fronte a tanta sfacciataggine- tutto…
non veniva da me.
Io c’era quando era annoiato. Quando non sapeva
che fare. Quando io avevo voglia.
Ma quando aveva bisogno di essere veramente
amato, allora si rifugiava in un altro letto e in un altro corpo e in altre
braccia.
E io, da stupida, ho sempre, sempre pensato, che
lavorassero sul serio.
Che lavorassero sulle canzoni, sul nuovo album,
sui testi. Insomma quel mucchio di cazzate di cui dovevano occuparsi.
Dubito che abbiano mai composto una singola nota
durante quelle notti.
O meglio, una nota che potesse essere scritta su
un pentagramma.
Dimmi, Tom, scopa meglio di me? È migliore anche
in quello?
*
Mi ricordo di una volta, in particolare.
Me la ricordo perché con la consapevolezza di
adesso, mi viene da vomitare o da piangere o da gridare per quanto stupida sono
stata.
Tom era appena rientrato. Da casa di Bill, ovviamente.
Sembrava rilassato, sereno, e mi disse che aveva fame. Mi baciò sorridendo e
sentii che profumava di pulito. Aveva un buon odore, Tom. L’aveva sempre avuto.
Era un profumo forte, da uomo.
Quella volta però, era più dolce. Più
rassicurante, in un certo senso.
“Vado a farmi una doccia”
E di nuovo non ci trovai nulla di strano, nel
vederlo svuotare le tasche dalle chiavi, cellulare e portafoglio, prima di
dirigersi nel bagno.
Non c’era nulla di strano.
Lo faceva sempre quando tornava da casa di Bill.
È sempre stato piuttosto bravo Tom. Bravo a
camuffare ogni gesto assurdo, come il più quotidiano del mondo, il più dolce,
il più pulito.
L’avevi già fatta la doccia, vero? Per lavarti il
suo odore, forse.
Ma il copione prevedeva che lui, alla sera, come
sempre, si dirigesse nel bagno del piano superiore.
E quindi lo faceva, eseguendo ogni gesto con una
meccanica spaventosa. Forse per lui la nostra vita insieme era proprio solo
quello. Un insieme di gesti meccanici che andavano assemblati secondo un
libretto di istruzioni.
A me non l’ha mai fornito nessuno. Io
probabilmente non facevo parte del motore che muoveva il tutto. Ero solo un
piccolo ingranaggio che era stato messo in moto tempo prima, per questioni di
meccanica, appunto, e nulla di più.
Non muovevo niente, io. Ma venivo mossa.
Come un burattino, obbedivo a dei comandi che
neppure riconoscevo come tali.
Era dolce, Tom, nel farmi fare ciò che voleva.
Era dolce, Tom, nel fare ciò che io volevo.
In mezzo a tutta quella dolcezza non avrei mai
potuto intravedere nulla di strano.
Non la vidi neppure quella volta. E dire che
sembrava che il destino mi stesse dando un’opportunità. Ma probabilmente ero
cieca o volevo esserlo.
O ero innamorata. È sempre quella la scusa. La
mia unica giustificazione.
Quando sei innamorato, le cose non le vedi.
O non le vuoi vedere.
*
Un minuto o poco più. È stato questo il tempo che
è intercorso tra l’uscita dalla stanza di Tom e il segnale lampeggiante sul suo
cellulare.
Nuovo messaggio in arrivo.
Non l’ho neppure fatto apposta. Ho preso il
cellulare in mano, e mi sono diretta alle scale.
Era passato solo un minuto, di certo Tom non
stava facendo la doccia, avrei potuto portargli il cellulare e lui avrebbe
letto subito il messaggio.
Era una semplice cortesia.
Non ho fatto apposta.
Forse, se avessi avuto più consapevolezza, se
fossi stata più dubbiosa, se avessi schiacciato con convinzione quel tasto…
forse avrei anche capito cosa voleva dire quel messaggio.
Perché troppo spesso uno vede ciò che vuole
vedere.
Se avessi avuto dei dubbi su Tom, probabilmente,
cercando di impicciarmi dei suoi affari, avrei trovato delle basi per
alimentare i miei sospetti.
Invece ero tranquilla, ero sicura, e non trovai
niente di strano.
Proprio niente.
Certo, era un messaggio decisamente… differente
da ciò che uno potrebbe aspettarsi.
Ma era di Bill.
Diamine, non era di certo una sua groupie.
Era peggio. Era molto peggio. Una groupie non la
ami. Con una groupie ci scopi e poi la cancella dalla tua vita.
Ma come fai a cancellare tuo fratello?
Bill non era una groupie.
E tra i due, forse, quelle caratteristiche
rispecchiavano di più il mio ruolo.
Ti sei già dimenticato di me, Tom?
*
‘Dovrebbero rinchiudere te e quella tua maledetta
bocca.’
Io penso solo che dovrebbero rinchiudere tutti e
due. E buttare la chiave. E impedirvi di fare del male a qualcun altro. A
qualcun'altra.
Ma sono troppo stupida anche per parlare. Anche
solo per insinuare il sospetto nelle menti degli altri.
Sono troppo stupida, Dio, troppo.
Preferisco prendermi della stronza opportunista
dal resto del mondo, piuttosto che dire apertamente che, quel giorno, Tom aveva
molto probabilmente preso in bocca il cazzo di suo fratello.
Sono stupida.
Sono mortalmente stupida.
*
E sono mortalmente innamorata.
La vita certe volte è troppo stronza. Se mi
volesse un minimo di bene, me lo farebbe amare di meno. Invece no. Perché non
sono come lui. Non sono come loro.
Per me non è stato solo un gioco. Per loro sì.
Si sono messi a giocare con la mia vita, però. E
no, non posso perdonarli.
Anche se non posso smettere di amare Tom a
comando.
*
Credo che rimasi un po’ stupita dal messaggio.
Credo che mi chiesi anche cosa volesse dire.
Che cos’aveva detto, Tom?
Non aveva detto niente. Probabilmente non aveva
proprio detto niente.
La domanda giusta era, cos’aveva fatto?
Ma non ci pensai. Non me la posi. Come troppe
domande che avrebbero dovuto sorgermi spontanee, la debellai ancora prima di
formularla.
Ci incontrammo sulla scala, io a Tom. E credo che
i suoi occhi vennero attraversati dalla preoccupazione. Per la prima volta,
sperimentava la possibilità che qualcosa fosse sfuggito al suo controllo, lui
che era sempre stato così attento e preciso e puntuale a gestire ogni
sfumatura.
Lui che poteva contare su Bill, che era ancora
più attento e preciso e puntuale di lui.
“Scusami, devo aver premuto il tasto per sbaglio.
Ti è arrivato un messaggio, credo che sia di Bill…”
Tom mi guardò per un lunghissimo istante. Era
serissimo e privo di qualsiasi sfumatura emozionale. Doveva valutare.
Doveva valutarmi, più che altro.
Doveva capire e afferrare e inglobare, ancora una
volta, la mia testa. E farla sua.
Avevo capito? Avevo dei dubbi? Ero tranquilla?
L’attimo dopo mi sorrise, afferrando il cellulare
dalla mia mano. “Stavo venendo a prenderlo…”
Era troppo rischioso lasciarmi da sola con lui?
Cosa potevo trovarci dentro?
Apprezzamenti di Bill sulle scopate?
Messaggi d’amore?
Cosa?
Lesse il messaggio in un’occhiata. La sua
espressione non mutò. Era tranquillo, o si fingeva tale probabilmente.
Io dovevo pensare che non ci fosse nulla di
strano, che fosse tutto a posto, che fosse solo un messaggio tra fratelli.
“Sai, Bill” esordì sorridendo dopo un momento “vuole
convincermi a fare i cori nel prossimo album. Ma come avrai capito l’ho
dissuaso. Ho urlato come un pazzo, facendolo impazzire”
Era un’ottima scusa, Tom.
Era un’ottima scusa.
O forse era solo un ottimo attore.
Però io c’ho creduto.
Gli ho sorriso.
E l’ho lasciato andare a farsi la sua doccia.
Per me la discussione era già finita.
Era riuscito a liquidarmi con qualche parola, un
sorriso e la gentilezza.
Aveva veramente capito tutto di me.
*
Continuò a mandare messaggi per tutta la sera.
Seduto sul divano, non degnava di particolare attenzioni né la televisione né
la sottoscritta.
Dall’altro capo del telefono doveva esserci
qualcuno di più interessante.
Io potevo essere messa da parte. Bill no.
Bill c’era sempre, presente e imponente tra noi
due, con quei suoi occhi freddi e quell’aria superiore. Bill era una persona
che non capivo e che non mi piaceva, ma che mi sforzavo di accettare perché
Tom… beh Tom lo adorava.
Lo adorava, sì. E non mi accorgevo neppure che il
modo con cui guardava Bill era completamente differente dal modo con cui
guardava me.
Io ero solo la bella facciata da esibire a
piacere.
C’era una festa? Eccomi.
C’era un party esclusivo? Ero prontissima.
Premiere di qualche evento? Neppure da chiedere.
Ero quella delle copertine, posta accanto al divo
di turno. Ero quella che si era beccata le ire e gli insulti dalle fan.
Perché non sapevano chi avrebbero dovuto
insultare veramente.
Non ne avevano proprio idea.
Non ne hanno mai avuta.
Proprio come me.
*
“Scusami, devo andare. Bill si sente poco bene”
Io lo guardai mentre si infilava nel giubbotto e
afferrava le chiavi di casa, mormorando tra i denti quella scusa stupida.
Era una scusa stupida, l’ennesima.
Erano stati insieme fino ad un pugno di ore prima,
e adesso stava male?
Aveva letto e scritto messaggi ridacchiando, e
adesso scopriva che suo fratello si sentiva poco bene?
Volevo fare l’amore con lui, quella notte, e
correva da suo fratello?
Non gli chiesi niente. Non ne ebbi neppure il
tempo.
Vidi la porta di casa richiudersi alle sue spalle
e l’unica cosa che riuscii a pensare fu ‘Speriamo non sia niente di grave’.
Ero stupida e scema.
Proprio tanto. Proprio completamente.
*
Ogni tanto mi ritrovavo anch'io a pensare, però.
Nonostante mi controllassero così bene, con così tanta attenzione, pensavo
comunque.
Non riuscivo ad arrivare a delle vere
conclusioni. Per me non ce n’erano. Non ce n’erano, perché non c’era qualcosa
di sbagliato in quello che vivevo. Era tutto perfetto. La mia favola proseguiva
felice e io non potevo contestare nulla.
Avrei potuto, in effetti, ma ancora non lo
sapevo.
Vivevo in quella bambagia rassicurante e non mi
preoccupavo troppo di venirne fuori. Stavo bene lì dentro. Mi piaceva.
Ero amata -mi sentivo tale-, ero felice ed ero
innamorata.
L'illusione più sciocca e dolorosa di tutta la
mia vita.
Ma stavo bene, all'epoca.
Non mi mancava nulla, all'epoca.
Adesso mi manca da morire lui.
Anche se lo odio.
Non posso smettere di amarlo.
E forse è questa la cosa palesemente sbagliata di
tutta questa storia. Che non riesco a trovare una scusa per me stessa.
Non ho motivazioni del mio comportamento attuale.
Non ha senso.
Se non una conclusione.
Quello che provavo io era vero. Drammaticamente
vero.
La stronza opportunista era innamorata persa.
Mentre il povero ex-marito se n'è sempre fregato.
La verità, troppo spesso, è orribile.
*
Penso che il momento in cui mi avvicinai di più
alla realtà dei fatti -non rendendomi neppure conto di dove i miei pensieri
stessero andando a parare- fu quando pensai seriamente a Bill.
E arrivai ad una mia conclusione.
Sbagliata o giusta che fosse, avevo scambiato i
termini da prendere in considerazione.
“Io... io non voglio farmi gli affari suoi, ma...
Bill è gay?”
Glielo chiesi un giorno. A colazione.
Glielo chiesi perchè mi sembrava impossibile che
Bill Kaulitz continuasse a rimanere single dopo tutto quel tempo. Erano anni.
Anni in cui nessuno l'aveva mai visto con una donna.
Tom mi guardò come se fosse la prima volta.
Ed io, per la prima volta, vidi lo sguardo di
Bill nei suoi occhi.
“Perchè?”
“Perchè è sempre insieme ad Andreas...” ... e
così ho pensato...
Non finii mai la frase. Tom si riconcentrò subito
sulla sua colazione. “No. Andreas è il nostro migliore amico. E Bill non è
gay.”
Sul serio, Tom?
Lui non disse altro.
Io non dissi altro.
Uscii dalla stanza, sospirando.
E credo che fece lo stesso anche lui.
No. Non avevo ancora capito la realtà dei fatti.
Tom era salvo.
Bill era salvo.
Io rimanevo l'illusa.
****
Note dell'autrice:
Allora, so di essere un pochetto in ritardo con la pubblicazione, ma
l'università mi distrugge. Aggiungiamo anche che ho pure una vita sociale e
anche se sembra che io passi il mio tempo a fare altro, vi assicuro di no.
Che dire? In questo capitolo ci sono un mucchio
di scene che amo. Il messaggio! E' una delle cose più volutamente volgari credo
XD. O la riflessione di lei al riguardo, che so che è una porcata, ma ci stava.
E mi piace. E piace pure ad ana. Quindi è perfetta, ecco.
E la scena finale, dove chiede se Bill sta con
Andreas *.* Una delle primissime scene che mi sono venute in mente.
Bene. Terminato anche questo (e scritto tutto
oggi! Che brava XD), da domani potrò tornare a dedicarmi a Look Closer, visto
che ho intenzione di pubblicare finale della Spagna e secondo Intermezzo prima
del 23 (... *mantiene un controllo per fingersi seria*). Speriamo! Ce la
metterò tutta ù_ù