Thanks for the memories

 

 

Disclaimer: Tom e Bill non mi appartengono in alcun modo. La maggior parte delle cose riportate qui sono solo il frutto della mia fantasia, non corrispondono quindi alla verità. E, ovviamente, non me ne viene in tasca nulla.

 

Thanks for the memories
even though they weren't so great

(Thanks for the memories - Fall Out Boy)

 

CAPITOLO CINQUE

 

Era ovvio che Bill non stesse con Andreas. Era talmente ovvio e palese e scontato, che a ripensare a tutte le volte in cui li guardavo insieme e riflettevo, mi sento ancora più stupida.

Lo chiamavo sesto senso femminile. Le donne, di certe cose, se ne accorgono subito. E quegli sguardi, quei sorrisi, quegli abbracci che si scambiavano mi sembravano estremamente eloquenti per un occhio attento.

Mi sono sempre concentrata sulla coppia sbagliata, però.

Per ogni sguardo che Bill riservava ad Andreas, ce n’erano almeno mille che riservava a Tom.

Per ogni sorriso raggiante che concedeva al suo migliore amico, c’era tutta la dolcezza e la malizia del mondo in quelli che concedeva solo a Tom.

E se spesso avevo visto Bill salutare Andreas con un abbraccio… probabilmente non ho mai visto veramente quelli riservati a Tom.

Ovviamente.

Perché io non entravo nella camera da letto di Bill Kaulitz.

Tom .

Tom c’era sempre entrato. Nella camera. Nel letto. E in Bill. Giusto per non farsi mancare mai nulla. Giusto per avere il pacchetto completo.

 

*

 

Credo di aver avuto il primo vero sentore di cosa rappresentasse quella camera, solo poco tempo fa, durante una cena.

Non avevo mai collegato le visite che Tom faceva a Bill con qualcosa di scandaloso. Erano fratelli e si volevano bene, che male c’era?

Erano solo due fratelli.

Ma troppo spesso la realtà supera di gran lunga la fantasia.

E la realtà no, non puoi modificarla a piacere. È quella e lo rimarrà.

È questa la fregatura.

Che una volta che la scopri, il resto perde di importanza.

Una volta che la scopri, ti rendi conto di essere stata solo una pedina di qualcosa che non riesci a quantificare. Perché è troppo grande e troppo osceno e troppo disgustoso.

E no. Non può essere vero.

Ma lo è.

 

*

 

Sono praticamente certa che Bill abbia ordinato tutto, in uno di quei ristoranti alla moda che ama tanto.

Dubito seriamente che abbia mai passato il pomeriggio a cucinare per quella sera.

La cena, comunque, era perfetta.

Ed era perfetto lui. Era pronto per la serata più mondana. Truccato e sorridente e falsissimo, con quei suoi occhi privi di una qualunque emozione.

Io, per contro, ero normalissima.

Penso che l’abbia fatto apposta.

Ancora una volta stava solo mostrando al mondo –o a quel circolo ristretto che era la sua famiglia- che esisteva una sola vera regina in tutta quella storia.

E non era la ragazzina stupida che faceva la barista ad Amburgo.

Non ero io.

Io ero solo la moglie di suo fratello. Ero proprio qualcosa di poco conto.

Lui era quello che tutti guardavano. Che tutti volevano. Che tutti ammiravano in segreto, perché sarebbe stato troppo disonorevole ammettere di voler entrare nelle sue mutande.

Lui era quello che apparteneva a Tom, solo a Tom.

La cosa che mi fa più male, però, è che Tom è sempre appartenuto solo a lui.

E io? Io di chi ero?

 

*

 

Penso di aver deciso di uscire dalla stanza, dopo l’ennesimo sguardo di Bill.

Non ne potevo più.

Non ne potevo realmente più.

“Scusatemi, vado un attimo in bagno” avevo mormorato, sorridendo.

Tom non era sembrato turbato. Sembrava che la cosa non lo toccasse minimamente.

E non poteva essere altrimenti. Bill era lì. Bill era davanti a lui. E lo guardava.

Io cos’ero per fargli distogliere l’attenzione?

Simone mi guardò preoccupata. Fu l’unica che mi prestò veramente attenzione. Probabilmente è sempre stata l’unica a trattarmi per quello che ero. A farmi sentire bene e accettata.

Simone è un’altra che non ha mai saputo niente.

E che continuerà a non saperlo.

Bill mi sorrise velocemente, come se volesse liquidarmi subito. Come se volesse buttarmi fuori da quella stanza il più in fretta possibile. Ero l’estranea in una cena di famiglia. Non c’entravo niente e lui non faceva proprio nulla per nascondermi il suo pensiero.

Ovviamente mascherandolo con un sorriso.

“È in fondo al corridoio. Disse, continuando a guardare Tom.

Se solo non fosse stato così preso da suo fratello, forse sarebbe stato più attento. Forse mi avrebbe dato un’indicazione più precisa.

Perché è stato così che ho trovato la camera di Bill. Cercando il bagno.

Tre stanze.

Ragionevolmente, per tutte le volte che Tom si era fermato lì a dormire, sarebbero state due camere e un bagno, no?

Tom si fermava da Bill molto spesso.

Lavoravano. Parlavano. Stavano insieme.

Era normale.

Tom spesso si dimenticava le chiavi del suo appartamento a casa.

‘No. Non portarmele. Mi fermo da Bill a dormire.’

‘Non preoccuparti, non mi servono. Bill ha così tanto spazio.’

Stronzate.

Due camere e un bagno, giusto?

La camera di Bill c’era, inconfondibile con quel letto enorme posto proprio al centro.

C’era anche il bagno, spazioso e confortevole, con una vasca talmente grande che…

… che avrebbero potuto starci benissimo in due.

La terza camera, però, mancava.

Era uno studio.

Senza letto.

Tom, dormivi forse sul divano quando andavi da lui?

Io, in quel momento, mi risposi di sì. Per forza, no? C’era solo una camera, e il divano del salotto non era grandissimo, ma… beh, magari era comodo.

Il divano non lo so.

Di sicuro, per tutte le volte che Tom si era fermato in quella casa, era comodo il letto.

 

*

 

Non ci feci realmente caso. Come tutti i dettagli che ora riesco ad assemblare, nel momento esatto in cui mi capitarono davanti, non notai assolutamente nulla di strano.

Era tutto normale.

La mia vita era stupenda. Il mio matrimonio era stupendo. Mio marito era stupendo.

Non potevo lamentarmi, non ne avevo alcun diritto. E non ero così stupida da farlo.

Avevo dovuto trasferirmi in città, da un anonimo paese della provincia di Amburgo. Avevo dovuto lavorare in un bar di notte per potermi pagare gli studi. Nella vita non avevo ricevuto molti regali, prima di trovarmi davanti Tom.

L’avevo solo accettato. L’avevo scartato. E ora era mio.

Evidentemente, mi sono sempre dimenticata di controllare il foglietto illustrativo. Le controindicazioni, cioè, si sono rivelate molte di più dei benefici.

Era una fregatura.

Di sicuro una fregatura con stile.

Ma la sostanza non cambiava.

 

*

 

Sono sicura che potrei trovare ancora decine e decine di episodi.

Potrei, cioè, controllare ogni singolo ricordo che è custodito nella mia mente, alla ricerca di quel particolare sfuggevole, ma persistente. Come era la presenza di Bill nella nostra vita. Sfuggevole, ma persistente.  

Potrei setacciare ogni memoria, ogni istante, alla ricerca di quel qualcosa che possa darmi ragione.

Ma sarebbe inutile.

La verità, è che ogni singolo granello di sabbia che ha sempre composto il mio castello dei sogni, si è rivelato per quello che è sul serio: solo polvere.

La verità, però, è anche il fatto che io non sono stata così furba e intelligente da accorgermene in tempo.

Se dieci giorni fa, cioè, non avessi ricevuto in dono, senza neppure averlo chiesto, la verità posta su un piatto d’argento… io a quest’ora sarei ancora con Tom.

E sarei ancora illusa dell’ottima riuscita del mio matrimonio.

Ecco. Tutto si è risolto in un pugno di istanti. Istanti che sono così impressi nella mia mente, che sarebbe proprio inutile ricercare ricordi e frammenti dispersi in tre lunghi anni.

Ho una manciata di secondi a mia disposizione. Secondi che valgono più di tutto il resto.

Perché, per la prima volta, ho visto in faccia la verità.

Dopo tre anni, quindi, mi sono accorta del nesso fondante del mio matrimonio.

Io amo Tom.

Punto.

Ecco. Tre anni si possono riassumere in quelle tre parole e nulla di più. Io. Amo. Tom.

L’ho scoperto dieci giorni fa. Per sbaglio.

E il mio castello si è distrutto. Per davvero.

 

*

 

Non ho trovato nulla di particolarmente strano nell’idea di Tom.

Come sempre, cioè, mi stava indorando la pillola con sorrisi e dolcezza. Come sempre mi faceva credere di essere importante, di essere più importante di qualunque altra cosa.

Perché non usciamo a cena con gli altri?”

Sarebbe stata una proposta veramente normalissima, se adesso non sapessi cosa, molto probabilmente, nascondevano quelle parole.

Undici giorni fa era il 27 aprile.

Un giorno come un altro. Se non per il fatto che il 28 aprile sarebbe stato il nostro terzo anniversario.

Ma quello era il giorno prima. Quello non era il nostro anniversario.

Quindi non c’era nessun problema. Perché dire di no? Perché rifiutarsi?

Avrei passato la sera e la notte successiva con mio marito, ovviamente. Non c’era nessun motivo per non uscire insieme ai suoi amici. E Bill.

Non credo di averci mai fatto caso, ma sono abbastanza convinta di aver sempre visto Tom e Bill insieme il ventisette. Notte.

Sono abbastanza convinta, cioè, che all’inizio del giorno di ogni 28 aprile, loro due fossero insieme.

Il suo vero festeggiamento, l’ha sempre passato con Bill. Sempre.

Tre anni fa io mi sono sposata con Tom. Gli ho giurato fedeltà e amore per tutta la vita.

Tre anni fa, però, Tom ha sposato Bill. E quindi ha giurato a lui fedeltà e amore per tutta la vita.

Allo scoccare della mezzanotte, quindi, si sarebbero sempre ritrovati insieme.

Dimmi, Tom, lo riempivi di regali come con me?

Sono sicura di no.

Non aveva bisogno di comprarlo, lui. Lui è sempre stato lì.

Ma aveva bisogno di compare me. Di tenermi buona. Non si poteva mai sapere che cos’avrei potuto pretendere un giorno.

Più buono si fosse dimostrato, più libertà gli avrei concesso.

Era un piano perfetto, di sicuro.

Però, dieci giorni fa, qualcosa è andato storto.

E la realtà dei fatti ha iniziato finalmente a prendere forma.

 

*

 

Tom quella sera era bellissimo. Non che indossasse qualcosa di diverso, era più che altro qualcosa legato allo sguardo e al suo sorriso. E io non riuscivo a non pensare al fatto che fosse mio.

Era veramente da mozzare il fiato. Lo era sempre stato, ma c’erano delle volte in cui era semplicemente impossibile non rendersene conto.

Toglieva il respiro.

Quella sera, c’era un altro ad essere incredibilmente bello. Bill, ovviamente. Sembrava che avesse fatto di tutto per far risaltare il suo aspetto.

Ed era raggiante. I suoi occhi non tradivano emozioni particolari. Non quando li fissava su di me. Ma bastava un niente, un battito di ciglia, un sorriso, un movimento, un cambio di prospettiva, bastava che guardasse Tom e tutto cambiava. 

Non posso negarlo. Anch’io ero raggiante in quel momento. Stavamo per festeggiare tre anni di matrimonio. Ero felice e lo dimostravo, perdendomi a chiacchierare ogni tanto con Gustav, ogni tanto con Tom, e buttando giù bicchieri di vino.

Ero felicissima. Sentivo già il sapore della giornata che mi avrebbe riservato Tom l’indomani. Sono sicura del fatto che avesse già organizzato qualcosa. Che avesse prenotato un ristorante solo per noi due. Che mi avesse comprato un regalo. Che mi avrebbe dedicato tutta la giornata e tutta la notte.

Solo che non era ancora il nostro momento.

Quello era il momento di Tom e di Bill. E Tom e Bill se la stavano spassando.

Non ero l’unica che si stava divertendo. Tom non faceva che ridere, raccontando di vecchi aneddoti, robe da ragazzini che ogni tanto ritirava fuori in memoria dei vecchi tempi.

Tempi che non mi appartenevano.

Bill si concedeva di ridere alle battute del fratello. Si concedeva di farsi vedere più vulnerabile. O forse semplicemente più normale. Più comune.

Scherzava con Georg, battendo piano contro la spalla del bassista con la mano chiusa a pugno, e poi tornava a concentrarsi su Tom. I suoi occhi sempre su di lui, non lo perdeva mai di vista.

E poi si brindava.

Questo lo ricordo con una precisione agghiacciante.

Ogni tot di tempo, qualcuno di noi alzava il bicchiere e brindava a qualcosa. Qualsiasi cosa.

Riesco a ricordare a chi o a cosa fosse dedicato ogni singolo brindisi.

Erano messe in risalto le cose più disparate.

Dalle più futili alle più importanti.

Quando mancava ormai poco alla mezzanotte, quando ormai tutti noi sentivamo il vino scorrerci dentro, quando erano ormai tre ore che stavamo cenando, bevendo, e scherzando, Tom fece il suo ultimo brindisi.

“Alla persona più importante. Perché se non ci fosse, la vita farebbe veramente schifo.

Mi sentii raggiante.

In quel momento mi sentii veramente su di un altro pianeta.

Prima di portare il bicchiere alle labbra, Tom mi baciò.

E io sentii solo quello.

Ero felice, cazzo. Lo ero. Lo ero in un modo talmente totale che… che è difficile quantificare.

Non è un numero.

Non c’era nessun aspetto mancante.

Tranne una cosa.

Tom, nel pronunciare quelle parole, non mi aveva guardata neppure per una volta.

Neppure una.

 

*

 

Vorrei che fosse solo quello. Che quella sera, il massimo della mia consapevolezza sia dovuto ad una dichiarazione fatta a qualcun altro.

Ma non è così.

Non sono nulla quelle parole.

Non sono niente.

La verità è che ci sono cose che qualcuno non vorrebbe mai e poi mai sapere, anche se sono la verità.

Ci sono cose che fanno male solo a pensarle, perché sono sbagliate a prescindere. Sempre.

Ci sono cose, però, che sono comunque reali.

Questa storia è una di quelle.

È una storia che non ha senso.

Che non è giusta.

Ma il cui difetto più grande è di essere vera.

 

*

 

Era quasi l’una. Del 28 aprile.

Dieci giorni fa.

Il mio anniversario.

Era quasi l’una, quando Bill si è alzato.

Andava a casa. Avrebbe dovuto svegliarsi presto. Photoshooting al mattino.

Era quasi l’una, quando Tom disse che sarebbe andato un attimo con lui. Solo un attimo. Fuori dal ristorante.

Sarebbe tornato subito.

Era l’una passata, e Tom non era ancora tornato. Il suo giubbotto era ancora appoggiato allo schienale della sedia.

Era notte. Faceva freddo.

Era l’una passata, quando ho deciso di uscire per portargli il giubbotto.

“Torno subito.” Ho detto agli altri.

Di sicuro stavano parlando.

Era l’una passata quando mi sono preoccupata per lui, per Tom. Non volevo che prendesse freddo, non volevo che si ammalasse.

Ed era l’una passata, quando la verità ha deciso di farmi visita.

 

*

 

“Io tolgo il disturbo.” Bill era sempre di una gentilezza esasperante. Quella sera non fu da meno.

Ma dai! Non fare come le vecchiette!”

Bill si era girato verso Georg, lanciandogli un’occhiata storta. “Io lavoro sai, al contrario di voi tutti…”

Si era alzato in piedi, aveva infilato la sua giacca nera e aveva salutato tutti. Stranamente, non aveva rivolto nessun cenno particolare, nessuna occhiata a Tom.

Quando stava per allontanarsi dal tavolo, Tom l’aveva fermato. “Aspetta! Mi devi ancora dare quel testo che hai scritto, ricordi?”

Bill aveva assunto un’aria sbalordita. “Oh, sì. Ce l’ho in macchina…”

“Ti accompagno.”

Ti. Accompagno.

Era già tutto studiato, vero?

Non c’era nessun testo e nessuna canzone.

Tom era uscito con lui, io li avevo seguiti con lo sguardo, prima di tornare a perdermi nelle chiacchiere di Georg.

Era quasi l’una e mi sembrò tutto normale.

 

*

 

Non è stata una doccia gelata.

O uno schiaffo improvviso.

No. Sono tutti paragoni che non renderebbero affatto l’idea. Perché è stato peggio, molto peggio.

Più lungo e doloroso e assurdo. Così assurdo da essere reale.

È stato come rompere un vetro. No. Non romperlo. Anche in questo caso non renderebbe bene l’idea.

È stato come fare una piccola crepa. Un piccolo buco.

Con un sassolino talmente minuscolo, che quasi non lo si può vedere.

Però c’è.

C’è, dannazione.

È stato come colpire un vetro con quel sasso.

Il sasso ha fatto un buco.

Il buco ha crepato il vetro.

E il vetro si è rotto, ridotto in frantumi pronti per essere calpestati, distrutti completamente, ridotti in polvere.

Non è un processo che avviene in un istante, ci vuole qualche secondo.

Ecco, la sensazione precisa con cui è avvenuto il tutto, l’effetto che ha avuto su di me quella scena, è stato questo.

Il mio castello, nell’arco di quattro interminabili secondi, è andato in frantumi, trasformandosi in polvere.

Tutto, in quattro secondi.

 

*

 

È qualcosa di dannatamente malato, in fondo. Il fatto che io non riesca a togliermelo dalla testa.

È come averlo registrato su di una videocassetta e continuare a fare partire il video involontariamente.

È qualcosa di molto più fisico, però. Lo è stato anche in quel momento. In quei quattro secondi.

In quattro secondi uno può veramente accorgersi di un mucchio di cose.

Ad esempio, che al buio, illuminato solo dalla luce di un lampione, un anello di Bill Kaulitz nero, riesce in parte a riflettere quella debole luce.

Ad esempio, che al buio, illuminato solo dalla luce di un lampione, l’ombra di Bill Kaulitz allungata sull’asfalto del parcheggio, sembra quella di una ragazza.

Ad esempio, che al buio, illuminato solo dalla luce di un lampione, Bill Kaulitz rimane un uomo.

Ad esempio, che al buio, ma sono sicura anche alla luce del giorno, Bill Kaulitz bacia inclinando la testa verso sinistra e chiudendo gli occhi.

Ad esempio, che al buio, e sotto la luce, e di notte e di giorno, Bill Kaulitz rimane uno stronzo.

Sono tutti esempi, questi. Ce ne sarebbero molti altri.

Sarebbero tutti inutili.

Non servono affatto a spiegare quello.

In quei quattro secondi mi accorsi di tutta una serie di particolari, questo sì. Particolari che non riesco a cancellare, che continuano a tornarmi in mente.

In quei quattro secondi, però, la prima e unica cosa che riuscii veramente a realizzare fu un'altra.

Mio marito stava baciando un’altra persona.

E questa frase è solo un modo per indorare la pillola.

Perché mio marito è anche Tom Kaulitz, e la persona che stava baciando, oltre ad essere un uomo, è anche suo fratello Bill.

All’una passata del 28 aprile, fu questo il modo con cui festeggiai i miei tre anni di matrimonio.

E senza nessun biglietto di auguri.

 

****

 

Note dell’autrice: Io spero veramente che questo capitolo sia angosciante anche per voi, perché io in certe parti pensavo di star scrivendo un thriller ._.

Comunque! Gioite con me! gioite, gioite!! Manca solo un capitolo alla fine! Un capitolo che io amerò scrivere, così come ho amato questo. Voglio dire, la parte finale mi piace troppo per non amarla XD. È così angosciante XDDD. E il prossimo… il prossimo lo amerò ancora di più, visto che ci sono due motivi per cui ho iniziato a scrivere questa storia: una è la scena del bacio nel parcheggio, la seconda è la penultima scena del prossimo capitolo.

C’è anche da dire che io avevo detto che avrei aggiornato Look Closet prima. E in effetti ho iniziato a scrivere l’intermezzo. Ma ho iniziato anche questo. E poi mi sono lasciata prendere la mano. Comunque presto sui vostri teleschermi anche quella storia, promesso!

Ora, però, una brutta notizia. Essì. Devo riprendere a studiare ç_ç Vi prego, disperatevi con me XD. Ho un esame, e sebbene io abbia rimandato all’inverosimile, devo veramente iniziare a studiare. Ergo per i prossimi 15 giorni mi dovrò dare una regolata. Purtroppo. ç_ç Ma cercherò comunque di scrivere >_< Tanto si sa che studio pochissimo XD.