Thanks for the memories
Disclaimer: Tom e Bill non mi
appartengono in alcun modo. La maggior parte delle cose riportate qui sono solo
il frutto della mia fantasia, non corrispondono quindi alla verità. E, ovviamente, non me ne viene in tasca nulla.
Thanks for the memories
even though they weren't so great
(Thanks for the memories - Fall Out Boy)
CAPITOLO SEI
Una persona stupida come me, un tradimento lo
avrebbe perdonato.
Perché è stupida e perché è innamorata. È un
binomio veramente micidiale in una persona, ancora di più quando gli altri
sfruttano queste due caratteristiche a loro vantaggio.
Se avessi sorpreso Tom, quindi, a baciarsi con la
vicina di casa ventenne, poiché sono stupida e innamorata, l’avrei perdonato.
Ne sono sicura.
Avrei fatto un po’ di scene all’inizio, lui
avrebbe cercato di giustificarsi, mi avrebbe detto che non era nulla, che non
era importante, che aveva sposato me perché mi amava, e tutto sarebbe ripreso
da quello stop forzato.
Il punto non è il tradimento.
Il punto è che io non sono nemmeno stata tradita.
Se in un giorno, uno solo, di quei tre anni, mi
avesse veramente amato, avrebbe avuto un senso. Ma a Tom Kaulitz, della
sottoscritta, non gliene è mai importato nulla.
È stato quello che mi ha fatto più male. Il fatto
che non fossi la moglie ferita ma, in un’ottica distorta, una sorta di amante
autorizzata.
Autorizzata perché Bill sapeva e accettava e gli
stava bene.
Amante, perché con me scopava quando non poteva
fare altrimenti, quando non poteva andare ad elemosinare un po’ d’amore da suo
fratello, quando il mio, di amore, non gli bastava.
In quel triangolo atipico ero sempre stata l’altra,
e nessuno me l’aveva mai detto.
*
Non so per quanto tempo rimasi pietrificata. Ero
immobile, mentre davanti a me sfilava sotto i riflettori la fine del mio
meraviglioso matrimonio e del mio meraviglioso castello e della mia
meravigliosa illusione.
Tutto finito nell’arco di quei secondi.
Quando si separarono non ci pensai neppure al
fatto che potessero vedermi.
Non me ne fregava niente.
Che mi guardasse pure in viso, Bill. Che mi
guardasse ancora con quei suoi occhi privi di espressione.
Che mi guardasse pure in viso, Tom. Che mi guardasse
con quei suoi occhi dolci e caritatevoli.
Non aveva nessuna importanza. Dovevo vedere il
volto di Bill. E l’ho visto, l’ho visto sul serio.
Stava sorridendo. Proprio come in quel giorno in
cui avevo interrotto le loro chiacchiere, proprio come in quel momento, Bill
era felice.
E non era importante il fatto che la tua felicità
dipendesse da una bugia, vero?
E poi si allontanarono ancora di più da me. Si
avviarono verso la macchina di Bill.
Non avevo più l’innocenza di sperare veramente
che fosse a causa di un testo di una canzone.
Solo che…
… che nessuno vorrebbe vedere quello.
Nessuno vorrebbe neppure intuirlo.
Per il tempo che rimasi lì, mentre le gambe mi
tremavano, mentre gli occhi mi si riempivano gradualmente di lacrime man mano
che la presa di coscienza aumentava, mentre mi appoggiavo alla recinzione di
una casa, tentando di non vomitarmi addosso, loro due rimasero in macchina.
E io non facevo altro che gridare dentro di me.
Vi prego uscite. Vi prego uscite. Vi prego
uscite.
In quel momento non avevo abbastanza forza per
poter accettare anche quello.
Dov’era la tua bocca, Tom? Dov’erano le tue mani?
Dov’erano le sue?
Era tutto troppo.
La principessa del castello era stata spodestata.
Ora non mi rimaneva più niente.
*
Non so cosa accadde in quella macchina.
Ragionevolmente, credo di non volerlo proprio immaginare. So solo che tornai al
ristorante con un’aria distrutta e con ancora il giubbotto di Tom tra le mani.
“Non vi preoccupate, sto bene.”
“Va tutto bene, sul serio.”
“Tom stava parlando e… sì, non credo che avesse
freddo.”
Non ricordo cosa risposi alle domande di Georg,
di sicuro mi inventai qualcosa del genere. Una bugia stupida, creata solo per
mettere a tacere le sue domande. Non avevo la capacità di spiegare, non potevo
neppure pensare a ciò che avevo visto.
Non so con precisione quando tornò Tom.
Non lo guardai più in viso.
In effetti, non l’ho più realmente guardato da
quel momento.
È come se non esistesse. Come se. In realtà
esiste e la consapevolezza è ancora peggiore. Posso far finta di fregarmene, ma
non posso riuscirci sul serio.
Comunque, non guardai più Tom.
Non ne avevo più motivo, non avrei più rivisto la
persona che mi aveva fatto innamorare.
Quando una maschera si crepa… beh, non la puoi
più aggiustare.
E uno inizia ad accorgersi che… beh,
semplicemente fa schifo.
*
Non so se Tom intuì qualcosa. Io non gli dissi niente.
Ma Tom non era stupido, non lo era mai stato.
Sono sicura che qualcosa, nella sua mente, iniziò a registrare un’atmosfera
diversa.
Io mi sono limitata a stare in silenzio.
Per i sette giorni successivi, credo che le mie
risposte si possano contare sulle dita delle mani.
Ormai, non avevo più parole da spendere.
Ne avevo sprecate troppe in tre anni, le avevo
sprecate a giustificarmi e a giustificarlo, ormai era ora di finirla. Che senso
aveva?
Probabilmente la reazione più facile sarebbe
stata quella di sbraitargli addosso e basta. Sarebbe stata anche la più giusta.
Invece ho preferito aspettare, e forse posso dire
di aver avuto ragione.
Un minimo di soddisfazione, un minimo di orgoglio
ce l’ho anch’io. Ce l’ho sempre avuto.
È per questo che ho deciso di mettermi e di
metterli di fronte alla verità.
Anche se non è stato facile.
Anche se ho sofferto anche in quel momento, forse
più che mai.
Era giusto così.
E, questa volta, era giusto solo per me.
*
Tom mi chiese di uscire il giorno del nostro
anniversario.
Gli risposi che non mi sentivo bene.
Tom mi chiese se avevo voglia di pranzare con lui
dopo una registrazione.
Gli risposi che avrei dovuto lavorare.
Tom mi chiese se se avevo voglia di andare in
quel nuovo locale appena aperto.
Gli risposi che non ne avevo molta voglia.
Tom non mi chiese più niente.
Fino a tre giorni fa.
Mi disse che sarebbe andato da Bill, che forse si
sarebbe fermato a dormire da lui.
Io non gli risposi affatto. Annuì distrattamente.
Due ore dopo averlo visto uscire dalla porta
d’ingresso, ho preso le chiavi della macchina, le chiavi dell’appartamento di
Bill abbandonate sul mobile e li ho raggiunti.
Era semplicemente ora di finirla.
*
Di sicuro sarebbe estremamente impressionante
raccontare di come sono entrata in quella casa, urlando e lanciando sul
pavimento ogni oggetto mi capitasse sotto mano. Sarebbe stato tutto molto
coreografico, ma non sarebbe servito a nulla.
La verità, è che quando la persona che ami ti
ferisce, puoi reagire in due modi.
O diventi fuoco o diventi ghiaccio.
Col fuoco divampi, ti accendi, bruci dalla voglia
di fargliela pagare il più in fretta possibile, vorresti solo disintegrare
tutto, completamente. Non vorresti lasciare nulla al tuo passaggio.
Col ghiaccio, per contro, ti dimentichi del resto
del mondo, entri in una sorta di loop automatico e pensi solo al fatto che non
servirà niente urlare, quanto piuttosto ragionare su come farti ripagare anche
solo in minima parte da ciò che ti ha procurato.
È evidente che io sia ghiaccio.
Perché frantumare contro una parte l’ultimo vaso
acquistato ad una mostra d’arte da Bill, non sarebbe servito a nulla.
Un minuscolo gesto, assolutamente silenzioso,
invece, mi ha regalato la sensazione di avere in pugno per la prima volta nella
mia vita, Tom.
Ed è l’unica sensazione per cui è valso la pena
aspettare.
Nonostante ciò che hanno visto i miei occhi.
Nonostante la scena. Nonostante quel letto.
Ho dovuto farlo.
Solo per me.
*
Ho parcheggiato davanti alla casa. Ho afferrato
le chiavi dell’appartamento e sono uscita dall’auto.
Ho seriamente sperato che non si accorgessero di
me.
Ma in fondo era così improbabile, così assurdo. Eravate
troppo impegnati, vero?
Le gambe mi tremavano, ma le mani erano
fermissime. È una contraddizione e lo so perfettamente, ma in questa storia
credo che non ci sia una singola cosa che è andata secondo i piani.
Ho infilato le chiavi nella serratura e ho aperto
la porta. Non c’era nessuno.
E nessun rumore.
Ancora una volta mi rendo conto di quanto la
mente umana sia incredibile. Perché nei momenti peggiori uno viene
letteralmente bombardato dai dettagli.
C’era sempre stata quella chitarra nell’angolo?
E il giubbotto di Tom abbandonato sul divano era
solo un caso?
E quella foto di loro due sul mobile era una
novità? O Bill l’aveva semplicemente tolta per la cena a casa sua?
Decisi che nessuno di quei dettagli valevano
veramente qualcosa.
Decisi che, di dettagli, nella mia mente ne avevo
fin troppi. Sarebbe stato inutile aggiungerne altri.
Attraversai il corridoio e mi fermai davanti alla
porta socchiusa della camera da letto.
Non servivano particolari poteri per avere la
certezza della loro presenza lì dentro. Non servivano neppure per sapere a cosa
stavo andando incontro.
Sfilai il cellulare dalla tasca dei jeans.
Aprii la porta, evitai di guardare veramente,
solo che la mia mente registrò comunque.
Avrei potuto farlo. Un
minuscolo clic. Appena udibile, tanto da non farli neppure muovere,
nessuno dei due.
Stavano dormendo.
E, nel momento in cui guardai il cellulare, mi
sentii molto meno spavalda e coraggiosa.
Era tutto veramente finito.
*
Sospirai più e più volte, continuando a mantenere
gli occhi fissi sulle mie scarpe ed evitando di guardare verso il letto.
Quando alzai lo sguardo, la prima cosa che mi
colpì come uno schiaffo, un pugno, un treno in corsa fu la somiglianza
spaventosa dei loro visi posti l’uno vicino all’altro.
Erano. Uguali.
Erano identici, dannazione.
Chiusi gli occhi e serrai le dita attorno al
cellulare.
L’immagine davanti a me non spariva in ogni caso.
Bill rimaneva sdraiato a pancia in giù, con i capelli sparsi attorno al
cuscino, mentre le testa riposava tranquillamente sulla spalla di Tom.
Le lenzuola erano solo un ammasso stropicciato di
stoffa ai loro piedi, abbandonate forse perché prive di un reale scopo.
Cosa devi coprire quando hai accanto qualcuno di
identico a te?
Prima di quel momento, pensavo che la sensazione
peggiore fosse stata sorprenderli in un parcheggio a baciarsi e ipotizzare un
seguito nella macchina di Bill.
Mi sbagliavo.
La sensazione più disgustosa e di disconnessione
possibile mi ha investito in quell’istante.
Tom si era appena scopato suo fratello.
Fino a dieci giorni prima, scopava me.
Non è qualcosa che uno può cancellare in
automatico.
Uno non può cancellarlo e basta.
*
Sbattei il pugno contro la porta, una sola volta.
Fu abbastanza per ottenere una reazione.
Credo che Tom sia stato seriamente ad un passo
dall’avere un infarto. E per un istante mi dissi che sì, essermi sottoposta a
quell’immagine era servito a qualcosa.
In realtà la morse che mi stringeva dentro era
comunque più forte di qualsiasi altra forza. Era impossibile da contrastare.
Bill ha aperto gli occhi poco dopo, allungando le
braccia verso l’alto, come se si stesse semplicemente svegliando dopo un lungo
sonno.
Tom era terrorizzato.
Bill non fece una piega.
Io non saprei descrivere la mia espressione, so
soltanto che continuai a fissare Tom come se volessi ucciderlo.
L’ho desiderato.
Ma sono rimasta immobile per una quantità
indefinita di minuti.
Poi, con una lentezza esasperante, ho mostrato il
cellulare che avevo in mano. Da come mi guardò Tom capii che aveva
perfettamente afferrato cosa significava.
“Non-”
Disse solo quello.
“Taci.”
Tom richiuse la bocca, mentre i suoi occhi
rimanevano fissi su di me.
Strinsi il cellulare nella mia mano, mi girai, e
uscii dalla casa.
Non so cosa accadde lì dentro dopo che me ne fui
andata, non mi interessa saperlo.
Avevo fatto quello che dovevo fare.
Non stavo meglio e non sto meglio ora.
Non mi sono divertita e non mi sono sentita
importante.
Stavo soffrendo, e basta.
E le persone, quando soffrono, fanno un mucchio
di cose stupide.
*
In macchina credo di aver pianto per quasi tutto
il tragitto. Le mie mani erano serrate attorno al volante, come se ne
dipendesse della mia vita. Il mio stomaco era attorcigliato su se stesso.
Stavo malissimo.
Poi, poco prima di svoltare nella mia via,
accostai vicino ad un cassonetto.
Uscii dalla macchina, presi il cellulare, lo
spensi, e lo lanciai dentro.
Ritornai in macchina, rimisi in moto e feci
ritorno a casa.
*
L’ho detto che sono stupida.
E non mi interessa di quello che dicono in giro.
So che si sa già che il nostro matrimonio è finito. E sono passati solo tre
giorni.
So che dicono che sono una stronza opportunista,
che volevo solo spennare la gallina di turno.
Non mi interessa.
Non ho mai pensato neppure per un istante di fare
e tenermi quella foto. Non ho mai pensato neppure di sfruttarla in qualche
modo.
Volevo solo far provare a Tom quello che avevo
provato io. Volevo mostrargli cosa voleva dire vedersi frantumare la felicità
in una manciata di secondi.
Per me sono stati quattro, chissà quanti sono
stati i tuoi, Tom?
Perché se c’è una cosa che ho imparato su di lui,
è che non si risparmia niente per le persone a cui vuole bene.
Io pensavo di essere nella lista, ma non era
così.
Di sicuro, però, ci rientra Bill.
Io gli ho messo davanti la possibilità concreta
che qualcosa glielo potesse portare via.
Non credo di essermi mai sentita così vicina a
Tom come in quel momento, perché ogni singola sfumatura di quell’emozione, è
anche la mia, l’ho provata, la provo e la proverò ancora, probabilmente.
Ecco. L’unica differenza tra i due è che io non
sono stata così stronza.
Sono stupida.
L’ho già detto.
*
Due giorni fa ho accumulato tutte le cose di Tom
nelle sue valigie.
È stato allora che l’ho trovato, nascosto in
fondo all’ultimo cassetto dell’armadio. Non è un album fotografico, di quelli
importanti e rilegati, di quelli che si utilizzano per l’album di nozze, per un
battesimo, una festa. È un semplice quaderno, di quelli a quadretti che si vendono
nei supermercati. Uno come tanti altri.
Ma era pieno di loro foto.
Foto normalissime, foto della loro infanzia, ma
soprattutto foto di Bill da solo, intento a cantare, a sorridere, a dormire, a
mangiare, a bere. Quasi a voler fotografare ogni istante di normalità della
vita di suo fratello, quasi a non voler farsi sfuggire nulla, neppure il più
piccolo gesto.
C’erano solo poche foto di loro due insieme. Per
lo più autoscatti, per lo più primi piani.
E la verità è che sembravano proprio normali.
Loro che normali non lo sono affatto.
L’ho buttato via.
Tutto.
Ho chiuso il quaderno, sono andata in cucina e
l’ho buttato nella spazzatura.
Di sicuro, da quel momento, avrebbero avuto molto
tempo per fare altre foto. Io, quelle, non le volevo più vedere.
*
Ho buttato via anche l’abito delle nozze.
Sia il mio che il suo.
Per un matrimonio che non è mai esistito, non
c’era motivo di continuare a tenere un simile oggetto. Non era nulla di più di
un abito bianco.
Era il mio abito bianco, il mio
bellissimo vestito.
Ma per lui non ha mai significato nulla. E per
me, ha semplicemente perso di valore.
*
Ieri ho chiamato Tom.
Gli ho detto di venire a prendersi la sua roba, o
l’avrei buttata. Anche lei, sarebbe finita nel cestino insieme a tutto il
resto, insieme a tutto quello che avevamo fatto insieme.
Non gli ho dato modo di rispondere, non volevo
neppure sentire la sua voce. Credo che volesse chiedermi qualcosa riguardo alla
foto.
Sei preoccupato, Tom?
Bill non ti consola abbastanza?
Tom non sa che quella foto non esiste più.
E, di certo, non sarò io a dirgli la verità.
*
È venuto questa mattina.
No, non Tom. Lui credo che abbia paura di
trovarsi davanti a me. Credo che non voglia affrontarmi.
È strano. Io non saprei neppure cosa dirgli se si
presentasse davanti alla mia porta. Non saprei se piangere o ridere, picchiarlo
o lasciarmi abbracciare. Non saprei cosa fare, perché non saprei se c’è
qualcosa di giusto in tutto questo. Se c’è qualcosa che ha senso.
Stamattina mi sono trovata davanti Bill.
Era tranquillo, gli occhiali da sole infilati tra
i capelli, la t-shirt all’ultima moda, gli occhi fissi su di me.
Sono sicura che sia stata la sua tranquillità a
farmi scattare.
La goccia che fa traboccare il vaso, non è solo
un’espressione popolare. È la verità.
Ad un certo punto uno non riesce più a sopportare
nulla, e io credo di aver superato quella linea molto tempo fa.
Gli ho tirato uno schiaffo, e mi sono sentita
male, per quanto piccola e stupida mi stavo mostrando, e mi sono sentita bene,
per la sensazione di avergli provocato anche solo un minimo di dolore.
Bill non si è scomposto. Ha portato una mano
sulla sua guancia e mi ha sorriso.
E l’ho odiato ancora più profondamente.
È colpa sua.
So che è una stronzata. So che la colpa è di tutti
e due. Razionalmente lo so. Emotivamente, io mi illudo ancora che
sia tutto un gioco messo in piedi da Bill. Ma so che non è così.
Per quanto stronzo e meschino sia, non avrebbe di
certo potuto fare tutto da solo.
E non è lui che mi ha sposato.
Non è lui che mi ha giurato amore.
Non è lui.
Ma è lui comunque. Scindere Bill da Tom mi riesce
solo in certi momenti. La realtà è che sono troppo simili, ma l’ho scoperto
dopo. Troppo tardi per tornare indietro.
“Penso di essermelo meritato, Kassandra.”
Ha risposto, senza smettere di guardarmi in quel modo.
Non gli ho detto niente. Mi sono fatta da parte e
l’ho lasciato passare per andare a prendere le valigie.
Quando è tornato, mi ha di nuovo fissato negli
occhi.
Era compiaciuto. E soddisfatto.
È stato in quel momento che ho capito un altro
tassello. Un altro, minuscolo pezzo per andare a completare il puzzle di
quell’enorme messinscena.
“Volevi che lo scoprissi.” Ho mormorato.
Bill mi ha guardato a lungo prima di rispondere.
“Te l’ho lasciato per tre anni. Dovresti essermene grata.”
Dovresti essermene grata.
“... e so che non userai mai quella foto.”
Non ha detto nient'altro.
E io non ho osato chiedere di più.
Spesso, è meglio non sapere.
*
Questo è quanto.
Avrei voluto che questa storia finisse in modo
diverso. Avrei voluto il principe azzurro accanto a me fino alla fine. Ma non è
stato così.
Io, il principe azzurro, neppure l'ho mai
incontrato veramente.
E questa storia non può avere nessun lieto fine.
Non per me.
Ho fatto la mia parte in un gioco di ruolo che
non mi apparteneva. Mi hanno presa e buttata in mezzo, convinti che tutto
sarebbe andato liscio. Ho giocato, fino a quando lui, Bill, non ha
deciso che era il momento di smetterla.
Si è stancato.
Si è ripreso Tom.
E ha buttato via la stupida bambola di pezza.
In questa storia non c'è neppure una fine. Perchè
non ho la morale della favola. Non ho la perla di saggezza da sciorinare in
giro.
E ora credo che raccoglierò anche le ultime foto
di Tom sparse in giro.
Le prenderò, le accumulerò, aprirò il cestino e
le butterò dentro.
E poi, chiuderò il sacchetto della spazzatura,
chiudendo insieme un pezzo della mia vita, prenderò il giornale, e mi metterò a
cercare una nuova casa.
Da quel momento, mi imporrò di mettere il mio
finale a tutto questo.
È l'unico modo con cui potrò provare a riprendere
la mia vita da dove mi ero interrotta.
E questa volta, niente castelli, né giochi.
Perchè l'innocenza di credere ancora alle favole,
semplicemente, non ce l'ho più.
FINE
(11 Febbraio - 20 Aprile
2008)
****
Note dell'autrice: Ebbene
sì, questa storia è finita. Gioia e gaudio. Più che altro perchè adesso posso
dedicarmi anche a tutto il resto (tralascio il fatto che oggi avrei solo dovuto
studiare -_-). Comunque! E' finita!
Un paio di note tecniche.
Il nome della ragazza, finalmente si sa. Nella
mia testa è sempre stato quello, anche perchè ha chiaramente un valore
simbolico. E poi mi piaceva la battuta di Bill, con il nome alla fine *.*
Poi poi... uhm... ci sono due scene che amo in
questo capitolo: quando lei li trova a letto e quando prende a schiaffi Bill.
*___* Mi sono divertita moltissimo a scriverle, soprattutto l'ultima, con
Bill-ghiacciolo. *ama*
E ora... ora vi lascio e torno a studiare che
domani mi aspetta finalmente l'esame! (Finalmente perchè me l'hanno rimandato
ç_ç)
E visto che la storia è conclusa, mi fate sapere
cosa ne pensate? Sia del capitolo che di tutto il resto, ovvio^^
Grazie mille a tutti <3
A presto!
Meg