PARALLEL WORLDS

 

Disclaimer: Ovviamente Bill e Tom e tutta la combriccola non mi appartiene in nessun modo (David è ancora irraggiungibile). E ovviamente non c’è niente, ma proprio niente, di vero. E ovviamente non ci guadagno nulla.

 

#Capitolo 1#

No one else believes me

[Elliot Minor - Parallel Worlds]

 

Bill capì il significato dell’espressione ‘cuore in gola. Ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma purtroppo certe cose erano impossibili da controllare. Quella, era evidente, rientrava perfettamente nella categoria.

Il cuore in gola significava che se l’era ingoiato. E che batteva talmente forte da fargli pulsare le tempie e le vene e ogni singola terminazione corporea.

Il cuore in gola significava che tutto quello era reale, nonostante Bill continuasse a guardarsi allo specchio sperando di non trovarci più nessuno, all’improvviso. Sperando che tutto sparisse, diventasse buio, venisse risucchiato in un vortice nero. Sperando in un incubo di pessimo gusto.

Perché tutti gli incubi sono orribili, no?

Bill ci aveva creduto, inizialmente.

Ok. Sto sognando. E se sto sognando, mi posso svegliare.

L’aveva pensato e si era convinto, perché semplicemente non poteva avere torto.

Invece sì.

Bill aveva arrancato su per le scale e poi nel bagno e si era guardato allo specchio. Aveva valutato tra la possibilità di darsi un pizzicotto da solo, oppure trovare una via alternativa. La via alternativa era stata schiantarsi l’acqua gelata sul viso e tornare in sé in un modo meno doloroso.

Ma non era servito a nulla.

Soprattutto, non era del tutto sicuro di essere tornato in sé.

Soprattutto, non era del tutto sicuro di averlo mai abbandonato, quel sé.

Così rimaneva lì, aggrappato al lavandino, con il cuore che picchiava come un martello pneumatico, quasi come se ci fosse stato Gustav a dettare il ritmo.

Invece non c’era.

Non c’era Gustav. Non c’era Georg.

Ed era egoistico pensare che non gli importava molto. O meglio, gli importava, ma…

ma, cazzo, non c’era Tom. Tom non c’era, non c’era. E il resto del mondo passava in secondo piano.

 

*

 

Bill era ancora rannicchiato accanto al lavandino. Alla fine il tremolio alle gambe e alle mani aveva avuto il sopravvento e aveva dovuto fare così. Staccarsi fisicamente dalla ceramica del lavello e sedersi a terra, dove non poteva cadere. O, almeno, non farsi troppo male.

Fuori dal bagno sua ma-… beh, quella che avrebbe dovuto essere sua madre, cercava di convincerlo ad aprire la porta, ma lui non voleva saperne.

Lì dentro era da solo. Lì dentro poteva ancora pensare di essere nel suo bagno.

Poteva ancora pensare che quella fosse sua madre.

Che suo padre, il suo vero padre, non fosse lì.

Soprattutto, poteva ancora illudersi che nella camera accanto alla sua dormisse Tom.

Invece quella stanza era una camera spoglia, vuota e priva di una qualsiasi personalità. Una camera degli ospiti.

Aveva fatto tutto così velocemente, che Bill faticava a trovare un qualche punto di collegamento con il mondo. Sapeva solo che gli erano bastate poche parole scambiate con Simone – perché, almeno, si chiamava ancora così giusto? O aveva anche cambiato nome, oltre che vita? – in cucina, per farsi sopraffare da un’isteria travolgente che l’aveva portato a svegliarsi all’improvviso e poi a ripercorrere le scale. Questa volta a ritroso.

Questa volta fregandosene del fatto che suo fratello stesse dormendo.

Perché quando aveva spalancato la porta della camera di Tomi l’aveva trovata vuota. Lì, suo fratello, non c’era.

C’era un letto ben fatto, con il copriletto tirato. C’erano le tende chiare a produrre una certa ombra sulla stanza. C’era un piccolo armadio nell’angolo.

Tutto perfettamente inutile. Perché non c’era Tom.

Quindi aveva deciso di andare in bagno. Di chiudersi dentro. E di rimanere lì, tentando di svegliarsi da un incubo che sembrava fin troppo reale.

Infatti, non si era assolutamente svegliato.

Bill si prese la testa tra le mani e sussultò, quando Simone tornò a bussare alla porta. Simone. Faceva uno strano effetto pensare a lei con il suo nome di battesimo. Ma quella non era sua madre. Perché sua madre non stava con suo padre.

Si rannicchiò ancora di più nell’angolo e iniziò a chiedersi cos’avesse dovuto fare per svenire. Lo voleva ardentemente. Così tutte le sensazioni sarebbero sparite, se ne sarebbero andate dal suo corpo.

Invece rimanevano. Ancorate a lui come se gli fossero state cucite addosso.

E il cuore in gola rimaneva lì, nel suo posto sbagliato.

In gola.

Impedendogli quasi di respirare.

 

*

 

Bill aprì la porta di scatto, facendo sobbalzare Simone. Quella con la faccia di sua madre lo stava guardando preoccupata. Ma Bill non riuscì a pensarci troppo. Anche lui era preoccupato. Per se stesso. E per Tom.

Era così preoccupato che non riusciva a ragionare.

Serrò forte la mascella e si guardò intorno, mentre Simone non lo perdeva di vista. Chissà cosa stava pensando. Chissà se poteva arrivare ad intuire.

Ovviamente no.

Non intuiva neppure lui cosa diavolo stesse succedendo, figuriamoci lei.

Perché Jörg è qui?” mormorò, stupendosi del tono della sua voce. Era irriconoscibile. Così tremolante e spaventata e… vuota. Quasi come se una parte di lui non fosse lì.

Simone sgranò gli occhi. “Cosa… che vuol dire? Bill, ti senti bene? Hai un’aria sconvolta…”

Sono sconvolto. Lo saresti anche tu. Lo sarebbero tutti.

Bill guardò il soffitto, le pareti, il pavimento. Guardò i quadri di sua madre appesi alle pareti, guardò gli stipiti delle porte, guardò la rampa delle scale. Guardò la casa dei suoi genitori non trovandoci nulla dei suoi genitori. Era quella, ma quella non era lei.

“Perché Jörg è qui?” domandò, come se tutti quei pensieri non avessero avuto luogo. Come se sua madre non avesse mai parlato.

Simone scosse la testa. “Bill… dove pensi che debba essere? Sai che oggi non lavora e… è a casa, non c’è nulla di strano…”

Bill la guardò finalmente negli occhi. Era così tanto uguale a sua madre. Alla sua Simone. Non era uguale, era identica. Ma Simone era innamorata di Gordon. Simone non viveva con Jörg.

Simone, soprattutto, aveva due figli.

Dov’è Gordon? Dov’è… dov’è Tom?” chiese in un sussurro, conscio di non voler sentire la risposta.

Simone si passò una mano sul viso e sospirò. “Bill, credo che tu non stia affatto bene. Forse hai preso freddo, hai la febbre? Dovresti-”

“Non ho la febbre. Dimmi dov’è Tom!” ringhiò tra i denti. Non aveva mai, mai parlato con quel tono a sua madre.

Perché sua madre l’aveva sempre capito al volo.

Simone rimase in silenzio. E lui si limitò a fissarla.

“Non ho idea di cosa tu stia parlando Bill…” ammise infine.

Bill chiuse gli occhi.

Aveva appena avuto la pessima conferma delle sue supposizioni.

Si appoggiò allo stipite della porta, desiderando ancora una volta di svenire.

Ancora una volta, però, rimase fin troppo cosciente.

 

*

Bill stava cercando con tutte le sue forze di non prestare attenzione alla voce di Simone che gli intimava, o meglio, gli gridava, di tornare a letto, perché era evidente che non stesse assolutamente bene. Magari aveva sognato qualcosa di così realistico che anche da sveglio continuava a ritenerlo veritiero. Ma in realtà si trattava solo di un-

“Mamma,” borbottò, lanciando un’occhiata a Simone e continuando a sfogliare le pagine della guida telefonica “Smettila di gridare, mi stai facendo venire mal di testa.”

Bill si complimentò, quando si rese conto di aver giocato la carta della sua salute. Simone si zittì all’istante, ma non gli staccò comunque gli occhi di dosso.

E oltre a quegli occhi puntati sulla schiena, Bill doveva fare i conti con l’aspetto-Jörg.

L’aspetto-Jörg era suo padre che lo guardava a braccia incrociate dallo stipite della porta della cucina.

Bill scosse la testa, mentre i capelli gli caddero disordinati sul viso, e continuò a sfogliare.

Fu con un’ansia e una paura crescente che si fermò sotto Magdeburg. Fu con il terrore che fece scorrere il suo dito lungo la pagina fino a superare la lettera S ed arrivare alla lettera T. E poi più in basso, molto più in basso, addirittura nell’altra pagina. E poi nell’altra ancora.

Per ogni secondo di attesa, Bill sentiva il cuore battergli nel petto all’impazzata.

E poi si fermò del tutto, quasi il tempo avesse cessato di scorrere.

Il suo dito tremava appoggiato su quella pagina. Tremava appoggiato accanto a quel nome.

E i suoi occhi non registrarono subito. Tutto il resto del corpo sì.

Trümper, Gordon.

Simone e Jörg non sapevano chi fosse Tom. Non sapevano chi fosse Gordon.

Lui sapeva ancora meno.

L’unica certezza, è che avrebbe trovato suo fratello. Anche in capo al mondo.

Ma per il momento poteva iniziare da Goethestraße, 14.

 

*

 

Stava correndo come un pazzo. E si sentiva anche così. Pazzo.

Perché solo quella situazione mentale si sposava bene col fatto che si fosse ritrovato senza Tom. All’improvviso.

Come se tutto quello avesse senso, poi.

Come se fosse svanito nel nulla.

No. Da qualche parte c’è. Io so che c’è. Quindi lo trovo. Lo devo trovare.

Bill non era mai stato un tipo sportivo, ma per Tom avrebbe fatto di tutto. Anche sopportare le mille punture ai polmoni e quella sensazione di soffocamento che aveva iniziato a farsi strada nella sua gola ormai secca. Cercava di respirare, ma sembrava che tutta l’aria contribuisse solo ad aumentare il senso di asfissia.

Dovette fermarsi, quando l’appendice iniziò a pulsargli talmente tanto da fargli venire voglia di buttarsi per terra e non rialzarsi più.

Forse era stata un’idea stupida, uscire di casa dopo aver raccattato qualcosa da mettersi e aver considerato che no, non aveva tempo per aspettare l’autobus.

E se avesse osato prendere la macchina parcheggiata nel vialetto, probabilmente la sua falsa madre avrebbe seriamente chiamato la polizia.

Così aveva iniziato a correre, mentre Simone gli gridava preoccupata di tornare indietro.

Bill non l’aveva ascoltata.

E aveva proseguito spedito per la sua corsa. Fino a quel momento.

Dannazione.

Bill si premette una mano sul fianco e cercò di respirare, ma il dolore non diminuiva. Se fosse stato Georg si sarebbe fatto Loitsche-Magdeburg di corsa.

Però lui non era Georg. Neppure in quel mondo al contrario.

Sospirò e riprese a camminare, cercando di ignorare le fitte e tentando di mantenere un ritmo costante. Aveva le gambe lunghe, non era necessario correre. Poteva camminare veloce e…

Una fitta più forte lo fece nuovamente rallentare.

Si sentiva assolutamente a terra. Mentalmente e fisicamente.

Fisicamente però poteva reagire. Ce l’aveva sempre fatta. La volontà era più forte del corpo.

Bill sospirò, buttando fuori tutta l’aria e concentrandosi solo su quella sensazione. Il respiro.

Sentiva l’aria circolargli dentro e poi uscire di nuovo dal suo corpo.

La volontà era più forte del corpo.

Però rimaneva la questione relativa al suo cervello. E al suo cuore. E quando entravano in conto i sentimenti diventava tutto dannatamente difficile. Anche solo riuscire a correre senza fermarsi mai.

 

*

 

Era sudato fradicio. Neppure dopo un concerto era conciato così.

Ed era sicuro di avere un’aria stravolta, a giudicare da un paio di occhiate dubbiose che gli erano state rivolte.

Era senza trucco, con i capelli scompigliati dalla corsa e dal sudore e dallo sconforto – perché anche lui era fisico e tangibile, lo sentiva perfettamente sotto le dita. E sotto le palpebre -, la fronte imperlata di sudore e la bocca spalancata alla ricerca di ossigeno.

Se Bill si fosse visto allo specchio si sarebbe considerato orribile.

Ma non in quel momento.

Avrebbe accettato anche di sembrare uno straccione, se ciò avesse voluto dire riavere Tom. Subito. E riavere la sua famiglia. E tutto il resto. E…

Bill scosse la testa e tornò a guardare la casa di fronte a sé.

Ora che doveva suonare il campanello gli tremavano un po’ le mani. Era una sensazione orribile.

Era come quando in uno di quei film dell’orrore che guardava sempre con Tomi rannicchiato in un angolo del divano, mentre suo fratello si preoccupava di tenerlo stretto e accarezzargli i capelli, e in cui vi era sempre, sempre una scena in cui il protagonista doveva aprire una porta.

E quella dannata scena durava sempre un’eternità.

E lui si scazzava sempre da morire perché non era possibile andare in paranoia per qualcosa del genere.

Bill sospirò e allungò il dito, fino a suonare il campanello.

E attese.

Ciao Gordon, sono Bill. Sai chi sono, vero? Dimmi che lo sai. E per caso sai anche dov’è Tom? Tom? Sì, mio fratello… E tanto che ci sei, sapresti dirmi perché mi sta succedendo tutto questo?

Tutti i suoi pensieri però non fuoriuscirono mai dalle labbra. Rimasero lì, incastrati e sospesi.

Perché nessuno rispose al campanello. E nessuno aprì la porta.

E cazzo, perché Gordon dev’essere fuori casa proprio in questo momento?

 

*

 

Perse un battito.

O anche più di uno.

Quanti battiti erano racchiusi in un secondo?

Ma poi il secondo si era dilatato, e nonostante ciò il suo cuore non aveva ripreso a funzionare. Era rimasto lì. In gola, di nuovo.

Di nuovo, ma per un motivo totalmente differente.

Quello era Tom.

E c’era anche Andi.

Ma quello era Tom.

Il suo Tom.

C’era.

Lui lo sapeva, l’aveva sempre saputo che, nonostante fosse tutto dannatamente storto, ci dovesse essere anche qualcosa di dritto. Quel qualcosa era Tom.

Si alzò in piedi al marciapiedi su cui si era seduto, barcollando. Era ancora lì, davanti alla casa di Gordon. E forse era solo una coincidenza il fatto che Tom stesse passando proprio per quella via… oppure la sua idea non era del tutto sbagliata.

Forse Tom e Gordon si conoscevano.

Si morsicò il labbro, tremante, mentre guardava suo fratello avanzare verso di lui e parlare animatamente con Andreas. E una ragazza mora. Prima non l’aveva notata, probabilmente perché il suo cervello era stato troppo preso dal registrare che sì, quello era effettivamente suo fratello.

Però adesso la vedeva.

E la vedeva anche mentre lo toccava.

No, non era proibito toccare suo fratello però… però Tomi non si faceva più toccare in quel modo, in quel modo personale, da una ragazza da quando…

… da quando stiamo insieme.

Il punto forse stava tutto lì.

In quel mondo al rovescio, forse non c’era niente di normale. E se non fosse stato così preso dal guardare Tom, Andi e la tizia venire verso di lui, si sarebbe messo a ridere. Se fosse stato nel suo mondo l’avrebbe trovato divertente. Aveva appena definito normale la sua relazione con Tom.

Era triste pensare che, comunque, era vero, soprattutto in quella situazione.

Quella situazione era sbagliata. Ma non riusciva a trovarci nulla di male nell’amare Tom un po’ più intensamente, un po’ più disperatamente, un po’ più sconfinatamene.

 

*

 

Alla fine non era riuscito a trattenersi e si era letteralmente lanciato contro Tom. Il suo Tom.

Che si era scostato repentinamente non appena l’aveva visto avanzare verso di lui a braccia aperte.

Il suo Tom, forse, non era il suo Tom.

Suo fratello lo stava guardando, sconvolto. E Bill sapeva che stava cercando di pensare a qualcosa da dire, o da fare.

“Ehm…” Tom lanciò un’occhiata ad Andreas, che gli rispose con una stretta nelle spalle e un sorrisino dubbioso. “… ci conosciamo?” borbottò alla fine Tom, guardando ovunque ma non lui.

Le braccia di Bill ricaddero lungo il suo corpo come se fossero state tagliate all’improvviso. Anche il cuore, dalla gola, era sprofondato.

E gli occhi si stavano inumidendo.

Tom… sono io…” mormorò, cercando di sorridere e di dare alla sua voce un aspetto rassicurante.

Invece ne uscì un suono quasi gracchiante e Bill si odiò per quello.

Tom si guardò nuovamente in giro e scosse la testa. “Credo che tu mi abbia scambiato per un altro…” ridacchiò.

Bill avrebbe voluto tirargli uno schiaffo, perché non c’era nulla di divertente. Proprio nulla.

“No” sputò fuori “Non ho sbagliato persona. Tu sei Tom Kaulitz e io sono Bill…”

Tom lo guardò negli occhi per un breve istante, prima di voltarsi nuovamente verso Andreas. Bill conosceva quello sguardo, perché spesso ne era stato il destinatario. Era lo sguardo della complicità, quello che usavano per sfottere Georg o per pararsi il culo a vicenda con David.

E Tom lo stava usando con Andreas e contro di lui.

“Senti…” riprese Tom, grattandosi la nuca “Io mi chiamo Tom, è vero, e da quanto ho capito tu sei Bill, giusto? Solo che… non sono proprio io la persona. Non mi chiamo neppure Kaulitz di cognome… non so chi stai cercando, ma di sicuro ti hanno indicato sbagliato… ora scusami…”

Bill non si rese conto che Tom l’aveva superato. Seguito dalla ragazza senza nome e da Andreas.

L’aveva superato e adesso stava entrando nella casa di Gordon.

Tom stava entrando da Gordon. Con delle proprie chiavi.

Bill sbatté le palpebre un istante, prima di girarsi e raggiungere nuovamente Tom. “Tu sei mio fratello!” gli gridò, preso dalla disperazione, un attimo prima che Tom varcasse la porta.

Suo fratello si girò con uno sguardo indefinito sul viso. Quello sguardo era quello che riservava agli scocciatori, quando ancora però non avevano varcato la soglia della rottura totale.

“Io sono figlio unico. Non ho idea di chi tu sia, ma ti consiglio di andartene, è evidente che non stai bene o… o che cazzo ne so, basta che ti togli dai piedi”  borbottò infilandosi poi nella porta.

Bill strinse i pugni. E le lacrime già pungevano negli angoli degli occhi.

“Tu sei il mio migliore amico!” piagnucolò in direzione di Andreas.

Il ragazzo lo guardò, prima di scambiarsi l’ennesima occhiata con Tom, e gli sorrise. “Sinceramente… non ti ho mai visto in vita mia…”

Ok. Io sono tuo fratello, lui è il tuo migliore amico e Kai cos’è? La tua ragazza?” si intromise Tom, prima di afferrare Andreas per un gomito e spingere dentro la casa la ragazza.

“Vattene da qui o chiamo la polizia, giuro” furono le ultime parole che pronunciò, prima di chiudersi la porta alle spalle.

Bill rimase immobile a fissare la porta d’ingresso per una quantità infinita di secondi.

Non riusciva a piangere, nonostante le lacrime fossero lì, a portata di mano, e non riusciva a muoversi, nonostante le gambe funzionassero ancora.

E l’unica cosa che riusciva a fare era rimanere imbambolato a fissare un porta chiusa.

E pensare.

E non capire affatto.

Che cosa mi è successo?

Che cos’è successo, cazzo?

Bill si passò una mano sul viso e sospirò, sentendo finalmente le lacrime scivolare lungo le guance.

Dove sono finito?

 

*

 

Bill rimase accucciato sul marciapiede davanti alla casa di Gordon – e di Tom? Sembrava di sì… - per una quantità indefinita di tempo.

Si chiese cosa stessero facendo là dentro.

Si chiese chi fosse questa Kai.

Si chiese perché neppure Tom si ricordasse di lui.

E mentre pensava ogni tanto scivolava qualche lacrima e ogni tanto si imponeva di non farlo, perché voleva essere forte. Perché lo era, dannazione.

Solo che c’erano molte cose che superavano di gran lunga la sua portata e aveva seriamente paura che quella rientrasse nella lista.

Mosse i piedi sull’asfalto avanti e indietro, cercando di pensare a qualcosa da fare. Ma le sue idee brillanti sembravano essere finite.

Si chise come avrebbe fatto a tornare a casa. All sua vera casa.

Si chiese se potesse accontentarsi, giusto per quel giorno, di tornare in quella casa provvisoria dove abitavano Simone e il suo vero padre.

E si rese conto di non aver neppure il cellulare o dei soldi, con sé. Avrebbe dovuto farsela a piedi anche nel ritorno.

Se non fosse riuscito a convincere Tom

Che poi, convincerlo di cosa? In quel mondo al contrario Tom non lo conosceva. Tom non era neppure suo fratello. Come poteva spiegargli che non era pazzo solo… solo veniva da un universo alternativo in cui loro due erano gemelli. E si amavano.

Forse l’ultima parte avrebbe dovuto ometterla.

Bill si morsicò il labbro e sussultò quando sentì un rumore alle spalle e la porta aprirsi.

“Sei ancora qui!”

Bill si alzò in piedi e guardò Tom negli occhi. Non era Tomi, ma era pur sempre Tom. E lui lo conosceva perfettamente.

Bill sospirò, ma non abbandonò mai il suo sguardo.

“Sì” rispose semplicemente.

In effetti, aveva un mucchio di cose da dire. Eppure non avrebbe saputo da dove iniziare.

 

****

 

Note dell’autrice: Primo capitolo. Io lo trovo assurdo, ma mi piace, il che mi preoccupa ._.’’

Comunque. Visto che la storia diventerà anche più assurda non saprei che dire X’D Me ne farò una ragione, credo.

Come sempre un abbraccio grande a liz che si sorbisce il mio delirio e che poverina, lei non c’entra, ma io sono parassitaria <3 E un pensiero speciale alla mia amata figlia Mery, anche se non può leggere. Non importa dire perché, sappi solo che sono accanto a te e ti voglio bene.

E un ringraziamento doverosissimo a tutte voi che avete letto e commentato il primo capitolo. <3 Grazie sul serio.