DISCLAIMER: Tom e Bill non mi appartengono. E non hanno mai fatto nulla di quanto descritto qui. Ovviamente, non ci guadagno nulla da tutto questo.
De profundis clamavi ad te
[Dal profondo gridai a te]
(Salmo 129)
Lo
chiamavi. L’hai sempre chiamato, da quando sei nato, e
lo chiamerai anche in futuro.
Non
potrai mai smettere perché la tua voce torna sempre a lui. E
tu non hai la forza per opporti veramente.
Certe
cose sono e tu sei, così come è lui.
Lui è
tutto ciò che sei tu. Tutto quello che hai dentro, che
ti scorre in profondità, tanto che a volte hai avuto paura di perderlo, e in
realtà eri tu che ti perdevi.
In lui.
Lui che è sempre attorno a te e dentro di te, anche quando non c’è
fisicamente, quando la sua carne è lontana e il suo sangue è con lui. Non c’è fisicamente, ma c’è in
ogni caso.
La sua
carne è la tua.
Il suo
sangue è il tuo.
Sei tutto
ciò che gli scorre nelle vene.
E tu
non fai altro che amarlo. Perché non c’è migliore
complementare di ciò che la natura ti ha donato.
Lui è lì.
Lui era
lì, anche in passato.
È lì per
te, ma non per essere posseduto.
È tuo, ma
non lo sarà mai.
È per
questa sequela di ossimori e di spaccature nette che
hai iniziato a cadere.
E
ora, come sempre, lo chiami.
Dalla
profondità dell’abisso.
De Profundis
Exaudi voce meam
[Ascolta la mia voce]
(Salmo 129)
Andava meglio e andava
peggio e, delle volte, semplicemente andava. Ecco. Soprattutto quello, andava,
senza sapere come o quando o perché, contando a mente il passare dei giorni
–perché sì, passavano anche loro- fino ad arrivare al quindici. E poi fermarsi e ricominciare a contare e ad andare.
Andava e stava fermo e non aveva più
senso. Niente aveva più senso perché era il luogo a non averne.
O forse era lui.
Era lui a non avere più senso, né
perché né forma né colore. Era una massa indistinta come tante altre in un
luogo che gli aveva messo paura. E ora lo rendeva
indifferente.
Perché quando piangi dentro e gridi e muori, il luogo non ha importanza.
L’importante era non farlo vedere e
continuare a sorridere.
Ad andare avanti.
E a contare fino a quindici.
Ich bin in den
Abgrund gefesselt [Rimango incatenato all’abisso]
E ti chiedi perché proprio il quindici. Perché.
Perché era la metà di qualcosa. Era la metà del mese, così come tu sei
la metà di qualcos’altro. Di qualcun altro. Che è come te.
Ma non è te.
Ed è triste pensare che non lo sarà mai.
Che non sarà
Così non ti lascerebbe mai più.
Proprio mai.
E forse riprenderesti a respirare. A respirare veramente. Perché è chiaro che non ci riesci più. Le pareti lì
soffocano e fanno anche un po’ paura, perché sono vuote e tutto è vuoto e vorresti esserlo anche tu. Invece
sei fin troppo pieno.
Di merda. Di merda.
Ecco di cosa sono pieno.
Und ich kann nicht atmen[E non posso
respirare]
Scriveva, leggeva, ascoltava ciò che
lo circondava.
Era triste e rassicurante.
Perché si sentiva solo e lo era. Perché senza Tom, ogni luogo era uguale ad un altro, ogni luogo era
spento e senza perché. O forse era solo lui che non
riusciva a trovarne uno.
I perché meritavano risposte e lui non
ne aveva. Lui aveva solo se stesso e
quindici numeri –quindi giorni, quindici mesi o quindici anni- a
separarlo da Tom. A separarlo dall’altro se stesso,
quello normale, quello a posto, quello fuori da lì, libero e incatenato.
Perché lo sapeva, sapeva che Tom era suo
prigioniero.
Ma, a lui, andava bene così. Andava bene perché andava e perché poteva ancora
abbracciarlo, e chiudere gli occhi e fingere di non essere più in quel posto.
Poteva ritornare con la mente a casa, o nello studio, o sul bus. Ma anche per strada, in macchina, in un negozio. Erano tutti
ricordi reali e bellissimi e dolorosi. Veri. Ma
passati, sbiaditi e perduti in una memoria che a volte faceva troppo la stronza e gli mostrava distorsioni della realtà.
Perché lui ricordava anche di
essere abbracciato a Tom in un letto, di sfiorargli
piano e leggero –ma sempre troppo pesante, come un macigno che non vuole
andarsene- le labbra, di sussurrargli parole all’orecchio –e gridarle nella
profondità della sua gola-. Lui ricordava
tutto questo, ma sapeva che non era reale. Che non era mai
successo.
O forse sì. Forse era successo, ma di certo non come lui si
ostinava a ricreare quegli attimi perduti.
Perché no, di certo Tom non avrebbe mai
risposto al suo bacio. O a quelle parole oscene. O a
quelle carezze un po’ troppo spinte.
Non avrebbe risposto in quel modo. Al suo modo.
Ma era comunque
bello –e doloroso. Soprattutto quello.- pensarlo.
E fino al quindici poteva anche ricordare storie distorte o
immagini modificate. Poi, arrivato quel giorno, avrebbe cercato di ricomporre
solo le sue vere memorie. Ma solo per un giorno. Perché da quello successivo, sarebbe stato semplicemente
troppo doloroso non ricordare Tom anche in quel modo.
E stare male per stare male… tanto valeva procurarsi almeno uno
spiraglio minimo di benessere.
Anche se era solo un’illusione.
Ma non poteva farci nulla. Erano illusioni ed erano forse stupide. O probabilmente e più crudelmente erano solo tanto, tanto sbagliate.
Ma erano sue e nessuno gliele avrebbe tolte. Nessuno.
Perché si sarebbe opposto lui
per primo.
Se i muri di quel posto erano bianchi.
Se i corridoi erano bianchi.
Se la mensa era bianca.
Se perfino il suo letto era bianco.
Allora, il suo unico desiderio, sarebbe
stato fare in modo che, ciò che poteva realmente dipendere da lui, cambiasse colore.
I suoi ricordi.
E il suo quaderno.
Ich verkratze die
Wände ringsherum [Graffio
le pareti intorno a me]
Perché non puoi vivere senza sentirlo. Perché fa troppo male anche la sola idea.
Ti scorre dentro e per eliminarlo dovrebbero ucciderti.
Perché non è solo il sangue. Hai già provato ad eliminarlo, ma non è servito. Non è solo
quello.
Tom è un polmone, una gamba, una mano, un cuore.
È soprattutto il cuore.
E forse è anche per questo che lo ami così tanto che a volte desideri con tutto te stesso che
smetta di battere.
Perché sarebbe più facile. O forse sarebbe addirittura più
difficile e doloroso. Perché, ne sei sicuro –è una di quelle cose che ti hanno
sempre accompagnato e a cui non puoi sfuggire-, ne sentiresti comunque la mancanza.
E non puoi farci molto.
L’hai accettato ormai, sono gli altri
che potrebbero avere dei problemi con questa cosa, ma non tu. Tu lo sai che è così.
E il fatto che sia profondamente
doloroso e lacerante non te lo fa desiderare di meno.
Perché un desiderio può
spegnersi solo se smetti di alimentarlo.
Ma tu, il tuo, l’hai nutrito per ventidue anni. E
continui ad imboccarlo con ogni singolo istante trascorso con lui di cui hai
memoria.
E fino a quando lo vedrai, fino a quando lo sentirai accanto a te, non riuscirai mai a
liberartene.
Perché il ricordo te lo fa desiderare.
Perché il desiderio te lo fa volere.
Perché la voglia te lo fa amare.
E l’amore no, non sei mai riuscito a relegarlo da qualche parte.
Dann anhalte ich
den Atem [E trattengo il
respiro]
E allora scrivi. Scrivi e urli il suo nome in un grido che nessuno
può sentire se non lui. E sai che gli fai del male, ma
non puoi farne a meno. Hai bisogno anche di quello per poter andare avanti.
E allora scrivi. Scrivi sui muri, sulla carta, nell’aria e sul
cuore, te lo incidi dentro, lì, dove nessuno potrà mai andare a guardare e
giudicare ciò che provi considerandolo sbagliato o
osceno.
L’amore, il tuo, non lo è.
Il tuo è solo forte e speciale e
tanto, tanto lacerante che potresti star male solo a pensarci.
E allora scrivi. Riversando ovunque la tua anima.
Riversando ovunque quel sentimento che
ti imprigiona.
Scrivi.
Ma continui ad amare.
Anche in quel luogo. Anche nell’abisso più
bianco e splendente e candido. Tu lo tingerai di nero e lo farai diventare come
te.
Forse più doloroso, ma sicuramente
anche più vero.
E mostrerai al mondo che non ci sono
abbastanza parole per descriverlo. Che
fa troppo male. Ma che è tuo.
Perché l’amore no, non sei mai riuscito a nasconderlo.
Non sei mai riuscito a relegarlo.
E allora lo scrivi.
Continuando, in un’eco senza fine, a
chiamare il suo nome. Perché forse, un giorno,
riuscirà a sentirti completamente.
Bis zum
Atemstillstand liebend [Amando in apnea]
****
[Rimango incatenato all’abisso
E non posso respirare
Graffio le pareti intorno a me
E trattengo il respiro
Amando in apnea
-
Apnea -]
Grazie a Sara per la traduzione in tedesco!
Note dell’autrice: E con questo
sono due gli spin off dedicati ad una storia di Sara
XD. Sono due, ma potrebbero anche essere venti perché
se li merita TUTTI <3. Questo è una shottina
piccolissima. Non racconta neppure realmente un episodio. Racconta di Bill, però. Di un Bill
molto sofferto, che mi ha fatto disperare più e più volte. Racconta di
un Bill in una clinica psichiatrica. Di un Bill senza Tom e con troppi
pensieri e un quaderno, in cui scrive una canzone, ‘Apnea’,
frutto della mia fantasia e null’altro, ma visto che Ary mi ha fatto un complimento
bellissimo (definendola ‘Billesca’
<3) ne sono soddisfatta <3. [E la ringrazio
perché è una cucciola ed è veramente un tesoro di figlia <3]. La ringrazio
anche perché, se non avesse scritto il MM su Miles Away, probabilmente questa shottina
sarebbe diversa e mi piacerebbe anche meno. Perché è leggendo
quello che mi è tornata la voglia di scrivere in seconda persona al presente
–tecnica che avevo usato qualche anno fa per una storia comica XD-. Che può sembrare una cavolata, ma non lo è ù_ù. Perché mi piace questa shot,
anche per lo stile con cui è scritta, ovvero
l’alternanza seconda-terza persona.
Ringrazio poi ENORMEMENTE Sara, perché ancora una volta ha
scritto qualcosa di talmente bello da fare male. <3 Ed è riduttivo. *ama*
Grazie mille anche per la traduzione, perché io non ci sarei mai arrivata
neppure tra mille anni, e spero che queste poche pagine possano piacerti. Sappi
che l’ho scritta realmente con il cuore, perché questo Bill
mi ha profondamente toccato.
Bene. A quanto pare
sono più lunghe le note, del resto. XDDD Pazienza ù_ù
Se fosse stata più lunga, ne sono sicura, avreste preso
tutti quanti la lametta per tagliarvi le vene *annuisce*