RASPBERRY SEASON

 

Disclaimer: Questa storia non è mia, ma di cynical_terror, che mi ha dato il permesso per tradurla. Né io né lei possediamo in alcun modo i Tokio Hotel e nessuna delle due ci guadagna qualcosa da quanto descritto in queste pagine.

 

 

CAPITOLO 1

 

Le dita di Tom si stanno arrossando nel tentativo di chiudere le veneziane. Le corde si attorcigliano attorno alle sue dita e non importa in che modo le strattona, o con quanta forza, le veneziane non ne vogliono sapere di scendere e chiudersi. La luce filtra attraverso le finestre e lui può solo tirare più forte, mentre un uccellino annuncia il buon giorno.

Fottuti uccelli,” mormora Bill dal letto. “Tom, chiudi quelle dannate veneziane.”

Tom osserva fuori dalla finestra e il suo corpo è come un insieme di muscoli e pelle che contrasta con il bagliore del sole di primo mattino. È un sole ancora tiepido, come una pennellata di rosso in mezzo al cielo.

Tom è a petto nudo e ha indosso solo i boxer, ma è comunque sudato, e scorge gli scoiattoli che saltano di ramo in ramo. Più lontano riesce a vedere i campi invasi dall’erba, e la linea della foresta, una sorta di sbavatura nera in contrasto con l’azzurro del cielo. Sa che, da qualche parte, nascosto tra le rotondità delle colline, c’è un piccolo stagno con le rane e il fondo scuro.

I gemelli sono nella casa dei loro nonni, in campagna, per un’intera settimana. Non hanno avuto possibilità di scelta, dato che la loro madre li aveva informati che non ci sarebbe stata nessuna discussione al riguardo.

Un’intera settimana senza nessun tipo di eccitazione o fracasso. Un’intera settimana per annoiarsi a morte. Un’intera settimana per un’obbligata interazione con la natura. Un’intera settimana per portare entrambi alla pazzia. Tom è più che esaltato per questa rarissima vacanza dalla sua solita vita. Beh, tralasciando tutta la questione della natura, ovviamente. Poteva vivere anche senza uccelli e scoiattoli.

Strattona distrattamente la corda e le veneziane scendono.

“Finalmente,” mormora, e si gira verso Bill, mezzo addormentato. “Avevi detto che saresti stato alzato tutta notte.”

“Infatti è mattina, non notte.” gli risponde Bill. Infila la testa sotto le lenzuola e rannicchia le gambe; ed il suo corpo è come una montagnola sotto le coperte. I suoi piedi urtano le carte da gioco che avevano ammucchiato ore prima, e un re e un dieci scivolano giù dal letto, cadendo sul pavimento.

“Sì, ma non puoi comunque andare avanti a dormire.” Tom si siede ai piedi del letto e raccatta le carte. Le mescola, pensando se fare un solitario. Questa è la stanza più bella della casa e non vuole trascinarsi fino al soggiorno e sistemarsi sul divano sfondato. Hanno tirato a sorte e Bill ha vinto la stanza degli ospiti.

“Sto già dormendo. Vai via.” gli risponde suo fratello, con le lenzuola che attutiscono la sua voce. Tom sente Bill borbottare tra le labbra e sa che suo fratello sta cercando di sputacchiare delle ciocche di capelli indisciplinate. “Fa troppo caldo.” Bill scalcia via le lenzuola. Indossa i pantaloni lunghi del pigiama e una maglietta di cotone leggero. Il tessuto è consumato, ci si può quasi vedere attraverso da tanto è stata usata. Tom ricorda di averla riposta nella propria valigia perché Bill non aveva lasciato neppure un angolo libero nella sua.

Suo fratello si era premurato di portare cinque blocchi per gli appunti e due scatole di biro, e quindi no, non c’era assolutamente spazio per le cose essenziali come il pigiama. Cos’ha programmato di fare con tutta quella carta e quell’inchiostro, Tom non lo sa con certezza. Sicuramente non si aspetta di riempirli tutti di canzoni. Però ha portato la sua chitarra perché Bill non riesce a scrivere senza le sue dita che lavoravano sulle corde.

E lui non riesce veramente a tirar fuori un motivetto o una melodia senza suo fratello che canticchia, mormorando testi o pensieri.

“Che ore sono?” chiede Bill. E ha quella voce gracchiante e mattutina che lo fa sembrare un bambino di dieci anni.

Tom non controlla l’orologio. “Presto.”

Sono stati alzati tutta notte, cercando di rimanere svegli come quando erano piccoli. Hanno giocato ad asso pigliatutto, solitario e memory. Hanno giocato a solitario insieme, con le mani che si scontravano mentre cercavano di girare le stesse carte. Hanno parlato del loro tour, della loro musica, e di come, nonostante il loro nonno abbia venduto i cavalli, riuscissero ancora a percepire nella casa  l’odore dolce del fieno e il sentore degli animali.

Adesso sono le cinque del mattino e si sono stancati dei giochi e di parlare. Bill si stiracchia, poi torna a rannicchiarsi, prima di stirarsi nuovamente.

“Possiamo vedere se la TV funziona più tardi” dice Bill.

Tom è d’accordo. Non sono ancora passate ventiquattro ore ed è già incerto su cosa fare con Bill. Ed è una realizzazione scioccante. Aveva pensato che avrebbero passato l’intera settimana girovagando, facendosi bastare la sua sola presenza. Forse sono cambiati dall’ultima volta in cui sono stati lì.

Tom sa che sono passati anni.

 

**

 

Bill si sta facendo le unghie sul tavolo della cucina, lucidandole e tagliandole e scavando di tanto in tanto all’interno della sua sacchetta piena di smalti scuri. L’ultima volta che erano stati qui, Bill era seduto nello stesso identico posto e si era sistemato le cuticole, mentre la loro nonna li rimproverava per essere strisciati nel soggiorno e aver guardato la televisione tutta la notte.

Intorno ai dodici anni, avevano smesso di interessarsi dei cavalli e dei boschi misteriosi. Andavano estremamente riluttanti nella casa dei loro nonni, con il desiderio continuo di voler essere a casa con i loro amici e i loro videogiochi. Tom si vergogna di tutto questo, adesso, perché come ogni ragazzino di undici anni, non era mai riuscito a vedere o a interessarsi del dispiacere sul viso di sua nonna.

La stanza è esattamente la stessa di allora, con i suoi mobiletti e il pavimento in legno, e una stufa a legna nel mezzo, con la superficie opaca e impolverata.

Tom sta cercando di parlare con Bill riguardo alla pulizia del seminterrato. È l’unica incombenza a cui devono sottostare per quella settimana. Entrambi non vogliono farlo, ma Tom sa che devono.

Bill non ama gli insetti, proprio no, e nel seminterrato ci sono alcuni ragni pelosi.

“Scommetto che c’è veramente fresco lì sotto,” gli dice. Suo fratello non solleva lo sguardo per guardarlo. Stanno entrambi sudando. Bill quasi non voleva uscire fuori dalla camera degli ospiti per tutto il pomeriggio, perché il resto della casa è come una sauna. C’è un caldo così soffocante che  Tom non sta neppure indossando un cappellino; i suoi dreads sono ammucchiati sulla cima della testa in un ammasso confuso. E Bill, ovviamente, non è truccato e anche i suoi capelli sono raccolti. Ma Bill non si trucca mai quando sono solo lui e Tom.

Beve un sorso della sua Coca e aspetta che suo fratello dica qualcosa. Probabilmente, Bill sta pensando che Tom lo stia comandando a bacchetta, dicendogli ciò che deve fare. E ovviamente non ha nessuna intenzione di fare ciò che vuole lui. Quando Bill è nervoso, quando non vuole essere coinvolto in qualcosa, si sistema le unghie. E se non ha il necessario per le unghie sotto mano, si distrugge le dita con la punta affilata degli  incisivi.

“Oppure,” continua Tom, appoggiando il bicchiere, lucido di condensa, contro la sua fronte, “possiamo uscire e andare a vedere se i lamponi sono maturi. Se ci sono ancora.”

Bill richiude il suo smalto e si alza, con una sola mano pitturata di nero. “Preferisco questo che pulire, anche se fuori si crepa di caldo.” Bill sembra pensare per un istante e poi sorride. “Non è la stagione dei lamponi?”

Tom sbuffa. “Cazzo ne so.”

Escono fuori, strizzando gli occhi per il sole, e scendono gli scalini del portico. Quegli scalini ne hanno viste talmente tante, che cigolano e quasi si modellano al di sotto dei piedi dei gemelli. Tom si ferma alla fine degli scalini e guarda le iniziali intagliate nel corrimano. Recitano, in uno scarabocchio quasi illeggibile, BK+CM.

Quando sono in mezzo al cortile, ormai vicini ai cespugli di lillà, rosolati e raggrinziti dalla calura estiva, Tom parla di nuovo, “Hey, che è successo a Cristine?” Bill raccoglie nella sua mano un bocciolo appassito, e il profumo è, nonostante tutto, ancora potente. Tom arriccia il naso. È come se ci fossero dei ricordi custoditi lì dentro.

Cristine?” Bill si morde il labbro e muove una mano nei lillà, spostando i rametti. Guardano entrambi lì dentro; il loro nascondiglio segreto c’è ancora. “Tom, guarda,” dice. I cespugli sono enormi, ma all’interno i rami sono separate e attorcigliati quel tanto che basta per creare il piccolo spazio necessario per i corpi di due ragazzini.

“Volevi sempre giocare alla casa qui dentro.”

Bill ride. “No, era un fortino.”

“Volevi fare un ricevimento per il tè”, continua a scherzare lui. Suo fratello lo spinge via e, con sua enorme sorpresa, si accuccia sotto i rami e scivola all’interno. “Guarda che ci sono gli insetti” lo avverte Tom, mentre i rami tornano al loro posto schiaffeggiandolo in viso.

“Oh, sì, quella Cristine.” Tom sente Bill parlare.

Cerca anche lui un passaggio tra i rami e si costringe ad entrare. Sono paralizzati nel loro rifugio, con i rami che graffiano le loro schiene, braccia e colli.

“Mi sto sporcando il culo. Questo posto non è più fatto per due” dice Bill. Il suo viso è illuminato a sprazzi dal sole e Tom dà un colpetto alle loro ginocchia.

“Non riesco a credere che riuscivamo a stare qui dentro.” Il suo collo e la sua schiena sono completamente sudati.

Bill annuisce. “Non ci sono insetti, comunque. I lillà sono tutti morti”

E Tom decide di non menzionare le formiche che stanno strisciando sopra le loro scarpe. “Qual era la parola segreta?”

“Non avresti dovuto entrare senza quella,” gli risponde suo fratello. Scaccia via dal viso una ciocca ribelle di capelli e la rimette nella coda di cavallo. “Comunque era ‘Britney Spears’.”

Tom cerca di ripensare a quando Britney era figa. Ma non ci riesce. “Impossibile,” protesta.

“Prima di quella era ‘Kasimir’,” continua Bill. “Poi abbiamo scoperto le ragazze.”

I rami sfiorano le braccia di Tom. Cerca di muoversi e picchia la fronte contro quella di Bill. “Perché siamo qui dentro?”

“Non lo so. Cos’altro potremmo fare nel bel mezzo del nulla?” Bill si mordicchia la punta di un’unghia, graffiando via lo smalto nero, ma Tom gli scaccia via la mano.

“Perché stai impazzendo?”

“Non sto impazzendo.” Dice Bill. Sembra onesto alle orecchie di Tom.

“Ti stai mangiando le unghie e lo fai solo quando stai impazzendo. Come quando David ci ha detto che avremmo dovuto suonare a Londra. In inglese. E tu avevi due giorni per imparare dieci canzoni.”

Bill ride, ma senza sforzarsi troppo, fa veramente troppo caldo. “Dimenticavo. Tu hai capito tutto di me.”

“Beh, quasi,” risponde lui. “Vuoi uscire?” Sta già spingendo via i rami, ma  Bill lo afferra dietro un ginocchio, affondando le unghie e Tom cerca di non muoversi.

“Non credo che… siamo le stesse persone di un tempo,” dice Bill. E a Tom sembra un’ammissione dolorosa. Devono restare insieme per un’intera settimana e non ha voglia di sorbirsi un Bill malinconico.

“È un male?”

 Bill sfrega le loro fronti insieme e mordicchia nuovamente un’unghia. Questa volta Tom la sente scricchiolare e staccarsi. “No, non è un male, speravo solo che riuscissimo a stare ancora qui dentro.”

“Non possiamo diventare ancora più magri,” scherza lui. Suo fratello sorride e si struscia contro i rami. Dei boccioli secchi di lillà cadono nei loro capelli e il profumo si sparge ovunque. “Comunque ci stiamo ancora.”

Bill inclina la testa e un fiore di lillà cade nel suo occhio. Impreca e il sudore luccica lungo l’attaccatura dei capelli. Tom si avvicina e lo asciuga con un polpastrello. Sono così vicini che a Tom sembra che siano di nuovo bambini. Non stanno più così ormai, si sono creati il loro spazio e le loro vite personali. Che vanno bene, ma in questo momento Tom sente un moto di tenerezza verso Bill, e sì, anche questo va bene.

E poi ha un ricordo improvviso di loro due a dieci anni nascosti nei cespugli di lillà, che giocano tra i rami. E poi erano strisciati tra i cespugli, facendo finta di essere nella giungla, trovando sassi appuntiti che avrebbero giurato essere i denti di un lene. Qualche volta avevano fatto finta che il muro di lillà fosse in realtà una grotta, e il loro compito sarebbe stato quello di cercare nuovi mostri nel buio. Ma il loro gioco preferito era diverso da tutti gli altri.

Ora, Tom sorride stupidamente e porta una mano tra il suo orecchio e la sua bocca, facendo finta di stringere un telefono. “Drin, drin,” dice, più piano che può. Bill si ricorderà di questo gioco?

Suo fratello lo fissa sconcertato per un istante e poi i suoi occhi si allargano. Si ricorda. E Tom lo sa. Questo era il loro gioco preferito. L’unico che non hanno mai fatto una volta usciti da quei cespugli. Bill  alza la sua mano fino a portarla accanto alla bocca. “Uhm, pronto?”

Tom cerca di non pensare a quanto sia stupido tutto quello, o a quanto stia sudando e abbia voglia di grattarsi. Sta facendo finta di chiamare suo fratello al telefono. “C’è Bill?” chiede.

“Sono io.” Bill sembra riluttante, ma continua a giocare.

“Sono Tom. Sei occupato? Posso venire?” sa che deve chiedere il permesso. Qualche volta, quando erano bambini, Bill non era a casa o era occupato. Allora Tom doveva richiamare. Era sempre dannatamente insistente.

Bill rotea gli occhi, ma le sue labbra si alzano agli angoli. “Tutto questo è stupido. Voglio tornare dentro, fanculo ai lamponi.”

“Posso venire?” chiede di nuovo Tom, ignorando le parole di Bill. Non potrebbero essere più vicini di così, ma vuole che suo fratello sospenda la realtà per un momento e che giochi con lui. Vuole quella connessione con Bill che ha paura di aver perso.

Suo fratello rosicchia la punta di un dito. “Sì,” dice infine. Tom è sicuro che questo significa che può, che Bill si ricorda di cos’accade quando Tom entra. Si alza, accucciandosi su Bill, e afferra le sue spalle per sostenersi. “Hai fatto in fretta,” scherza Bill. E lui sorride e abbassa la testa, congiungendo le loro bocche.

Ma solo per un brevissimo istante. Bill sposta subito la bocca, “Andiamo a casa.”

Strisciano fuori dai lillà, con i pantaloni sporchi e i volti arrossati da qualcosa di più che semplice calore.

 

**

 

Il focolare è pieno di cenere, bastoncini anneriti e due grossi tronchi di legno secco. Tom vi lascia cadere dentro la diavolina che ha in mano. È quasi il tramonto e vuole che il fuoco sia acceso e fiammeggiante prima che faccia troppo buio.

“Devi sistemare quelli,” dice Bill. È seduto a gambe incrociate accanto al focolare, stringendo una bottiglia di birra. Tom dà un calcio alla diavolina.

“Sì, tu sei veramente un campagnolo,” dice Tom, secco.

Bill beve un lungo sorso. “Ne so abbastanza. Quelli devono essere sistemati fino a formare una piramide.”

Tom aggrotta le sopracciglia e si lascia cadere accanto al fratello, sparpagliando il legno. “Potresti aiutare, sai.”

“Ho portato fuori la birra e le salsicce. E poi non è stata neppure una mia idea. Volevo stare dentro e incazzarmi con l’antenna della televisione.” Bill afferra due bastoncini dal focolare e li sistema accanto alle salsicce incartate. “Non fa così caldo qui fuori, adesso.”

Tom deve dargli ragione. C’è una brezza leggera e il sole è ormai quasi completamente nascosto dietro la linea dell’orizzonte. Le nuvole sono viola e arancio, e se fosse stato più sentimentale si sarebbe coricato e sarebbe rimasto ad osservare il cambiamento dei colori.

Tom sistema la diavolina e scava all’interno della sua tasca fino a tirare fuori un cartoccio formato da un foglio di giornale. L’aria, mentre rinfresca, farà diventare il tutto più difficile. Sfrega un fiammifero contro la suola della scarpa e accende il giornale.

Bill lo guarda, trafiggendo le salsicce con i bastoncini. “Sta attento,” dice.

Tom non lo ascolta. Protegge il fuoco con le mani per evitare che si espanda. E sta attento, proprio come avrebbe voluto Bill, mettendo il giornale infiammato al di sotto della diavolina.

“Avanti, forza,” mormora. La diavolina si incrina e scoppietta.

“Potrebbe essere bagnato il legno,” lo avvisa suo fratello. Tom gli lancia un’occhiata. “Lo sanno tutti che bisogna usare del legno vecchio e secco, Tom.”

Nonostante i dubbi di Bill, la diavolina ora brucia luminosa. La legna al di sotto ha anche iniziato ad alimentare il fuoco. Tom si sente compiaciuto e trionfante. Non riesce quasi a credere di aver fatto tutto giusto. Fanculo ai premi musicali o alle fan urlanti, ha acceso un dannato fuoco!

“Adesso cuocimi una salsiccia,” ordina, allungandosi all’indietro. Bill sbuffa, ma mette le salsicce sopra il fuoco comunque. Il cielo sta passando da blu scuro a nero e le stelle sono già pronte per saltare fuori. “È tutto così tranquillo,” nota, mentre si allunga e afferra una birra, stappandola.

“Sì, mi sta facendo diventare pazzo,” risponde Bill.

Tom non si sente così, ha come un dolore nostalgico nello stomaco. “È piacevole.”

“Insomma.” Bill e Tom bevono un lungo sorso delle loro birre, insieme.

I gemelli non sono veramente dei fan della birra, ma è l’unica bevanda alcolica che hanno trovato in casa, e a loro sta bene venire a patti con ciò che hanno. Fortunatamente, la celebrità non ha mai dato loro alla testa. Non sono viziati e hanno anche poche richieste, ad eccezione di ciò che riguarda l’un l’altro.

Tom trova piacevole il sapore della birra. È fredda e riesce a placare il caldo. E dopo poco i due si ritrovano seduti fianco a fianco, bevendo le loro birre e mangiando le loro salsicce. Non sono neppure troppo affini con le salsicce, in effetti. Dovranno andare presto in città per compare qualche provvista; Bill è piuttosto schizzinoso riguardo al cibo, al contrario dell’alcool. E di sicuro vorrà mangiare la pizza.
“Non sono così male” dice Tom.

“Stanno bene con la birra da schifo, di sicuro” Mangiano in silenzio, guardando il fuoco ardere. Il vento spinge il fumo verso i loro volti e per la prima volta da quando sono lì, Tom vuole una sigaretta.
Affonda la mano nella tasca e ne tira fuori un pacchetto quasi vuoto. “Dobbiamo andare a comprare qualcosa.”

Bill non sembra eccitato. “Solo perchè devi fumare?” abbassa la sua salsiccia.

Tom sa perchè Bill è diffidente dall’andare in città, nonostante sia piccola. Nessuno dei due vuole essere famoso in quella settimana. “Vuoi mangiare salsicce per tutta la settimana?”

“No,” risponde suo fratello. “Ma non andiamoci subito. Voglio far capolino nella civiltà, ma non ancora. Sono stanco delle persone che mi guardano.”

Tom annuisce e accende una sigaretta. “Sono l’unico che ti sta guardando, qui,” dice Tom. “Oltre agli insetti.” Bill aggrotta le ciglia e smuove l’aria leggermente.

Il vento sta portando verso di loro tutti gli odori dell’estate. I lillà, i fiori di campo, l’erba secca, e il sottile odore di concime che arriva dalla fattoria in fondo alla strada.

Tom non ha pensato a quelle cose per anni. Neppure doveva, non ci sono nella sua vita. Ma sta iniziando ad apprezzarle di nuovo.

“Perché hai tirato fuori Cristine prima?” gli chiede Bill, come se nulla fosse. E lui si sente come se quello che è capitato durante il pomeriggio non fosse mai successo. Le sue labbra fremono.

“Ho visto le sue iniziali sul portico,” Bill ride.

“L’amore della mia vita, e chi se la ricorda?”

Tom ridacchia con Bill. “Quando ti butti in una cosa è impossibile dissuaderti. Volevi scappare con lei a Parigi.”

“A Madrid,” lo corregge. “Parlava spagnolo”

“Aveva dodici anni,” aggiunge lui. “E tu undici.” Bill non fa che sorridere ora. Tom pensa, ‘Uhm, ti piace ricordarti di tutto questo.’

“Come va questa cosa tra te e Raquel?” chiede Bill. Tom prende un tiro dalla sua sigaretta e guarda in alto, verso il cielo.

“Penso che mi piaccia veramente.”

“Pensi?”

Tom scuote la testa. “Sì, qualcuno di noi lo fa, sai.”

“Se è vero, non è che ci devi pensare.” Bill sta per iniziare una delle sue tirate sul ‘vero amore di qui, vero amore di là, bla bla bla’, e Tom sospira interiormente. “Lo sentiresti giusto, lo sapresti.”

“Sembra giusto e lei è grandiosa.” Tom spegne la sigaretta. “Ma vive troppo lontano e noi siamo sempre in tour, quindi non lo so.”

“Queste cose non contano.” Bill sembra veramente convinto di tutto ciò.

“Non ci ho ancora fatto niente con lei,” dice Tom, tranquillo.

Bill alza un sopracciglio. “Niente?”

“Beh l’ho baciata,” ammette. “Una volta.”

“È stato bello?” chiede. Bill sta fissando il cielo e Tom riesce a vederlo attraverso lo sbattere delle ciglia.

“Non mi è cambiata la vita, non è che abbia visto le stelle, se è questo che vuoi sapere.”

Bill si acciglia e rannicchia le ginocchia al petto, la birra è intrappolata tra le sue gambe e il suo corpo. “Dovresti assolutamente vederle, invece.”

Tom si appoggia al fuoco. Lo sta facendo raffreddare. “Tu le hai mai viste?”

“No, perchè altrimenti non l’avrei mai lasciata andare.”

Tom non vuole dire a Bill che a volte le stelle non contano. Puoi veramente interessarti di una persona e non riuscire comunque a far funzionare le cose. Ma Bill non la pensa in questo modo.

Tom trema e Bill scivola accanto a lui, avvolgendo un braccio attorno alla sua spalla. “Freddo?” chiede. Lui annuisce e sorseggiano insieme la loro birra, guardando semplicemente le stelle. E Tom guarda oltre loro, nell’oscurità, iniziando a sentire gli effetti di una lieve sbornia tepida.
Bevono più birra e piluccano le salsicce, e Tom è rincuorato nel vedere che hanno ancora tutto di cui parlare. Ad un certo punto incespicano entrando nella casa per prendere dell’altra birra e del formaggio. Il fuoco muore attorno alle due del mattino e loro rimangono sdraiati sulla schiena.

“Guarda le stelle,” dice Tom, la birra rende la sua voce una richiesta farfugliata.

“Lo sto facendo, lo sto facendo,” risponde suo fratello. Rotola sul fianco, verso di lui. “Che c’è di così bello, comunque? Gli insetti mi stanno attaccando.”

Tom urta una bottiglia. “Pensavo che volessi vederle.”

Bill pizzica la sua spalla. “Non di questo tipo.”

“Sta diventando freddo qui fuori.”

“E ci sono gli insetti,” dice di nuovo Bill. “Voglio entrare.”

“Resta ancora un secondo.” Tom si sente troppo pesante per alzarsi. E poi sarebbe da solo se Bill se ne andasse. E questo lo turba profondamente. Afferra la spalla di Bill, affondando con le dita dentro il tessuto della sua t-shirt.

Ok, non me ne vado,” dice Bill. “Ma solo perché non posso muovermi.”

“Anch’io non posso muovermi, e questo vuol dire,” dice Tom, fermandosi a riflettere. “Questo vuol dire…”

“Che siamo ubriachi.” Bill preme la fronte contro la spalla di Tom.

Tom pensa, facendo scivolare una mano tra i capelli di Bill e liberandoli dall’elastico, ‘Vuol dire che siamo ancora la stessa cosa’.

Bill inizia a mormorare e poi a canticchiare piano, “Fratello, oh fratello, mi stai spettinando.” E sembra ridicolmente ubriaco e Tom ride. E lui canta ancora di più. “Sta fottuta campagna è fottutamente odiosa, portiamo il fottuto culo via da questa cosa”

“Nuova canzone?” chiede Tom.

Bill canticchia ancora un po’. “Dovresti andare a prendere la tua chitarra,” dice.

“Non posso muovermi,” gli ricorda lui. “E comunque fa schifo.”

“Ho delle idee,” continua Bill. “Finestre e sassi e, uhm…”

“Stelle,” suggerisce Tom.

Bill strofina il naso contro il suo collo. “Sì, stelle. Riempiamola di clichè.” Bill canticchia e tamburella le dita sul fianco di Tom. “Lamponi.”

Tom chiude gli occhi.

“Lamponi e stelle, ma senza chitarra non ne vedremo delle belle,” canta. E canta ancora, ma le orecchie di Tom non vogliono ascoltare. Può solo sentire i grilli frinire e un cupo muggito provenire in lontananza dai campi.

Non si muovono per interi minuti, Tom stretto alla maglietta di suo fratello, mentre Bill inizia a russare piano contro il suo collo, con i suoi capelli che solleticano le loro labbra ad ogni respiro. I grilli li cullano per tutta la notte.

Tom si sveglia per primo, rabbrividendo per altri motivi. Sta tremando, fa dannatamente freddo, e il cielo notturno si è sciolto nella rugiada mattutina che ricopre il terreno.

Il suo braccio sta formicolando sotto il peso di Bill e dà una gomitata a suo fratello per spingerlo via.

“Uh,” si lamenta Bill, mentre sbatte le palpebre. “Ma che cazzo?”

“Ci siamo addormentati” dice Tom. La sua bocca sa di formaggio e di birra. Bill si siede e avvolge le sue braccia attorno al suo corpo. Il suo braccio destro ha l’impronta riconoscibilissima dell’erba dal gomito al polso.

“Non andrò più fuori, cazzo,” geme Bill.

È solo parzialmente illuminato lì fuori e Tom riesce a vedere le bottiglie di birra disseminate sul terreno. “Non riesco a capire se ho i postumi da sbornia.” Geme Tom.

Bill appoggia la testa sulle sue ginocchia e chiude gli occhi, tremando. “Quante birre abbiamo bevuto?”

Tom, strizzando gli occhi, cerca di contare le bottiglie sparpagliate. “Cinque… sette… dieci,” dice. Ce ne sono tre nel focolare. Due dietro di lui. E chissà quante in casa. “Uhm, quindici?”

“Spero che ne abbia bevute di più tu,” dice Bill. I suoi occhi si aprono e incontrano quelli di Tom. ed entrambi tremano. “Entriamo,” propone.

Tom si alza sulle gambe ormai affaticate e raggrinzite e solleva Bill dall’erba. Sono entrambi bagnati e sporchi, e le dita di suo fratello sono fredde come il ghiaccio.

 

**

 

“Devo dirti una cosa,” dice ad un tratto Bill, rannicchiando le gambe sotto il suo corpo sul divano. Sono nel soggiorno, circondati dalle ruvide pareti di legno, entrambi seduti sul divano avvolti dalle coperte, mentre sorseggiano del Chai dolce.

Tom annuisce in risposta, guardando suo fratello da oltre il bordo della tazza. È quella di suo nonno, ed è vecchia e scheggiata, con i colori sbiaditi. Ha una piccola trota in cima con un amo conficcato nel labbro. Tom si ricorda di questa tazza da quando ha solo undici anni.

“Penso che non mi innamorerò mai,” dice Bill, mentre sorseggia la sua bevanda e Tom non riesce a vedere i suoi occhi.

“Perché?” chiede. Scivola più vicino a suo fratello e riesce a sentire il profumo dei lillà.

“Io credo nell’amore, solo che non penso…” Abbassa lo sguardo.

Tom non sa cosa dire. Non ha mai sentito Bill parlare in questo modo prima d’ora e non è la persona più adatta per dare consigli o per consolare.

“Non sai cosa potrà accadere,” tenta.

“Conosco me, però,” replica Bill. “Sono una persona strana.”

Tom sorride. “Le persone strane si innamorano di continuo.”

“Ma vengono mai ricambiate?”

Tom scrolla le spalle. “Pensaci, hai solo bisogno di trovare un altro che sia fuori di testa.”

Bill ride da dentro la sua tazza e conficca il suo gomito nel fianco di Tom. “Non mi piace stare da solo, ma penso di riuscirci anche piuttosto bene,” dice, e la sua voce è seria.

“Ascolta, “ risponde lui. Si appoggia da un lato e mette giù la sua tazza. Quando torna a posto appoggia la mano nell’incavo del gomito di Bill. “Tu non sarai mai da solo perché io sarò sempre qui.”

Bill preme i piedi freddi contro i suoi. “Ok,” Rimangono seduti in silenzio per qualche minuto. “Ma non era ciò che volevo dire, lo sai.”

“So cosa volevi dire,” risponde, e lascia che la testa di Bill rimanga appoggiata sulla sua spalla. “Ma io volevo dire esattamente ciò che ho detto.”

Bill tira su col naso, sicuramente per il freddo, e non parlano più.

Note: Io amo questa storia.

Ma andiamo con ordine. Anche se l’ordine non so quale sia ._.’

Comunque, è da un po’ che penso che vorrei tradurre qualcosa… ho valutato diverse storie, ma alla fine sono ricaduta su questa. La quarta storia che ho letto in inglese. Più di un anno fa, ormai. Come dice Bill nel suo nuovo tatuaggi, ‘torniamo alle origini’.

Visto che credo che molti di voi non l’abbiano mai letta, eccola qui <3 Spero vi possa piacere come piace a me.

Ringrazio poi tantissimo liz che ha betato tutto questo e che mi ha aiutato a sbrogliare alcune frasi a dir poco allucinanti (per me, per lo meno XD). <3

E niente, al prossimo capitolo ^_^