SCIRE NEFAS

- Non è lecito sapere -

 

Non sapeva come fosse successo, ma era successo.

Si ricordava perfettamente quell’attimo, quel preciso ed esatto momento in cui suo fratello gli era piombato in camera con un sorriso estasiato, quasi brillando di luce propria, e gli si era seduto a gambe incrociate sul letto, poco distante da lui. Bill l’aveva guardato, sorridente e felice, come se gli fosse capitata la cosa più bella di questo mondo, e poi l’aveva detto.

“Ho baciato Melli.”

E lui aveva impegnato una quantità indefinita di secondi per riuscire a capire cosa diavolo significasse quella frase, cosa volesse dire, cosa nascondesse dietro di sé. Perché in realtà non nascondeva proprio nulla, era così chiara, che, sul serio, cos’avrebbe dovuto capire? Aveva anche impegnato una quantità indefinita di secondi per riuscire a mettersi dapprima seduto, con l’aria sconvolta, per poi balzare in piedi e guardarlo con la bocca leggermente aperta di chi non sapeva assolutamente cosa dire.

O forse qualcosa ce l’aveva, ma in quel momento faceva un po’ troppo male anche solo per pensare di poterla tirare fuori.

“Cosa?” gli aveva chiesto con gli occhi spalancati.

E il cuore, proprio lui, pompava ad un ritmo talmente elevato che aveva pensato di poter avere un infarto a diciotto anni.

Bill aveva sbuffato, senza far diminuire il suo sorriso. Era un sorriso dolce, un sorriso che gli illuminava tutto il viso, compresi gli occhi. Era quel tipo di sorriso che era abituato a tenerlo per sé, custodito dentro di lui.

“Ho detto,” aveva ripetuto Bill, “che ho baciato Melli.”

“C-Cosa?” aveva balbettato di nuovo, quasi il produttore di parole che stava nel suo cervello si rifiutasse di collaborare, “Melli? Melli, chi?” aveva grugnito.

E il cuore non voleva smetterla di farlo agitare.

Bill aveva roteato gli occhi e gonfiato le guance per poi sbuffare. “Melli chi, secondo te? La nostra Melli, la stylist, no?”

Tom l’aveva fissato nuovamente per troppi, troppi secondi. Ed era riuscito a far spazientire Bill.

La sua uscita, poi, sapeva perfettamente che non era stata delle migliori, ma… a sua discolpa andava forse il fatto che fosse stato preso in contropiede. Era bravo, cioè, a dissimulare quando era opportuno, quando doveva inanellare delle battute per far finta di prendere in giro una frase particolarmente dolce riservata a lui che Bill aveva dichiarato davanti ad un microfono, quando doveva mostrarsi esattamente come ci si aspettava da un tipo come Tom Kaulitz. Un po’ stupido e superficiale.

Ma uno stupido e superficiale, poteva avere un cuore impazzito?

“La stylist?” aveva scandito con una rabbia eccessiva per quella che doveva essere una bellissima notizia. Per Bill. “Ti sei baciato la nostra stylist?”

Sul volto di Bill era scomparso il sorriso. Aveva le labbra serrate, ora, e l’espressione ferita.

Non gli aveva risposto, contando forse sul fatto che Tom sapesse perfettamente la stronzata che aveva detto e, soprattutto, che avvertisse da solo la sua delusione.

Tom aveva visto la sua schiena sparire al di là della porta della sua camera, mentre lui si chiedeva se anche Bill riuscisse a sentire cosa stava provando lui, il cuore sotto pressione e la gola secca, come se avesse appena corso per chilometri.

Si era seduto sul suo letto e si era fissato le mani e si era sentito più infantile che mai nel constatare che aveva gli occhi lucidi e la voglia di frantumare qualcosa.

Si era reso conto di essersi comportato male con Bill, ma ciò che probabilmente suo fratello non aveva capito era il fatto che non gliene fregasse proprio niente di chi fosse lei. Poteva essere una stylist, una manager, una commessa o una modella… poteva essere qualsiasi cosa al mondo, ma per riuscire a non sentirsi emotivamente distrutto, semplicemente non doveva essere la ragazza di Bill.

 

*

 

Tom si ricordava anche di come aveva cercato di recuperare la situazione con Bill.

Aveva preparato la sua salsa speciale, quella sera, impegnandosi particolarmente affinché risultasse perfetta. Avrebbe dovuto essere perfetta, perché avrebbe dovuto riuscire a mostrare a Bill tutto il suo finto dispiacere.

Per non far infelice anche suo fratello.

Ne bastava già uno, in casa, con lo spirito completamente sotto le scarpe. Soprattutto, non voleva affatto vedere Bill in quello stato per colpa sua. Non quando avrebbe dovuto essere felice, non quando le cose sembravano veramente andare bene per lui, dopo l’intervento e il pessimo periodo che aveva trascorso.

Bill si era affacciato in cucina senza dire una parola. Non l’aveva guardato, né gli aveva sorriso o regalato qualche gesto di incoraggiamento. Tom era ancora seduto sul divano, intento a non guardare la televisione, mentre la pasta coceva sul fuoco. Bill gli si era seduto di fianco senza degnarlo di troppa attenzione, mentre la voce della giornalista riempiva quel silenzio. C’erano solo loro due in quella stanza, eppure Tom si era sentito più distante che mai da suo fratello.

Bill si era girato a guardarlo con una lentezza esasperante, quasi a volergli dare più tempo possibile per poter fare uscire da quella sua maledetta bocca ciò che voleva sentirsi dire.

Scusami.

Mi dispiace, Bill. mi dispiace.

Sono un cretino, sì, sono un completo cretino.

Non volevo risponderti così.

Scusami.

Sono felice per te. Sul serio. Sono felice che tu abbia trovato qualcuno, e poi Melli è carina e andate d’accordo, no? E il bacio? Dai, su, racconta, voglio sapere com’è successo.

Sono felice per te.

Tom era rimasto in silenzio, quasi come se la lingua gli fosse stata estirpata con forza, e poi buttata via.

Bill aveva sospirato, prima di mordersi il labbro inferiore e continuare a fissarlo ininterrottamente.

“Non devi dirmi niente?” gli aveva chiesto con una punta di sarcasmo.

Tom non aveva scollato gli occhi dalla tv, aveva continuato a guardare quella giornalista bionda e basta. Se dovessi dirti veramente qualcosa, avresti veramente un motivo per cui essere triste…

Bill aveva serrato le labbra, alzandosi dal divano con uno scatto. “Non ho fame.” Aveva scollato con fatica, prima di allontanarsi. Tom aveva stretto il telecomando in una morsa talmente stretta che le nocche erano diventate bianche. E si era odiato ancora di più.

Bill…” aveva mormorato, poco prima che suo fratello sparisse dalla cucina. Bill si era girato a guardarlo senza particolare espressione. “Scusami… io… non volevo… è solo che, beh, mi hai un po’ spiazzato… tutto qui…”

Erano scuse patetiche e piene di artifici, create appositamente per soddisfare il bisogno di Bill, non certo perché ci credesse sul serio.

“Sono felice per te… sul serio.” Aveva proseguito cercando di sorridere brevemente, e riuscendo solo nell’intento di fare una smorfia più o meno convinta.

Forse era veramente felice per suo fratello – doveva esserlo, in fondo era così che funzionava, no? -, ma per il momento il tutto rimaneva ben nascosto al di sotto del dispiacere che provava per se stesso.

Un dispiacere che era assolutamente infondato e irrazionale, e completamente sbagliato, ma che proveniva da qualcosa che era troppo radicato dentro di lui per poterlo realmente ignorare.

Bill gli si era avvicinato e l’aveva abbracciato stretto, tanto che Tom era riuscito a sentire perfettamente il profumo nella piega del suo collo. Bill gli aveva baciato piano la guancia in un gesto tanto tenero che per un istante si era dimenticato tutto, anche se quello era semplicemente il modo che suo fratello utilizzava per fargli sapere che l’aveva perdonato.

Tom ricordava ancora la pressione appena accennata di quella labbra morbide e piene contro la sua pelle, e la voglia irrazionale di stringerlo ancora più forte e di non lasciarlo andare, di non lasciarlo sfuggire, di non lasciarlo scivolare lontano. Di tenerlo con sé e di trattarlo con cura, come se fosse stato un oggetto prezioso, un oggetto che nessuno avrebbe dovuto sfiorare. Perché suo.

La realtà era che nella sua condizione di fratello tutti quei diritti non poteva arrogarseli.

Aveva dovuto quindi sorridergli, cercando di trasmettergli quella falsa sicurezza che cercava di ostentare, mentre il cuore gli faceva sempre più male, con la consapevolezza di star consegnando suo fratello nelle mani di qualcun altro.

 

*

 

Non gli aveva mai chiesto come avesse fatto a baciarla. Come l’avesse conquistata. Come si fosse dichiarato.

In parte perché non voleva saperlo, in parte perché probabilmente lo sapeva fin troppo bene.

Non faceva fatica ad immaginarsi il motivo per cui Melli si fosse presa una cotta per Bill. Probabilmente suo fratello non aveva neppure dovuto faticare eccessivamente. Probabilmente, un bel giorno, Bill le aveva semplicemente sorriso, forse quasi inconsciamente, ma riservando comunque a lei, proprio a lei e a nessun altro, quella particolare forma di felicità che Bill riusciva a riversare in un gesto tanto semplice. Probabilmente Melli non si era neppure accorta di essere rimasta un istante di troppo a fissare la piega delle sue labbra o quella luce particolare che si rifletteva nei suoi occhi, ma Tom era sicuro del fatto che fosse stato proprio un momento così, dall’apparenza innocua, a far scattare qualcosa in lei.

Non avrebbe saputo ripercorrere con altrettanta precisione il momento in cui suo fratello si era invaghito di lei, perché Bill era estremamente difficile quando entravano in conto quei sentimenti. Bill era quello che non riusciva a fidarsi di una ragazza, da quando erano diventati famosi. Forse a lasciarlo andare era stato il fatto che lei fosse nel loro entourage, che la potesse vedere spesso, che avesse l’occasione di spiarla senza farsi vedere, mentre parlava con Nathalie o Dunja, che dovesse lavorare con lei e starle vicino, che potesse scherzare e concedersi una battuta o un sorriso.

Era carina Melli. Era un tipo di ragazza che poteva piacere sicuramente a Bill. Perché non era troppo appariscente, ma aveva un bel carattere. Era simpatica e dolce. Più di una volta si era ritrovato anche lui a scherzare con lei, a ridere insieme. Aveva un bel sorriso e delle belle mani.

E le belle mani piacevano terribilmente a Bill.

Tom non sapeva quando era iniziato tutto. Non sapeva come fosse successo, ma era successo.

Era quello ciò a cui stava pensando nel momento in cui Bill era entrato nella sua camera, strofinandosi i capelli umidi con una salvietta e sorridendogli.

E ora era proprio lì, davanti a lui, con l’espressione felice e l’aria accaldata di chi ha appena fatto la doccia, e Tom si ritrovò a maledire pure l’acqua che era scivolata contro suo fratello, accarezzando i contorni del suo profilo, delle sue braccia, del petto e delle gambe, sfiorando quel corpo che, in quei momenti in cui beveva un po’ troppo e la decenza andava a farsi fottere,  desiderava poter avere solo per sé, solo per le sue mani, solo per le sue labbra. E  invece ogni giorno di più si sentiva come se tutti avessero potuto averlo, tranne lui.

Lui che aveva anche più diritti di tenerlo per sé, perché anche la biologia non mentiva.

Erano una cosa sola. E se erano un’unità, per quale motivo esisteva la possibilità di allontanarsi?

Bill inclinò la testa di lato, mentre continuava a strofinare quell’ammasso di capelli nerissimi. E profumatissimi, visto che Tom riuscì a percepire esattamente l’aroma dello shampoo che aveva utilizzato suo fratello. “Va bene se stasera le dico di venire qui? Non ti dà fastidio, vero?”

Tom sorrise leggermente, esibendo una calma che in realtà non gli apparteneva per niente. “Non ci sono problemi… vedrò di inventarmi qualcosa per uscire, allora…”

Bill si avvicinò maggiormente a lui e Tom riuscì a sentire perfettamente anche il profumo del sapone contro la pelle di suo fratello, e cercò di morsicarsi l’interno della guancia, nel tentativo di lenire quel desiderio indecente che aveva di allungare la mano per poterlo sfiorare. “Non mangi con noi?” Bill sembrava dispiaciuto, non immaginando neppure lontanamente quanto fosse grande il suo, di dispiacere.

Nel tentativo di comportarsi da bravo fratello, stava spianando la strada a Bill e a Melli. Ed era qualcosa che non riusciva a mandare giù, anche se si impegnava con tutte le sue forze.

“Ma no, dai, vorrete stare da soli, no?” ridacchiò, cercando di insinuare quanta più malizia avesse in quelle parole, mentre la gola iniziava a fargli un po’ male, nel tentativo di ignorare quanto era arida.

Arida e secca, quasi come se i fluidi del suo corpo stessero sparendo piano piano. Quasi come se fosse Bill a portarglieli via, senza neppure saperlo.

Bill sorrise e Tom riuscì nettamente a vedere quella luce maliziosa che gli attraversò gli occhi per un istante. “Ma a mangiare puoi rimanere, no? Ti assicuro che non passiamo il nostro tempo a saltarci addosso! E poi mi fa piacere se rimani…”

Tom sorrise, sapendo che non avrebbe potuto ignorare la sua proposta. Faceva male dire di sì, assicurandosi un posto in prima fila per la cena con la ragazza di suo fratello, così come faceva male dire di no, e regalare un pretesto ancora più grande – e una casa deserta – a Bill e Melli.

“D’accordo, allora. Sono dei vostri.”

Bill si illuminò, contento di averlo convinto, come se già non fosse perfettamente consapevole dei poteri che aveva su di lui.

Poteri. In realtà non entrava in conto nessuna magia, ma qualcosa di molto più terreno e fisico e normale. Normale, per quanto poteva esserlo, ovviamente.

Entrava in conto la sua voglia indecente di stargli sempre vicino, e di farsi del male da solo.

Entrava in conto la sua voglia indecente di poterlo osservare con gli occhi illuminati da quel sentimento che stava crescendo in lui, e ritrovarsi a sperare di vedere rivolto verso di sé quello sguardo.

Era un povero idiota.

E pure innamorato.

 

*

 

Quando qualcuno aveva suonato il campanello, Tom aveva perfettamente capito non era realmente qualcuno. Ma Melli.

E come sempre si era dipinto sul viso un sorriso raggiante, pronto per accogliere qualsiasi cosa quella serata gli avrebbe regalato.

Bill si alzò dal divano, sorridendo sinceramente, e aprì la porta del loro appartamento. Dall’altra parte c’era Melli che lo attendeva, reggendo tre cartoni di pizza in mano.

Fece un po’ male, quasi troppo, nel vedere il sorriso e gli occhi e l’espressione di suo fratello e di Melli essere così speculari, perché era sempre stato lui quello ad avere la faccia uguale a quella di Bill. Mentre ora si sentiva quasi un estraneo.

Nessuna ragazza avrebbe potuto mettersi tra di noi.

Allora perché ogni tanto si sentiva come se si stesse costruendo un muro?

Sapeva che non era colpa di Bill. Che, anzi, suo fratello sembrava tentare in tutti i modi di non distaccarsi da lui… probabilmente avrebbe dovuto accettare il fatto che era lui stesso ad allontanarsi un po’ da Bill.

Perché guardarlo da lontano faceva comunque un po’ meno male che esserci completamente dentro.

Distolse lo sguardo, nel momento in cui Bill si sporse verso Melli per baciarla. Contò mentalmente quei sei secondi che in media servivano per un veloce bacio di saluto, e poi si rigirò, pronto per abbracciare anche lui la ragazza.

Le si avvicinò e ricambiò il suo sorriso. Era una brava ragazza, Melli. In fondo andava veramente bene per Bill.

Solo che faceva comunque male.

L’abbracciò brevemente, desiderando, in un momento di totale incoscienza, che ci fosse Bill al suo posto.

Non che gli abbracci con suo fratello fossero una cosa rara. Lo erano davanti alle telecamere perché era sempre meglio ‘non alimentare certe voci, no?’. Che poi certe voci fossero comunque troppo poco rispetto alla sua situazione, era un altro discorso.

Nella maggior parte di quelle fantasie da adolescenti lui non faceva altro che scopare Bill. Niente sentimenti, niente emozioni. Solo una piacevole attività fisica. Basta.

Se nella realtà fosse stato tutto così semplice, forse non avrebbe fatto così tanto male.

Melli si portò una ciocca bionda dietro l’orecchio. “Sono ancora calde, secondo me possiamo mangiarle senza farle riscaldare…”

Tom sorrise, accomodandosi al suo posto a tavola. Era strano il fatto che non fosse lui a preparare qualcosa da mangiare, accompagnato dalla presenza di Bill dietro di sé che si assicurava che tutto fosse a posto. Era il modo di Bill per non fare nulla, ma sentirsi comunque partecipe.

E lui lo adorava. Lo adorava quando si appoggiava contro la sua schiena, con la testa appoggiata sulla sua spalla, per sbirciare cosa stesse facendo ai fornelli. Lo adorava perché il suo viso era lì, vicino e lontanissimo, tanto che avrebbe potuto benissimo sfiorarlo con le labbra, se solo si fosse girato.

E si sentì ancora più strano nel momento in cui Melli prese posto accanto a Bill.

Non erano più in due, erano in tre ora.

E la cosa terribile era che lui non c’entrava niente. Era lui l’intruso, per quanto quella parola forse non avesse senso, visto che quella era comunque e ancora casa sua.

Eppure, nonostante tutto, nonostante quella parte emotiva, la parte stupida di lui, contro cui doveva costantemente combattere - come due giorni prima, che quasi si era ritrovato a confessare a Bill tutto, proprio tutto, perché avevano passato una serata insieme, e poi Bill gli si era stretto addosso, affondando nella sua enorme felpa, e lui si era sentito così bene, così felice che aveva avuto il chiaro impulso di dirglielo, di dirgli ‘tu per me sei di più di ciò che dovresti essere. Tu sei di più di mio fratello’ -, ecco nonostante questa sua parte fragile, Tom sapeva perfettamente che non c’era niente di male in ciò che si trovava davanti agli occhi. Che era giusto e… bello?, sì, anche bello, ciò che stavano vivendo Bill e Melli.

Solo che in lui c’era qualcosa di altrettanto bello, anche se sbagliato, e quindi proprio non ce la faceva. Non riusciva a essere felice per loro. Ad esserlo realmente.

Quindi doveva continuare a sorridere, impedendosi in qualche modo di non spostare lo sguardo ogni volta che Melli riservava un’occhiata particolarmente sognante a suo fratello. soprattutto, ogni volta che Bill la ricambiava con quello stesso sguardo.

 

*

 

Non era propriamente fuggito.

Insomma, nonostante non volesse veramente lasciarli da soli, sapeva benissimo che non aveva nessun diritto di rovinare loro la serata. Così aveva preso una scusa banale e qualsiasi – una scusa che, se suo fratello non fosse stato concentrato su Melli, avrebbe sicuramente etichettato come ‘stronzata’ -, aveva afferrato le chiavi della macchina ed era uscito.

Non voleva andarsene da nessuna parte.

Non aveva voglia di bere. Non aveva voglia di divertirsi. Non aveva, soprattutto, nessuna voglia di scopare.

L’ultima volta in cui aveva cercato di distrarsi in quel modo, mentre Bill passava una serata tranquilla in un locale con Melli, si era ritrovato a pensare a Bill per tutto il tempo, con il risultato che quella poveretta che era stata la sua prescelta aveva dovuto sorbirsi una delle peggiori serate della sua vita, probabilmente. Non voleva ripetere l’esperienza. Soprattutto, non aveva nessuno scopo, visto che non riusciva neppure a distrarsi.

Tom appoggiò la fronte contro il volante della macchina e sospirò.

Ecco perché io non ci voglio credere nell’amore… perché l’amore fa schifo, e se non ci credo, magari deciderà di andarsene, un giorno.

Chissà cosa stavano facendo Melli e suo fratello…

Ecco. Anche a non volerci pensare, non poteva proprio fare a meno di tornare a lui, sempre e comunque. Era come una condanna, non riusciva a liberarsi del suo pensiero e della sua presenza e della sua immagine.

Era terribile sperare di riuscire a relegarlo in un piccolo posto remoto del proprio cervello, e poi ritrovarselo davanti sempre e comunque.

I piani di Bill erano quelli di guardare un film insieme, a casa. Nonostante si stesse lasciando andare, suo fratello rimaneva abbastanza cauto. Non voleva correre. E Melli… beh Melli non sembrava così intraprendente sotto quel profilo, però, chissà, forse era solo apparenza.

Forse a quell’ora erano già passati alla camera da letto, abbandonando il divano ancora tiepido e la televisione accesa.

Forse.

O forse stavano ancora guardando il film, intervallando ogni scena con una pausa più o meno articolata e una sessione di baci.

Aveva osservato Bill, alcune volte, quando baciava Melli. L’aveva osservato di sottecchi, quando il suo desiderio di averlo diventava più forte della razionalità di lasciar perdere. L’aveva osservato e si era ritrovato a perdersi nella piega delle sue labbra, a immaginare il sapore della sua bocca, a fantasticare sui movimenti della sua lingua, a sperare in un incontro con il suo piercing, a stare tanto male da doversi chiudere in bagno per porre fine a quel tormento che aveva dentro. E che si esternava in modi fin troppo evidenti.

Riaprì gli occhi di scatto e si appoggiò nuovamente al sedile. Tirò giù il finestrino e spense il motore della macchina.

Probabilmente per le due, tre ore successive non avrebbe fatto altro che fumare, girare a vuoto nella città, e fumare di nuovo.

Probabilmente si sarebbe ritrovato nuovamente a ripensare a suo fratello, a quanto poteva essere bello averlo sotto le proprie dita e a quanto faceva male non poterlo neppure sfiorare nei modi che gli si figuravano davanti.

Niente dei suoi pensieri era lecito, eppure non riusciva a chiudere la sua mente. Sembrava che Bill possedesse anche quella. Come tutto il resto di lui.

 

*

 

Aveva fumato un pacchetto e mezzo. Poi si era dovuto fermare per forza perché, semplicemente, le sigarette erano finite e la voglia di andarsele a compare di nuovo non l’aveva.

Aveva deciso di tornare a casa, augurandosi che Melli fosse già andata via. Non che non volesse vederla, ma…

… sì, in effetti non voleva proprio vederla.

Tom infilò la chiave nella toppa e aprì la porta. La luce principale era spenta e la stanza era illuminata solo dalla lampada posta sopra il mobile accanto al divano. E Melli era ancora lì.

Ciò che non avrebbe voluto vedere era il fatto che si stava baciando con Bill. Sul loro divano.

Rimase così imbambolato ad osservarli, che la porta si richiuse alle sue spalle con un tonfo. Facendo spaventare a morte Bill e la sua ragazza.

Bill piantò i suoi occhi enormi nei suoi e Tom si sentì veramente in imbarazzo.

Scu-scusate” biascicò, prima di dirigersi ad ampie falcate nella sua stanza e chiudersi dentro.

La figura del cretino. Ancora una volta aveva fatto la figura del cretino.

Avrebbe potuto rientrare un po’ più tardi. O la mattina dopo addirittura.

Ma, Dio, lui non voleva.

Lui voleva essere in quella casa con Bill, da soli. Punto.

Si schiantò sul letto, affondando il viso nel cuscino e cercando di calmarsi.

Non aveva sonno, non voleva dormire, o pensare, o fare qualsiasi altra cosa. Non voleva fare niente.

E solitamente quando si sentiva così, suo fratello arrivava, lo abbracciava forte e gli si accoccolava addosso, e lui si perdeva nel suo buon profumo o nella morbidezza dei suoi capelli, dimenticandosi di tutto ciò che lo faceva stare male.

Tom sospirò e si mise a sedere.

C’era un’altra cosa che lo aiutava sempre. Qualcosa che non riguardava per forza Bill, anche se, da quando ne aveva memoria, suo fratello c’era sempre stato anche in quei momenti. Momenti in cui si concedeva di perdersi sulle note di una canzone improvvisata e sulle corde della sua chitarra.

Si alzò in piedi con uno slancio e si diresse nell’angolo della sua stanza, afferrando la chitarra per il manico.

Forse non era una buona idea suonare a quell’ora della notte. Forse avrebbe semplicemente dovuto andare a letto e sperare di dormire. Ma la realtà era che non poteva rischiare di chiudere gli occhi, perché davanti a sé vedeva sempre e solo Bill, e ricercarlo in un sogno gli avrebbe fatto solo male.

Quindi doveva tirare fuori tutto a modo suo. E visto che con le parole aveva sempre fatto abbastanza schifo, l’unica soluzione era la sua chitarra.

Si sedette sul letto, lanciando via le scarpe, e si appoggiò la chitarra in grembo. Come sempre accadeva in quelle occasioni, non pensò neppure per un istante cosa suonare, semplicemente suonò.

Non gli importava se Bill e Melli potevano sentirlo. Non stava facendo niente di male, proprio niente. Stava suonando. E suonare gli era ancora permesso.

Forse ciò che era moralmente sbagliato era riversare l’intero contenuto del suo cuore in quelle note. Probabilmente era quello che era proprio sbagliato.

Quando Bill aprì la porta, lentamente, si bloccò all’improvviso.

Forse suo fratello era venuto a chiedergli di piantarla con quella serenata improvvisata. Perché, in effetti, era proprio ciò che stava facendo.

Una serenata per suo fratello.

Si faceva schifo da solo.

Hey” mormorò, cercando di darsi un tono che non possedeva minimamente.

Bill gli sorrise, prima di sgusciare dentro e richiudersi la porta alle spalle. Si sedette sul letto a gambe incrociate, davanti a lui, e lo guardò negli occhi. “Melli è appena andata via”

Tom abbassò lo sguardo. “Mi dispiace di avervi interrotto, non credevo che-”

“Non importa,” tagliò corto suo fratello, “che stai facendo?”

Tom guardò la chitarra tra le sue mani. Sto cercando di dirti che sono geloso da morire. “Uhm, niente, suono un po’… non avevo molto sonno…”

Bill si sistemò meglio sul letto, appoggiando la schiena contro la parete. “Suona ancora.”

Tom alzò lo sguardo su di lui e vide che stava ridendo. E si chiese, invece, che espressione doveva avere lui, perché si sentiva quasi male. Male all’idea che avrebbe dovuto suonare quelle note casuali con gli occhi di Bill addosso. Con gli occhi del suo Bill addosso.

Tom abbassò lo sguardo e riprese a suonare.

E chiuse gli occhi quando Bill iniziò a mormorare una canzone priva di parole, trasmettendo solo ed esclusivamente ciò che quelle note stavano provocando in lui.

Chiuse gli occhi per non vedere in faccia la realtà delle cose e illudersi che quei due suoni, la sua chitarra e la voce di Bill, si fondessero realmente insieme per diventare una forza unica.

Era, appunto, solo una bella favola e una bella illusione.

Perché la musica e la voce erano due espressioni di due cuori diversi, che battevano per due persone diverse.

Tom avrebbe continuato a suonare, e Bill avrebbe continuato a canticchiare sottovoce, ma quei due suoni non si sarebbero mai uniti veramente.

Esattamente come lui e Bill.

 

FINE (25 Giugno 2008)

 

****

 

Note dell’autrice: MIO DIO! Quanto è EMO questa cosa da uno a dieci? -_- Cioè! Io che scrivo roba emo è il colmo, sul serio. Prima e unica volta, spero. Perché non esiste proprio, no no.

Comunque… mi piace! °_° Anche se è mostruosamente emo XD.

Prima di tutto è un Tom POV… e sì, se vi state chiedendo se tutto questo è una dichiarazione d’amore per Bill, bingo!, c’avete azzeccato. E dire che all’inizio non doveva essere così. Perché all’inizio doveva esserci pure il Bill POV. Poi Tom ha preso il sopravvento e ha iniziato a strillare che ‘lui doveva dichiarare il suo dispiacere’. Insomma, vallo a fermare un Tomi innamorato ù_ù

Poi, sì. Lo so che questa è la versione seria emo-angst di Ich Bin Dagegen XD. Amen, ok? XD

Parliamo del titolo. Che io sono andata in giro urlacchiando come una pazza quando l’ho trovato. Perché è bellissimo, punto. È bellissimo, evocativo, molto serio e … basta, temo di aver finito la descrizione. Comunque è stupendo.

Insomma, inizialmente non doveva chiamarsi così. Non aveva propriamente un titolo e io mi sono detta di aspettare e vedere. Poi così, per caso, sono andata a sfogliare un vecchio quaderno di latino e mi è capitato davanti il famoso Carpe Diem di Orazio e i miei occhi hanno iniziato a brillare. Scire nefas (est) è precisamente tratto da quel carme. La traduzione – una delle possibili – è quella in sottotitolo. E per la precisione, sono pure andata a ripescare il mio dizionario di latino (ritrovando i miei metodi per nascondere roba all’interno. Del tipo che alla N si trovano casi e complementi, alla T le declinazioni, in mezzo una scheda dei tempi verbali… roba così), per trovare l’esatto significato di nefas: ciò che è contro la legge divina, il diritto naturale o la morale. Ditemi voi se non è perfetto *.*

Uhm… ultima cosa, Melli è la ragazza bionda – di cui io mi ergerò a paladina, ormai ho deciso, perché mi sta ispirando molto XD – nella foto a braccetto con Bill a New York. Credo che sfornerò un’altra storia con lei. Anche perché, in effetti, tutto nasce quando, nei millemila commenti di risposta ad un post di Sar@, lei e ana si sono messe a parlare di Melli, appunto. E io ho sfornato una trama per una long-fic, subito esposta ad ana. Non contenta, a letto, quindi un due ore dopo, mi è venuta in mente tutta la trama per questa roba qui. Il mattino dopo ho iniziato a scriverla in preda all’euforia *.* Poi l’ho abbandonata perché dovevo studiare ç_ç Ma ora eccola qui, finalmente!

E ora la pianto, perché se avete letto le note fino a qui siete delle pazze *annuisce*