TURN OFF THE SUN

 

Disclaimer: Bill, Tom e i Tokio Hotel non mi appartengono in nessun modo e non hanno mai fatto nulla di quanto accade in questa storia. Io, ovviamente, non ci guadagno una lira da tutto questo.

 

Capitolo Unico

 

Meine Hand von Anfang an über Dir

(HeiligTokio Hotel)

 

Un giorno o l’altro.

Ore 3.40

Certi gesti, ormai, erano un qualcosa di talmente automatico che quasi non si rendeva conto di compierli. Le sue mani agivano in base ad un istinto che era ormai iscritto nel suo corpo, come in quello di tutti gli altri tre.

Non pensare, non serve.

Ed era vero. Per certe cose, non serviva un cervello, serviva solo un movimento, lento veloce lento veloce.

Come in quel momento.

Stava rifacendo la valigia. Un’altra volta, l’ennesima. All’inizio – quando tutto era cominciato, secoli prima, e in realtà erano solo tre anni - tutti loro si divertivano a contare il numero delle volte che succedeva in una settimana. Le settimane, poi, erano diventate mesi. I mesi si erano allungati in anni. E con gli anni ormai perdevi il conto. Ormai erano tre, quasi tre. E diventavano effettivamente un po’ troppi per poter permettere il conteggio del rifacimento di una valigia.

Si portò dietro l’orecchio una ciocca di capelli, cercando con l’altra mano di richiudere il beauty senza far fuoriuscire niente da esso.

Tutto automatico.

Come il piegare le magliette, far scorrere le dita sulle pieghe del tessuto fino a lisciarlo completamente, impilarle prima sul letto e solo dopo adagiarle nel trolley.

O come il raccogliere con perizia ogni collana, braccialetto e anello disperso nella camera e nel bagno, aprire ogni cassetto controllando che tutto sia vuoto, completamente vuoto, in modo da non dimenticare nulla in quell’anonima camera da letto di un hotel qualsiasi.

Era tutto automatico.

La sua vita spesso si riduceva a gesti meccanici, che, nonostante fosse orribile da dire – o pensare -, significavano proprio poco, ormai.

Era tutto automatico.

O quasi.

Certe cose, certi gesti, certi movimenti, come il ricercare la sua mano in un momento di distrazione, come lo sfiorare la sua maglietta con le dita, mentre gli altri non guardavano, per quanto fossero semplici, non sarebbero mai stati banali.

Proprio mai.

Bill arricciò leggermente le labbra e fece scattare anche l’ultima chiusura del suo trolley rosso.

Si guardò in giro, con le braccia incrociate e gli occhi vigili.

Non aveva dimenticato nulla. Ma, per sicurezza, e per automaticità, decise che avrebbe ricontrollato.

Non si poteva mai sapere.

 

Ore 5.58

Aveva una gran voglia di prendergli la mano e di stringergliela.

Tom aveva lo sguardo perso delle grandi occasioni. Lo sguardo da terrorizzato a morte, ma troppo figo per ammetterlo.

“Stai tranquillo.”

Tom gli rivolse un’occhiata esasperata. E Bill non poté fare a meno di sorridere leggermente, divertito. In fondo era anche divertente. Di certo non lo avrebbe rivelato a Tom, non era così stupido, ma aveva un che di comico osservare il grande chitarrista dei Tokio Hotel annientato da un volo in aereo.

Era comico e buffo, guardarlo corrugare le sopracciglia e perdersi ad osservare fuori dal finestrino.

Era anche dolce.

Bill aveva una gran voglia di prendergli la mano e di stringerla forte. Ne aveva una voglia immensa, perché sapeva che anche Tom lo desiderava. Ma Tom era Tom e non gliel’avrebbe mai confessato, molto probabilmente.

Non era importante, comunque. Lui lo sapeva in ogni caso.

Non era sicuro di poter rischiare un gesto tanto intimo in un luogo pubblico, comunque.

Georg e Gustav erano seduti al di là del sedile, impegnati rispettivamente a leggere una rivista – e Bill non voleva realmente sapere di che genere fosse – e ascoltare musica con le cuffiette. Il resto dell’aereo era assorto in un rigoroso silenzio, rotto soltanto da qualche timido cenno di conversazione.

Poca roba.

Di sicuro nessuno stava prestando particolare attenzione a loro due.

Bill fece scivolare la mano tra i due sedili, venendo a contatto con la stoffa dei jeans di suo fratello. La mano di Tom era lì, a qualche centimetro, posta sul suo ginocchio.

Lanciò nuovamente un’occhiata al resto dei passeggeri e sospirò. Fece scorrere le sue dita sui pantaloni e arrivò alla mano di suo fratello. Tom si irrigidì immediatamente, girando lentamente il capo nella sua direzione.

Bill…” Aveva un’inclinazione strana. Una via di mezzo tra un ammonimento e un ringraziamento.  

Bill gli fece un mezzo sorriso, prima di appoggiare il capo contro il poggiatesta. Socchiuse gli occhi, aumentando la stretta attorno alle dita di suo fratello.

“Stai tranquillo.” Gli rispose chiudendo definitivamente gli occhi.

Tom si chiese a cos’era riferita quella frase. Se all’aereo o alla sua mano intrecciata nella propria. Ma decise che non gli importava.

Beh, dell’aereo era difficile dimenticarsi. Ma per quanto riguardava la mano…

Tom sospirò. Ricambiò la presa attorno alle sue dita e tornò a guardare fuori dal finestrino. Almeno adesso aveva abbastanza coraggio da permettersi di respirare.

I voli in aereo erano sempre un inferno. Sempre.

Ma con Bill molto meno, di quello era sicuro.

 

Ore 16.20

Sentiva le corde tendersi sotto le dita. Le sentiva, nonostante i suoi polpastrelli non fossero più particolarmente sensibili a tutto quello, proprio a causa delle corde della chitarra. Ma continuava a percepirle, a sfiorarle e a valutarle sotto la sua pelle.

L’altra sua mano, la destra, stringeva il plettro tra le dita, muovendosi seguendo il ritmo che An deiner Seite imponeva.

Non era mai qualcosa di piacevole per tutti loro fare il soundcheck. Ma, proprio come tutti loro, sapeva che era qualcosa di necessario. Per questo si sforzava di trovare dei lati positivi.

Si concentrava sulla chitarra cioè, si concentrava sulle corde, sui suoni, sulle luci. Erano tutte cose a cui non faceva caso durante i concerti. Lì l’adrenalina era veramente troppa e non poteva rischiare di distrarsi: un errore voleva dire possibilità di sbagliare per tutti quanti, ed era proprio l’ultimo desiderio della sua lista.

Ma in quel momento, con il palazzetto vuoto, e solo loro quattro più qualche tecnico sul palco, poteva anche concederselo.

Poteva gustarsi la sensazione della chitarra tra le sue mani.

Poteva sorridere per Georg che aveva miracolosamente scampato una caduta clamorosa a causa di un cavo posto per terra.

Poteva seguire il ritmo della batteria di Gustav con la testa.

E poteva assorbirsi lui. Poteva lanciargli un’occhiata un po’ più lunga del solito. Poteva soffermarsi sulle sue labbra, mentre si muovevano scandendo le parole della canzone nel microfono. Poteva scivolare lungo le sue mani e le sue dita. Lungo il suo viso, il collo, le spalle.

Poteva perdere qualche istante per ripassare le sue linee essenziali, ecco.

Ripassarle, ovviamente. Perché di certo no, non le avrebbe mai potute dimenticare. Ma era sempre qualcosa di estremamente piacevole fargli scivolare addosso lo sguardo, come se fosse un vestito, fatto su misura per lui.

Perché lui, lo sapeva, era fatto proprio su misura per Bill.

Erano nati insieme apposta. Proprio apposta.

Per non potersi perdere. Per non potersi proprio dimenticare.

 

Ore 23.25

La sensazione del dopo concerto era sempre qualcosa che faticava ad andarsene. Faticava perché l’adrenalina era una droga micidiale e lui ne era totalmente dipendente. Ne aveva bisogno, in un modo disperato e incontrollabile.

Doveva essere sua.

C’era anche un’altra droga che gli creava una dipendenza non indifferente. Era una droga ancora più subdola e, per questo, affascinante. Era un qualcosa che gli inebriava il cervello, gli sfocava la vista e gli riempiva il cuore, glielo faceva pompare a mille, e anche di più, gli riempiva i polmoni d’aria e glieli svuotava l’attimo dopo, gli faceva tremare le gambe, le ginocchia, le mani, e lo faceva sentire l’uomo più forte della terra.

Tom.

Piegò di lato il collo, per riuscire ad osservarlo senza farsi troppo notare. Suo fratello si stava dirigendo in bagno, con quel suo passo ciondolante per cui veniva preso costantemente in giro. Per cui, soprattutto, si prendeva in giro da solo.

Forse…

… forse poteva fare una capatina al bagno anche lui. Veloce. Velocissima.

Dio, ne aveva bisogno. Aveva bisogno di qualche secondo con Tom, da solo. Da soli.

Sorrise distrattamente a David e poi, senza dire una parola, si infilò nel bagno. L’adrenalina gli regalava una sensazione difficilmente descrivibile.

Tom, per contro, era impossibile da ridurre a qualche parola.

Si stava lavando le mani, ma non appena lo intravide dallo specchio lasciò perdere il tutto per girarsi verso di lui.

Era strano ed era bellissimo. Lo riempiva dentro, totalmente.

Così come lui non faceva che ricercarlo, sempre, proprio sempre, anche Tom non riusciva a perderlo di vista per troppo tempo. Si attiravano completamente.

Bill sapeva perfettamente che aveva sempre gli occhi di Tom addosso durante il giorno. Lo sapeva perché i suoi erano su suo fratello.

Dovevano accontentarsi degli occhi. La luce, che fosse dei riflettori, del sole, del tourbus, non era per loro. Non avevano molta scelta, dovevano accontentarsi di ciò che la vita gli aveva dato.

Un grande amore e una grande ombra.

A loro, comunque, andava bene così.

Se la luce non era per loro, c’era comunque la notte. E la notte no, nessuno gliel’avrebbe portata via. Proprio nessuno.

“Questa sera volevano violentarti.”

Tom aveva un modo molto particolare di fare i complimenti.

Li faceva per vie trasversali.

Questa sera volevano violentarti voleva dire, nel suo linguaggio, che era lui che, quella sera, avrebbe voluto violentarlo.

Bill gli sorrise, avvicinandosi al lavandino e sfiorandogli con un dito il dorso della mano bagnata. Tom seguì quel gesto con gli occhi, senza spostarsi di un millimetro dal suo posto.

Qualcuno avrebbe potuto vederli, sarebbe potuto entrare, ma…

Bill sospirò, facendo un passo indietro come se gli costasse un’immensa fatica. E una po’ era così. Un po’ tanto.

Perché il suo posto – il posto che sognava di avere, il posto che anche suo fratello desiderava – sarebbe stato proprio appiccicato a lui. Al suo fianco. In modo da non poterlo perdere mai, neppure per un secondo, anche durante il giorno, anche quando il tempo non era dalla loro parte.

Perché il sole era un immenso stronzo, un po’ come il mondo.

Il sole, cioè, non aveva mai la gentilezza di lasciarli in pace. Sempre a rompere le palle per metà della giornata. Sempre.

E a loro non rimaneva che l’altra parte. Ma sempre e solo metà.

E metà, lo sapevano entrambi, non era abbastanza quando volevi essere solo uno.

 

Ore 1.05

Stavano andando in albergo.

Georg si stava già portando avanti. Stava, cioè, già dormendo alla grande, con la testa reclinata all’indietro e la bocca leggermente socchiusa. E Tom sperò che non iniziasse a russare, perché altrimenti non si sarebbe più trattenuto e avrebbe iniziato a ridere.

Bill era appoggiato con la testa contro il finestrino e guardava fuori, lo scorrere delle luci e della strada. Ogni tanto un lampione riusciva a illuminargli il volto e allora Tom riusciva a scorgere il suo profilo, sotto l’ammasso di capelli neri.

Sorrise, sentendo già un altro tipo di emozione, distante eppure parente dell’adrenalina, farsi strada dentro di lui. Si stava eccitando solo al pensiero della camera dall’albergo. E no, non perché fosse un adolescente arrapato e sessuomane, come a tante piaceva credere. Ma perché c’erano cose a cui non sapeva resistere, ecco.

Era un po’ come i dolci. A qualcuno piaceva la Sacher, ad altri lo Strüdel. A lui, per contro, piaceva il sesso e piaceva Bill.

… e se Bill avesse anche solo ipotizzato il fatto che avesse messo prima il sesso e poi lui, poco ma sicuro, lo avrebbe prima insultato e poi ragionevolmente picchiato con una di quelle sue mani da diva.

Ok. Amava Bill e gli piaceva il sesso, probabilmente era questa l’asserzione più esatta.

Amava Bill, gli piaceva il sesso, era notte e avrebbero dormito in un hotel.

O, molto più probabilmente, non avrebbero dormito affatto.

Tom strinse forte con la mano la presa sui suoi jeans, continuando ad osservare Bill. E ringraziò mentalmente i pantaloni larghi. In quel momento, come in molte altre volte, si stavano di nuovo rivelando utili.

Tom sentì il tessuto denim venire a contatto con la sua mano. Era una sensazione ruvida, che contrastava con l’idea che aveva di Bill. Bill era sempre morbido, lo era la sua pelle – e già riusciva a sentirla – e lo era dentro. Dentro, forse, era camuffato, perché sapeva essere anche abbastanza irritante, ma lo era. Bastava togliere quel velo pesante che copriva il tutto. Bastava conoscerlo.

Bastava non lasciarsi impressionare da due occhi truccati e da dei capelli improponibili. E sfiorarlo un po’ più a fondo, un po’ più dentro, in profondità.

Tom fece scorrere la mano lungo la gamba. Su e giù. Per distrarsi e non pensare, forse.

O per pensare ancora di più e già sentire sotto la pelle un altro tipo di consistenza.

Bill.

 

Ore 1.15

Che cretino…”

“Fallo, per favore…” la voce di Tom era bassa e roca. Amava prendersi cura di Bill, generalmente. Amava spogliarlo e coccolarlo e farlo sentire bene, farlo sentire a proprio agio tra le sue braccia.

E sentirlo, soprattutto sentirlo sotto le dita, sotto i palmi delle sue mani, sotto i polpastrelli. Amava sentire la sua pelle tendersi al contatto con la propria, modellarsi in base ai suoi desideri, seguendo una volontà che era l’ennesima prova di essere accomunati.

Ma quella volta… quella volta voleva guardarlo un po’. Solo guardarlo.

Per poi, ovviamente, prendersi ancora più cura di lui.

Spogliati per me.

Gliel’aveva detto con un sorriso, ma lo voleva veramente, non era uno scherzo, proprio per niente. E Bill l’aveva capito.

Suo fratello mise il broncio, abbassando leggermente gli occhi.

“Per favore…” ripetè Tom, come se ce ne fosse bisogno. Come se già non sapesse che Bill avrebbe comunque esaudito quel suo piccolo desiderio, perché Bill amava accontentarlo di tanto in tanto. E amava sentirsi importante.

E sì. Anche essere supplicato, rientrava nella lista delle cose adorabili.

Bill era Bill. Con tutto quello che ciò comportava.

Suo fratello afferrò i lembi inferiori della maglietta con le mani e la strattonò verso l’alto, mettendo in risalto immediatamente la stella che aveva tatuata sul bacino.

Le sue mani lasciarono cadere la maglietta a terra. Tom seguì quel movimento con gli occhi, perdendosi a soppesare con curata lentezza la linea di quella mano che stringeva ora i lembi della maglietta, ora il nulla.

Tom sospirò, portando i suoi occhi di nuovo sul viso di Bill, che stava sorridendo imbarazzato. Le gote erano leggermente arrossate e Tom sapeva che suo fratello stava morendo d’imbarazzo. Glielo leggeva negli occhi e nei gesti. Ma sapeva anche che non si sarebbe tirato indietro.

Non era da lui.

Bill si chinò leggermente, nel tentativo di togliersi una scarpa, senza smettere di guardarlo. Tentativo che si concluse in un fiasco completo, quando per poco non si ritrovò disteso a terra.

Tom non riuscì a trattenere del tutto una risata. E suo fratello gli lanciò un’occhiata risentita. Sì, forse avrebbe dovuto trattenersi, ma…

“Fa niente.”

Bill imbronciò le labbra, cercando di nascondere con i capelli il rossore che stava aumentando sulle sue guance.

Si sentiva piccolo, stupido e goffo. Però Tom riusciva sempre a farlo sentire bene. Riusciva a farlo sentire importante. Lui che importante non si era mai sentito veramente. Importante e speciale e unico. E amato. Amato talmente tanto da dimenticare, o ridere, scherzare con lui – e non di lui, non deriderlo, non prenderlo di mira - sulle sue manie. O sul fatto che a volte fosse semplicemente negato per certe cose.

Come quella.

Tom…” si lamentò.

Tom non rispose si limitò a guardarlo fisso negli occhi, per poi farli scorrere su di lui, lungo il suo petto, le sue braccia, le sue mani e le sue dita, e approdare ai fianchi, e alla stella che si intravedeva dall’elastico dei boxer. E far scorrere di nuovo, in un’altra direzione, inversa, obliqua, speculare, lo sguardo. Farlo scorrere come una sfera, senza mai fermarla, senza mai sentirsi sazio e completo di tutto quello, perché avrebbe comunque desiderato ancora e di nuovo tutto ciò che aveva davanti.

Bill.

Bill goffo e impacciato. Ma anche quello che riusciva a farlo sentire vivo. Ed era solo una stronzata romantica che forse aveva letto in qualche libro di scuola – quando ancora, a scuola, ci metteva piede -, ma era la verità.

Era vivo e respirava.

E poteva vedere e sentire Bill.

E poteva vederlo e sentirlo su di sé.

Bill sospirò, abbassando lo sguardo e riuscendo a sfilarsi la prima scarpa. Le sue mani erano veloci e frenetiche, più caratterizzate da un po’ di ansia e imbarazzo per ciò che stava facendo, che non per il voler concludere tutto quello.

Quando anche la seconda scarpa e i calzini raggiunsero il pavimento, Bill si riportò in posizione eretta. Vincendo la voglia di nascondersi almeno in parte sotto le coperte, mise le mani sui fianchi, iniziando a tamburellare con le dita sulla pelle nuda. Osservando come gli occhi di Tom si erano portati proprio lì. Dove le sue mani giacevano in attesa di essere di nuovo mosse. Di essere messe di nuovo all’opera da un proprietario che ormai non riusciva più nemmeno a ragionare.

Si morsicò il labbro inferiore con i denti, quando, con un sospiro, prese a slacciare la fibbia della cintura con lentezza.

Lui stava un po’ morendo e un po’ giocando, come se la vita fosse effettivamente un gioco, nell’atteggiarsi in quel modo. Non era sexy e non si sentiva tale. E tutti sapevano che gli atteggiamenti da passerella erano solo la maschera scenica relegata al momento opportuno.

Se fosse stato così sicuro di sé non avrebbe avuto bisogno di rifugiarsi sotto tutto quel trucco.

Ma gli altri non vedevano.

Tom sì.

Tom vedeva ed osservava e intrappolava ogni singolo gesto, fremito, o percezione confusa delle sue mani. Mani che avevano slacciato i jeans. Mani che li avevano spinti giù, oltre i fianchi. Mani che li avevano accompagnati fino a terra, sul pavimento.

E poi… e poi, semplicemente, Tom lo attirò a sé, utilizzando la sua, di mano. Lo sfiorò lungo il fianco e lo costrinse a sedersi sul letto accanto a lui. Bill non faceva che guardarlo negli occhi, perdendosi all’interno di quelle sfumature, cercando di ritrovare una strada di ritorno che, sapeva, solo Tom avrebbe saputo indicargli.

Tom si sporse per baciarlo e Bill gli sorrise, mentre portava le mani sulla sua schiena e prendeva ad accarezzarlo in un gesto lento e tranquillo e scontato.

Come loro due.

Loro due che non avevano altro modo o luogo o tempo se non qualche ora durante la notte.

Il loro tempo.

Perché non ce ne sarebbe stato altro. Non poteva essere loro il giorno, pieno di luce e di persone e di frenesia e di sguardi nascosti da un paio di lenti scure. Perché tutti potrebbero vedere e non si sa mai.

In un hotel.

Il loro luogo.

Perché non ce ne sarebbe stato altro. Non poteva essere loro il tourbus, affollato e stretto e piccolo e pieno. Pieno zeppo di gente e persone e giudizi che potevano investirli.

Non sarebbe mai stato loro il loft. Con gli occhi di Georg e Gustav che vagavano per le stanze. Perché era anche casa loro.

Non sarebbe mai stata loro neppure la loro camera a Loitsche. Perché c’era mamma e Gordon, e una paura ancora più grande, ancora più feroce, di essere scoperti.

Tutto ciò che apparteneva a loro era qualcosa che nessuno avrebbe dovuto sapere.

Qualcosa che era sbagliato, totalmente, e disgustoso. Qualcosa che faceva schifo e ribrezzo solo ad immaginarlo. Agli altri.

A loro no. A loro era sempre andato piuttosto bene.

Loro non ci trovavano niente di sbagliato o disgustoso. Era qualcosa che c’era, tra di loro, e che non potevano e non volevano cambiare. Era qualcosa che doveva essere nascosto, perché gli altri ci sarebbero rimasti male. Gli altri avrebbero potuto soffrire nel vedere qualcosa che non sarebbero riusciti a capire.

Loro no.

E quindi si erano creati uno spazio e un tempo in cui poter condividere tutto. Da uno sguardo ad una carezza ad un bacio, a qualcosa di più.

I loro giorni erano sempre tutti uguali. L’alba era la presa di coscienza che non poteva esistere un qualcosa come il loro nel mondo reale.

La notte era la presa di coscienza che, forse, avrebbero comunque potuto coltivarlo. Nel loro mondo.

E Tom pensò che, fino a quando ci sarebbero state le notti – i loro tempi – e gli hotel – i loro luoghi -, a lui sarebbe andato bene.

Accarezzò i capelli corvini di Bill e si lasciò stendere sul letto.

E poi, spense la luce.

Il loro tempo aveva inizio. E la storia si sarebbe fermata per quel pugno di ore che erano loro concesse. Poi, avrebbero ripreso a lottare contro la luce.

Ma, almeno per il momento, Tom non se ne preoccupò.

Aveva Bill sotto le sue mani e un letto in cui dormire e la notte a proteggerli.

Non aveva bisogno di nient’altro.

 

FINE

 

****

Note dell’autrice: Uhm, okshot scritta sostanzialmente per due (anzi, tre) ragioni. La prima è la scena finale: avevo in mente quest’immagine di Bill che, cercando di mostrarsi sensuale e improvvisando una sorta di spogliarello per Tom, inciampava nelle sue scarpe. Semplicemente, dovevo scriverla. Lo capite anche voi, no? XD

Secondo motivo: la mia ossessione per le mani dei gemelli. Sia quelle di Bill sia quelle di Tom. Sono assolutamente stupende, poco da fare (e tralasciamo il fatto che io, quando le commento, penso sempre alle mani di Tom come a delle perfette mani maschili… e a quelle di Bill come a delle perfette mani femminili XD), e poi adoro i piccoli gesti. Perché, come dice Ary, i piccoli gesti sono molto più importanti di quelli eclatanti. E io amo scrivere di queste cose ç_ç

Terzo motivo: il concorso sul forum dell’EFP XD. Io ODIO i concorsi. O meglio, odio parteciparvi. Se lo fatto è… non lo so. Credo perché avevo comunque già idea di scrivere una shot di questo tipo, quindi ho cercato di prendere due piccioni con una fava. (E poi, voglio dire, ana e liz tifano per me XD Non è già questo un buon motivo? – e per inciso io tifo per liz, perché la sua Favola Storta è bellissima ç_ç -)

Bene, spero che vi sia piaciuta questa shottina *.*

PS: nota sul titolo. Perché, se la shot è stata facile, il titolo è stato un incubo ._. Ha avuto almeno 4-5 titoli diversi, giuro. Poi alla fine è arrivato come al solito con un’illuminazione (XD pessima battuta) e io l’ho accettato con gioia.

EDIT: Pubblicata un numero spropositato di tempo dopo averla scritta. Non avete seriamente idea di quando l’ho finita, ve lo assicuro ._. Sono secoli che aspetta il suo momento, poverina ç_ç