TURN OFF THE SUN
Disclaimer: Bill, Tom e i
Tokio Hotel non mi appartengono in nessun modo e non hanno mai fatto
nulla di quanto accade in questa storia. Io, ovviamente, non ci guadagno una
lira da tutto questo.
Capitolo Unico
Meine Hand von Anfang
an über Dir
(Heilig – Tokio Hotel)
Un giorno o l’altro.
Ore 3.40
Certi
gesti, ormai, erano un qualcosa di talmente automatico che quasi non si rendeva
conto di compierli. Le sue mani agivano in base ad un istinto che era ormai
iscritto nel suo corpo, come in quello di tutti gli altri tre.
Non pensare, non serve.
Ed
era vero. Per certe cose, non serviva un cervello, serviva
solo un movimento, lento veloce lento veloce.
Come in
quel momento.
Stava
rifacendo la valigia. Un’altra volta, l’ennesima.
All’inizio – quando tutto era cominciato, secoli prima,
e in realtà erano solo tre anni - tutti loro si divertivano a contare il numero
delle volte che succedeva in una settimana. Le settimane, poi, erano diventate
mesi. I mesi si erano allungati in anni. E con gli
anni ormai perdevi il conto. Ormai erano tre, quasi tre. E diventavano effettivamente un po’ troppi per poter
permettere il conteggio del rifacimento di una valigia.
Si portò
dietro l’orecchio una ciocca di capelli, cercando con
l’altra mano di richiudere il beauty senza far fuoriuscire niente da esso.
Tutto
automatico.
Come il piegare le magliette, far scorrere le dita sulle pieghe del
tessuto fino a lisciarlo completamente, impilarle prima sul letto e solo dopo adagiarle nel trolley.
O come il raccogliere con perizia ogni collana, braccialetto e anello
disperso nella camera e nel bagno, aprire ogni cassetto controllando che tutto
sia vuoto, completamente vuoto, in modo da non dimenticare nulla in quell’anonima camera da letto di un hotel qualsiasi.
Era tutto
automatico.
La sua vita
spesso si riduceva a gesti meccanici, che, nonostante fosse orribile da dire – o
pensare -, significavano proprio poco, ormai.
Era tutto
automatico.
O
quasi.
Certe
cose, certi gesti, certi movimenti, come il ricercare
la sua mano in un momento di distrazione,
come lo sfiorare la sua maglietta con
le dita, mentre gli altri non guardavano, per quanto fossero semplici, non
sarebbero mai stati banali.
Proprio
mai.
Bill
arricciò leggermente le labbra e fece scattare anche l’ultima chiusura del suo trolley rosso.
Si guardò
in giro, con le braccia incrociate e gli occhi vigili.
Non aveva
dimenticato nulla. Ma, per sicurezza, e per automaticità,
decise che avrebbe ricontrollato.
Non si
poteva mai sapere.
Ore 5.58
Aveva una
gran voglia di prendergli la mano e di stringergliela.
Tom
aveva lo sguardo perso delle grandi occasioni. Lo sguardo da terrorizzato a
morte, ma troppo figo per ammetterlo.
“Stai
tranquillo.”
Tom
gli rivolse un’occhiata esasperata. E Bill non poté fare a meno di sorridere leggermente,
divertito. In fondo era anche
divertente. Di certo non lo avrebbe rivelato a Tom,
non era così stupido, ma aveva un che di comico osservare il grande
chitarrista dei Tokio Hotel annientato da un volo in aereo.
Era
comico e buffo, guardarlo corrugare le sopracciglia e perdersi ad osservare fuori dal finestrino.
Era anche
dolce.
Bill
aveva una gran voglia di prendergli la mano e di stringerla forte. Ne aveva una voglia immensa, perché sapeva che anche Tom lo desiderava. Ma Tom era Tom e non gliel’avrebbe
mai confessato, molto probabilmente.
Non era
importante, comunque. Lui lo sapeva in ogni caso.
Non era
sicuro di poter rischiare un gesto tanto intimo in un luogo pubblico, comunque.
Georg
e Gustav erano seduti al di là del
sedile, impegnati rispettivamente a leggere una rivista – e Bill
non voleva realmente sapere di che genere fosse – e ascoltare musica con le
cuffiette. Il resto dell’aereo era assorto in un rigoroso silenzio, rotto
soltanto da qualche timido cenno di conversazione.
Poca
roba.
Di sicuro
nessuno stava prestando particolare attenzione a loro due.
Bill
fece scivolare la mano tra i due sedili, venendo a contatto con la stoffa dei jeans di suo fratello. La mano di Tom
era lì, a qualche centimetro, posta sul suo ginocchio.
Lanciò
nuovamente un’occhiata al resto dei passeggeri e sospirò. Fece scorrere le sue
dita sui pantaloni e arrivò alla mano di suo fratello. Tom
si irrigidì immediatamente, girando lentamente il capo
nella sua direzione.
“Bill…” Aveva un’inclinazione strana. Una via di mezzo tra
un ammonimento e un ringraziamento.
Bill
gli fece un mezzo sorriso, prima di appoggiare il capo contro il poggiatesta. Socchiuse gli occhi, aumentando la stretta attorno alle dita di suo
fratello.
“Stai
tranquillo.” Gli rispose chiudendo definitivamente gli occhi.
Tom
si chiese a cos’era riferita quella frase. Se all’aereo o alla sua mano intrecciata nella propria. Ma decise che non gli importava.
Beh,
dell’aereo era difficile dimenticarsi. Ma per quanto
riguardava la mano…
Tom
sospirò. Ricambiò la presa attorno alle sue dita e tornò a guardare fuori dal finestrino. Almeno adesso aveva abbastanza
coraggio da permettersi di respirare.
I voli in
aereo erano sempre un inferno. Sempre.
Ma con Bill molto meno, di quello era
sicuro.
Ore 16.20
Sentiva
le corde tendersi sotto le dita. Le sentiva, nonostante i suoi polpastrelli non
fossero più particolarmente sensibili a tutto quello, proprio a causa delle
corde della chitarra. Ma continuava a percepirle, a
sfiorarle e a valutarle sotto la sua pelle.
L’altra
sua mano, la destra, stringeva il plettro tra le dita, muovendosi seguendo il
ritmo che An deiner Seite imponeva.
Non era
mai qualcosa di piacevole per tutti loro fare il soundcheck.
Ma, proprio come tutti loro, sapeva che era qualcosa
di necessario. Per questo si sforzava di trovare dei lati positivi.
Si
concentrava sulla chitarra cioè, si concentrava sulle
corde, sui suoni, sulle luci. Erano tutte cose a cui non faceva
caso durante i concerti. Lì l’adrenalina era veramente troppa e non
poteva rischiare di distrarsi: un errore voleva dire possibilità di sbagliare
per tutti quanti, ed era proprio l’ultimo desiderio della sua lista.
Ma in
quel momento, con il palazzetto vuoto, e solo loro
quattro più qualche tecnico sul palco, poteva anche concederselo.
Poteva
gustarsi la sensazione della chitarra tra le sue mani.
Poteva
sorridere per Georg che aveva
miracolosamente scampato una caduta clamorosa a causa di un cavo posto
per terra.
Poteva
seguire il ritmo della batteria di Gustav con la
testa.
E
poteva assorbirsi lui. Poteva
lanciargli un’occhiata un po’ più lunga del solito. Poteva soffermarsi sulle
sue labbra, mentre si muovevano scandendo le parole della canzone nel
microfono. Poteva scivolare lungo le sue mani e le sue
dita. Lungo il suo viso, il collo, le spalle.
Poteva
perdere qualche istante per ripassare le sue linee essenziali, ecco.
Ripassarle, ovviamente. Perché
di certo no, non le avrebbe mai potute dimenticare. Ma era sempre qualcosa di estremamente piacevole fargli scivolare addosso lo sguardo,
come se fosse un vestito, fatto su misura per lui.
Perché
lui, lo sapeva, era fatto proprio su misura per Bill.
Erano
nati insieme apposta. Proprio apposta.
Per non
potersi perdere. Per non potersi proprio dimenticare.
Ore 23.25
La sensazione
del dopo concerto era sempre qualcosa che faticava ad andarsene. Faticava
perché l’adrenalina era una droga micidiale e lui ne era
totalmente dipendente. Ne aveva bisogno, in un modo
disperato e incontrollabile.
Doveva
essere sua.
C’era
anche un’altra droga che gli creava una dipendenza non indifferente. Era una
droga ancora più subdola e, per questo, affascinante. Era un qualcosa che gli
inebriava il cervello, gli sfocava la vista e gli riempiva il cuore, glielo
faceva pompare a mille, e anche di più, gli riempiva i polmoni d’aria e glieli
svuotava l’attimo dopo, gli faceva tremare le gambe, le ginocchia, le mani, e
lo faceva sentire l’uomo più forte della terra.
Tom.
Piegò di
lato il collo, per riuscire ad osservarlo senza farsi troppo notare. Suo
fratello si stava dirigendo in bagno, con quel suo passo ciondolante per cui veniva preso costantemente in giro. Per cui, soprattutto, si prendeva in giro da solo.
Forse…
… forse
poteva fare una capatina al bagno anche lui. Veloce. Velocissima.
Dio, ne aveva bisogno. Aveva bisogno di qualche secondo con Tom, da solo. Da soli.
Sorrise
distrattamente a David e poi, senza dire una parola, si infilò
nel bagno. L’adrenalina gli regalava una sensazione difficilmente descrivibile.
Tom,
per contro, era impossibile da ridurre a qualche parola.
Si stava
lavando le mani, ma non appena lo intravide dallo specchio lasciò
perdere il tutto per girarsi verso di lui.
Era
strano ed era bellissimo. Lo riempiva dentro, totalmente.
Così come
lui non faceva che ricercarlo, sempre, proprio sempre, anche Tom non riusciva a perderlo di vista per troppo tempo. Si
attiravano completamente.
Bill
sapeva perfettamente che aveva sempre gli occhi di Tom
addosso durante il giorno. Lo sapeva perché i suoi erano su suo fratello.
Dovevano
accontentarsi degli occhi. La luce, che fosse dei riflettori,
del sole, del tourbus, non era per loro. Non avevano
molta scelta, dovevano accontentarsi di ciò che la vita gli aveva dato.
Un grande
amore e una grande ombra.
A loro, comunque, andava bene così.
Se la
luce non era per loro, c’era comunque la notte. E la notte no, nessuno gliel’avrebbe portata via. Proprio
nessuno.
“Questa
sera volevano violentarti.”
Tom
aveva un modo molto particolare di fare i complimenti.
Li faceva
per vie trasversali.
Questa sera volevano violentarti voleva
dire, nel suo linguaggio, che era lui che,
quella sera, avrebbe voluto violentarlo.
Bill gli sorrise, avvicinandosi al lavandino e sfiorandogli con
un dito il dorso della mano bagnata. Tom seguì quel
gesto con gli occhi, senza spostarsi di un millimetro dal suo posto.
Qualcuno avrebbe potuto vederli, sarebbe potuto entrare, ma…
Bill
sospirò, facendo un passo indietro come se gli costasse un’immensa fatica. E una po’ era così. Un po’ tanto.
Perché
il suo posto – il posto che sognava di avere, il posto che anche suo fratello
desiderava – sarebbe stato proprio appiccicato a lui. Al suo fianco. In modo da non poterlo perdere mai, neppure per un secondo, anche
durante il giorno, anche quando il tempo non era dalla loro parte.
Perché il sole era un immenso stronzo, un
po’ come il mondo.
Il sole, cioè, non aveva mai la gentilezza di lasciarli in pace.
Sempre a rompere le palle per metà della giornata. Sempre.
E a
loro non rimaneva che l’altra parte. Ma sempre e solo
metà.
E metà,
lo sapevano entrambi, non era abbastanza quando volevi
essere solo uno.
Ore 1.05
Stavano
andando in albergo.
Georg
si stava già portando avanti. Stava, cioè, già
dormendo alla grande, con la testa reclinata all’indietro e la bocca leggermente
socchiusa. E Tom sperò che
non iniziasse a russare, perché altrimenti non si sarebbe più trattenuto e
avrebbe iniziato a ridere.
Bill
era appoggiato con la testa contro il finestrino e guardava fuori, lo scorrere
delle luci e della strada. Ogni tanto un lampione riusciva a
illuminargli il volto e allora Tom riusciva a
scorgere il suo profilo, sotto l’ammasso di capelli neri.
Sorrise,
sentendo già un altro tipo di emozione, distante
eppure parente dell’adrenalina, farsi strada dentro di lui. Si stava eccitando
solo al pensiero della camera dall’albergo. E no, non perché
fosse un adolescente arrapato e sessuomane, come a
tante piaceva credere. Ma perché c’erano cose a cui
non sapeva resistere, ecco.
Era un
po’ come i dolci. A qualcuno piaceva
… e se Bill avesse anche solo ipotizzato il
fatto che avesse messo prima il sesso e poi lui, poco ma sicuro, lo
avrebbe prima insultato e poi ragionevolmente picchiato con una di quelle sue
mani da diva.
Ok.
Amava Bill e gli piaceva il sesso, probabilmente era
questa l’asserzione più esatta.
Amava Bill, gli piaceva il sesso, era notte e avrebbero
dormito in un hotel.
O, molto
più probabilmente, non avrebbero dormito affatto.
Tom
strinse forte con la mano la presa sui suoi jeans,
continuando ad osservare Bill. E
ringraziò mentalmente i pantaloni larghi. In quel momento, come in molte altre
volte, si stavano di nuovo rivelando utili.
Tom
sentì il tessuto denim venire a contatto con la sua
mano. Era una sensazione ruvida, che contrastava con l’idea che aveva di Bill. Bill era sempre morbido, lo
era la sua pelle – e già riusciva a sentirla – e lo era dentro. Dentro, forse,
era camuffato, perché sapeva essere anche abbastanza irritante, ma lo era.
Bastava togliere quel velo pesante che copriva il tutto. Bastava conoscerlo.
Bastava
non lasciarsi impressionare da due occhi truccati e da dei capelli
improponibili. E sfiorarlo un po’ più a fondo, un po’ più
dentro, in profondità.
Tom fece
scorrere la mano lungo la gamba. Su e giù. Per distrarsi e non pensare, forse.
O per pensare ancora di più e già sentire sotto la pelle un altro tipo
di consistenza.
Bill.
Ore 1.15
“Che cretino…”
“Fallo,
per favore…” la voce di Tom era bassa e roca. Amava
prendersi cura di Bill, generalmente. Amava
spogliarlo e coccolarlo e farlo sentire bene, farlo
sentire a proprio agio tra le sue braccia.
E sentirlo, soprattutto sentirlo sotto le dita, sotto i palmi delle
sue mani, sotto i polpastrelli. Amava sentire la sua pelle tendersi al contatto con la
propria, modellarsi in base ai suoi desideri, seguendo una volontà che era
l’ennesima prova di essere accomunati.
Ma
quella volta… quella volta voleva guardarlo un po’. Solo guardarlo.
Per poi,
ovviamente, prendersi ancora più cura di lui.
Spogliati per me.
Gliel’aveva
detto con un sorriso, ma lo voleva veramente, non era uno scherzo, proprio per
niente. E Bill l’aveva
capito.
Suo
fratello mise il broncio, abbassando leggermente gli occhi.
“Per
favore…” ripetè Tom, come
se ce ne fosse bisogno. Come se già non sapesse che Bill
avrebbe comunque esaudito quel suo piccolo desiderio,
perché Bill amava accontentarlo di tanto in tanto. E amava sentirsi importante.
E sì.
Anche essere supplicato, rientrava nella lista delle
cose adorabili.
Bill
era Bill. Con tutto quello che ciò comportava.
Suo
fratello afferrò i lembi inferiori della maglietta con le mani e la strattonò
verso l’alto, mettendo in risalto immediatamente la stella che aveva tatuata sul bacino.
Le sue
mani lasciarono cadere la maglietta a terra. Tom
seguì quel movimento con gli occhi, perdendosi a soppesare con curata lentezza
la linea di quella mano che stringeva ora i lembi della maglietta, ora il
nulla.
Tom
sospirò, portando i suoi occhi di nuovo sul viso di Bill,
che stava sorridendo imbarazzato. Le gote erano leggermente arrossate e Tom sapeva che suo fratello stava morendo d’imbarazzo.
Glielo leggeva negli occhi e nei gesti. Ma sapeva
anche che non si sarebbe tirato indietro.
Non era
da lui.
Bill
si chinò leggermente, nel tentativo di togliersi una scarpa, senza smettere di
guardarlo. Tentativo che si concluse in un fiasco
completo, quando per poco non si ritrovò disteso a terra.
Tom
non riuscì a trattenere del tutto una risata. E suo fratello gli lanciò un’occhiata risentita. Sì, forse
avrebbe dovuto trattenersi, ma…
“Fa
niente.”
Bill imbronciò le labbra, cercando di nascondere con i capelli il
rossore che stava aumentando sulle sue guance.
Si
sentiva piccolo, stupido e goffo. Però Tom riusciva sempre a farlo sentire bene. Riusciva a farlo
sentire importante. Lui che importante non si era mai sentito
veramente. Importante e speciale e unico. E
amato. Amato talmente tanto da dimenticare, o ridere,
scherzare con lui – e non di lui, non deriderlo, non prenderlo di mira - sulle
sue manie. O sul fatto che a volte fosse semplicemente
negato per certe cose.
Come
quella.
“Tom…” si lamentò.
Tom
non rispose si limitò a guardarlo fisso negli occhi, per poi farli scorrere su
di lui, lungo il suo petto, le sue braccia, le sue mani e le sue dita, e
approdare ai fianchi, e alla stella che si intravedeva
dall’elastico dei boxer. E far scorrere di nuovo, in un’altra
direzione, inversa, obliqua, speculare, lo sguardo. Farlo scorrere come
una sfera, senza mai fermarla, senza mai sentirsi sazio e completo di tutto
quello, perché avrebbe comunque desiderato ancora e di
nuovo tutto ciò che aveva davanti.
Bill.
Bill
goffo e impacciato. Ma anche quello che riusciva a farlo
sentire vivo. Ed era solo una stronzata romantica
che forse aveva letto in qualche libro di scuola – quando
ancora, a scuola, ci metteva piede -, ma era la verità.
Era vivo
e respirava.
E
poteva vedere e sentire Bill.
E
poteva vederlo e sentirlo su di sé.
Bill
sospirò, abbassando lo sguardo e riuscendo a sfilarsi la prima scarpa. Le sue
mani erano veloci e frenetiche, più caratterizzate da un po’ di
ansia e imbarazzo per ciò che stava facendo, che non per il voler
concludere tutto quello.
Quando
anche la seconda scarpa e i calzini raggiunsero il pavimento, Bill si riportò in posizione eretta. Vincendo la voglia di
nascondersi almeno in parte sotto le coperte, mise le mani sui fianchi,
iniziando a tamburellare con le dita sulla pelle nuda. Osservando come gli
occhi di Tom si erano portati proprio lì. Dove le sue
mani giacevano in attesa di essere di nuovo mosse. Di essere messe di nuovo all’opera da un proprietario che ormai non
riusciva più nemmeno a ragionare.
Si
morsicò il labbro inferiore con i denti, quando, con un sospiro, prese a
slacciare la fibbia della cintura con lentezza.
Lui stava
un po’ morendo e un po’ giocando, come se la vita fosse effettivamente un
gioco, nell’atteggiarsi in quel modo. Non era sexy e
non si sentiva tale. E tutti sapevano che gli
atteggiamenti da passerella erano solo la maschera scenica relegata al momento
opportuno.
Se fosse
stato così sicuro di sé non avrebbe avuto bisogno di
rifugiarsi sotto tutto quel trucco.
Ma
gli altri non vedevano.
Tom
sì.
Tom
vedeva ed osservava e intrappolava ogni singolo gesto, fremito, o percezione
confusa delle sue mani. Mani che avevano slacciato i
jeans. Mani che li avevano spinti giù, oltre i fianchi.
Mani che li avevano accompagnati fino a terra, sul pavimento.
E
poi… e poi, semplicemente, Tom lo attirò a sé,
utilizzando la sua, di mano. Lo sfiorò lungo il fianco e lo costrinse a sedersi
sul letto accanto a lui. Bill non faceva che
guardarlo negli occhi, perdendosi all’interno di quelle sfumature, cercando di
ritrovare una strada di ritorno che, sapeva, solo Tom
avrebbe saputo indicargli.
Tom
si sporse per baciarlo e Bill gli
sorrise, mentre portava le mani sulla sua schiena e prendeva ad
accarezzarlo in un gesto lento e tranquillo e scontato.
Come loro
due.
Loro due che non avevano altro modo o luogo o tempo se non qualche ora
durante la notte.
Il loro
tempo.
Perché non ce ne sarebbe stato altro. Non poteva essere loro il
giorno, pieno di luce e di persone e di frenesia e di sguardi nascosti da un
paio di lenti scure. Perché tutti potrebbero vedere e non si sa
mai.
In un hotel.
Il loro
luogo.
Perché non ce ne sarebbe stato altro. Non poteva essere loro il tourbus, affollato e stretto e piccolo e pieno. Pieno zeppo
di gente e persone e giudizi che potevano investirli.
Non
sarebbe mai stato loro il loft. Con
gli occhi di Georg e Gustav
che vagavano per le stanze. Perché era anche casa loro.
Non
sarebbe mai stata loro neppure la loro camera a Loitsche. Perché c’era mamma e Gordon, e una paura ancora più grande, ancora più feroce,
di essere scoperti.
Tutto ciò
che apparteneva a loro era qualcosa che nessuno avrebbe dovuto sapere.
Qualcosa che era sbagliato, totalmente, e disgustoso. Qualcosa che
faceva schifo e ribrezzo solo ad immaginarlo. Agli altri.
A loro no. A loro era sempre andato piuttosto bene.
Loro non
ci trovavano niente di sbagliato o disgustoso. Era qualcosa che c’era, tra di loro, e che non potevano e non volevano cambiare. Era
qualcosa che doveva essere nascosto, perché gli
altri ci sarebbero rimasti male. Gli altri avrebbero potuto soffrire nel
vedere qualcosa che non sarebbero riusciti a capire.
Loro no.
E
quindi si erano creati uno spazio e un tempo in cui poter condividere tutto. Da uno sguardo ad una carezza ad un bacio, a qualcosa di più.
I loro
giorni erano sempre tutti uguali. L’alba era la presa di coscienza
che non poteva esistere un qualcosa come il loro nel mondo reale.
La notte
era la presa di coscienza che, forse, avrebbero
comunque potuto coltivarlo. Nel loro mondo.
E Tom pensò che, fino a quando ci sarebbero state le notti – i loro tempi – e gli hotel – i loro luoghi -, a lui sarebbe andato
bene.
Accarezzò
i capelli corvini di Bill e si lasciò stendere sul
letto.
E
poi, spense la luce.
Il loro
tempo aveva inizio. E la storia si sarebbe fermata per quel pugno di ore che erano loro concesse. Poi, avrebbero ripreso a
lottare contro la luce.
Ma,
almeno per il momento, Tom non se ne preoccupò.
Aveva Bill sotto le sue mani e un letto in cui dormire e la notte
a proteggerli.
Non aveva
bisogno di nient’altro.
FINE
****
Note dell’autrice: Uhm, ok…
shot scritta sostanzialmente per due (anzi, tre)
ragioni. La
prima è la scena finale: avevo in mente quest’immagine
di Bill che, cercando di mostrarsi sensuale e
improvvisando una sorta di spogliarello per Tom,
inciampava nelle sue scarpe. Semplicemente, dovevo scriverla. Lo capite anche
voi, no? XD
Secondo
motivo: la mia ossessione per le mani dei gemelli. Sia quelle di Bill sia quelle di Tom. Sono
assolutamente stupende, poco da fare (e tralasciamo il fatto
che io, quando le commento, penso sempre alle mani di Tom come a delle perfette mani maschili… e a quelle di Bill come a delle perfette mani femminili XD), e poi adoro
i piccoli gesti. Perché, come dice Ary,
i piccoli gesti sono molto più importanti di quelli eclatanti. E io amo scrivere di queste cose ç_ç
Terzo
motivo: il concorso sul forum dell’EFP XD. Io ODIO i concorsi. O meglio, odio parteciparvi. Se lo
fatto è… non lo so. Credo perché avevo comunque già
idea di scrivere una shot di questo tipo, quindi ho
cercato di prendere due piccioni con una fava. (E poi,
voglio dire, ana e liz
tifano per me XD Non è già questo un buon motivo? – e per inciso io tifo per liz, perché la sua Favola
Storta è bellissima ç_ç -)
Bene,
spero che vi sia piaciuta questa shottina *.*
PS: nota
sul titolo. Perché, se la shot è stata facile, il
titolo è stato un incubo ._. Ha avuto almeno 4-5
titoli diversi, giuro. Poi alla fine è arrivato come al
solito con un’illuminazione (XD pessima battuta) e io l’ho accettato con gioia.
EDIT:
Pubblicata un numero spropositato di tempo dopo averla scritta. Non avete
seriamente idea di quando l’ho finita, ve lo assicuro
._. Sono secoli che aspetta il suo momento, poverina ç_ç