Verbrennen

 

Importante: Tutto quello che leggerete qui è frutto della mia (malata) fantasia. Niente di vero, quindi. Tom e Bill Kaulitz non sono miei e non fanno nulla di quanto qui descritto.

In questa storia è presente una forte componente TWINCEST, nulla di sconvolgente, non fanno cose sconce, ma siete avvisati. Se non vi piace, non leggete.

 

Dedicata a Lisachan: la dedica è dovuta perché se lei non scrivesse quelle perle sui gemellino, questa storia non esisterebbe. Spero che ti possa piacere anche solo un pochino.

 

 

CAPITOLO 1

 

Komm und rette mich,
Ich verbrenne innerlich.

(Rette michTokio Hotel)

 

****

 

Sorrise, guardando una ragazza particolarmente carina che era nella prima fila.

Le urla riempivano il palazzetto. Schrei si diffondeva nell’aria. E mancava veramente poco al piccolo show personale di suo fratello. Bill adorava quella canzone suonata dal vivo. Adorava sentire l’eccitazione a mille per la scelta della cantante. Adorava saltare come un pazzo con la fan di turno.

Adorava tutto dei concerti. Proprio come lui. Proprio come tutti.

Ancora qualche accordo.

Tra un po’ è il tuo momento, Bill. Sconvolgile…

Poi un rumore sordo. Un dolore alla spalla destra. Un dolore terribile. Non aveva mai –mai- provato qualcosa del genere. Durò un solo istante, ma fu sufficiente per mozzargli il respiro.

E come era venuto, il dolore sembrò scemare lentamente. Un attimo dopo era così lontano.

Si guardò in giro. E lo vide.

Un altro tipo di dolore lo attraversò questa volta.

Il cuore, i polmoni –dov’era l’aria? Dov’era?-, il mondo, tutto, si fermò.

Suo fratello era malamente disteso sul palco.

E quello non era uno show.

 

****

 

6 Ore prima

Bill era sdraiato per terra. Tom sapeva che adorava fare l’attore melodrammatico. Si aspettava la sua vocina lamentosa da un momento all’altro.

Bastaaaaaa

Eccola, pensò. Sorrise vedendo suo fratello minore che tentava di interrompere quella rottura.

David, dall’altra parte del palco sospirò frustrato. Far fare il sound check a quei quattro era un’agonia continua. Lo odiavano tutti.

Dai, abbiamo finito ormai. Non possiamo smettere? Non ne possiamo più”

David fulminò Gustav con un’occhiataccia. “Se il concerto verrà da schifo consideratevi responsabili”

Tom gli si avvicinò. “David, siamo sempre responsabili della riuscita dei nostri concerti… e poi, siamo i migliori. Andrà tutto benissimo.”

David Jost sollevò scettico un sopracciglio. “I migliori eh?”

Il ragazzo sfoderò uno dei suoi sorrisi migliori. “Contaci!”

L’uomo lanciò un’occhiata alla figura distesa sul palco. Figura che lo guardava con occhi imploranti. “E sia” mormorò alla fine.

Bill scattò in piedi all’istante. “Evvivaaaaa!”

 

****

 

Non sapeva se quelle storie fossero vere. Quelle storie che raccontavano le persone sopravvissute. Le storie di chi affermava che poco prima di morire si rivede tutta la propria vita.

Lui vedeva solo tante immagini confuse intorno a sé.

Tanti rumori. Ma non riusciva a distinguerne nessuno.

Solo un paio di occhi erano nitidi. I suoi stessi occhi.

Tom

Forse stava solo immaginando. O forse suo fratello era veramente lì, accanto a lui. Gli piaceva pensarlo.

In mezzo a tutti quei rumori, a quelle immagini sfocate, a quel dolore infernale…  sapere –o anche solo pensare- che Tom fosse lì era rassicurante.

Non era solo.

Non sapeva se quella potesse essere la morte. Davanti a sé non rivedeva tutta la sua vita. Ma solo flash del passato. Immagini che portava dentro di sé.

Non sapeva se quella potesse essere la morte. Però ci assomigliava.

 

****

 

4 Ore prima

Stavano ridendo come dei matti. Georg aveva quasi le convulsioni. Doveva tenersi lo stomaco per riuscire a non cadere per terra. Trovava comunque impossibile smettere di ridere.

Gustav, seduto su una sedia, cercava di farsi aria con una mano.

Tom aveva le lacrime agli occhi. Georg doveva piantarla di farlo ridere in quel modo.

Bill era un caso a parte. Non faceva altro che sorridere. E cantare. Non aveva bisogno di una battuta particolarmente divertente. Lui aveva il sorriso dipinto sul volto.

Mah...

Bill cercò di calmarsi respirando a fondo. E, soprattutto, evitando di pensare ai commenti che aveva fatto Georg poco prima. Prese ad osservare il soffitto, concentrandosi unicamente su di esso.

Ok. Forse poteva farcela. Sentiva che anche la risata di Georg stava diminuendo… Gustav  aveva solo il respiro leggermente pesante e Tom emetteva una risata tranquilla. Si stavano tutti calmando.

Respirò a fondo un’ultima volta. Era calmo. Era assolutamente calmissimo.

Distolse lo sguardo dal soffitto, non poi così interessante.

Gli bastò un’occhiata a suo fratello. I suoi stessi occhi. Bastò un secondo per ricominciare a ridere insieme a lui.

 

****

 

Du bist
Alles was ich bin
Und alles was durch meine Adern fließt

(In die NachtTokio Hotel)

 

****

 

Aveva letteralmente scaraventato via la sua chitarra. Non gli importava neppure sapere dove fosse finita. Che andasse al diavolo, lei e tutto il resto. Tutto, tranne lui. Non lui.

Dio, ti prego…

Nel momento in cui si inginocchiò di fianco a suo fratello gli occhi gli si riempirono di lacrime. Non se ne accorse neppure.

Tutto intorno a lui era avvolto in un vortice frenetico. Fatto di suoni, rumori, grida. Tutte le ragazze presenti in quel dannato palazzetto stavano urlando.

Fatele smettere. Fate silenzio!

Tom non riusciva ancora a capire cosa fosse successo. Ma aveva importanza?

Le lacrime presero a scorrergli sulle guance. Si ritrovò a singhiozzare disperatamente, mentre intorno a lui tutto continuava a muoversi.

I suoi occhi non facevano che osservare il volto sempre più pallido di Bill. E quella macchia di sangue non faceva che aumentare.

Aiutatelo… aiutatelo vi prego…

Perché nessuno faceva niente? Perché, dannazione? Dov’erano tutti?

Un altro singhiozzo. Ancora più forte.

Aiutatelo…

 

****

 

4 Mesi prima

L’aveva scoperto per caso. Era entrato a svegliarlo una mattina e l’aveva trovato così.

La cosa che più gli faceva male era che non aveva sospettato nulla. O almeno, non pensava che fosse qualcosa di così importante. Perché doveva essere qualcosa di grave, se suo fratello si era ridotto in quello stato.

L’aveva trovato semplicemente sconvolto. E addormentato come un bambino. Suo fratello riusciva a dormire per una giornata intera, senza mai sentire il bisogno di svegliarsi. Spesso si chiedeva se tutto ciò fosse anche solo minimamente umano.

Così, quando Peter Hoffmann gli aveva detto di andarlo a svegliare non aveva battuto ciglio. Sapeva che Bill era profondamente intollerante alla sveglia. Era abituato a svegliarlo.

Ma trovarlo così… no. Non rientrava nei suoi piani.

Aveva un’aria semplicemente distrutta. Indossava ancora i vestiti della sera prima. I suoi capelli erano una massa senza forma… e i suoi occhi… tutto l’ombretto,matita e quant’altro si trovavano sul cuscino e sulle guance arrossate.

Doveva aver pianto per molto, moltissimo tempo, per ridursi così.

E se Bill piangeva, significava solo una cosa. Aveva un problema.

Perché suo fratello poteva anche essere particolarmente sensibile, ma non piangeva per delle sciocchezze.

Eppure non gli aveva detto niente. Niente. A lui. Suo fratello.  

Sospirò. 

Si sedette sul bordo del letto. Per terra c’erano una quantità industriale di fogli di carta stropicciati. Probabilmente aveva cercato di scrivere una canzone… senza riuscirci.

Guardò il volto di Bill. Doveva svegliarlo. Anche se non avrebbe voluto. Magari l’avrebbe messo in imbarazzo. Se Bill non gli aveva raccontato nulla, significava che non voleva parlarne. Non con lui, almeno. E la sua parte egoistica sperò che non ne volesse parlare con nessuno e basta… perché se non poteva aiutarlo lui, chi altro avrebbe potuto?

Gli scostò una ciocca di capelli dagli occhi. “Bill” mormorò piano.

Suo fratello si rannicchiò ancora di più.

Prese a scuoterlo per una spalla. Doveva svegliarlo, altrimenti ci avrebbe pensato Peter e lui non voleva che qualcun altro trovasse Bill in quello stato.

Suo fratello aprì lentamente gli occhi.

Tom gli sorrise. “Ben tornato al mondo!”

Bill gli sorrise debolmente in risposta. “Ciao” mormorò. Si mise a sedere e solo allora sembrò ricordarsi di ciò che era accaduto la sera precedente. I fogli sparsi per terra, i vestiti ancora addosso… le lacrime. Tante, tantissime lacrime.

E Tom l’aveva svegliato. Tom l’aveva trovato in quello stato.

Si vergognò da morire.

Nascose il viso nelle mani e sospirò. Non voleva parlarne. Non voleva che Tom sapesse. Tom non avrebbe dovuto neanche immaginare.

Maledizione.

Tom lo guardò mentre cercava di nascondere il viso.

Ok, pensò, posso accettare che tu non voglia parlarne… ma non posso accettare di vederti così…

Bill

Suo fratello scosse la testa.

Non ora, Tom. Per favore, non ora…

Tom sospirò. “D’accordo. Io vado giù… tu… be’ vestiti e raggiungici, ok?”

Bill annuì.

Avrebbe voluto fare qualcosa. Avrebbe voluto abbracciarlo, dirgli che lui c’era, per qualsiasi cosa. Perché era suo fratello  e non doveva chiedere per poter parlare con lui. Bastava che lo facesse.

Ma non fece nulla. Lo guardò un’ultima volta e poi lo lasciò da solo.

 

****

 

Le sue mani erano sporche di sangue. Non ne aveva mai visto così tanto tutto insieme.

Non faceva altro che sfiorare il viso di suo fratello, le sue mani.

Quanto sangue poteva perdere una persona prima di morire?

Non lo sapeva. Non ne aveva idea. Ma quello era troppo

Non vedeva nulla. Aveva gli occhi totalmente appannati dalle lacrime. Sentiva la voce di Georg dietro di sé… e qualcun altro piangere, forse Gustav. Accanto a sé c’era David. Stava urlando qualcosa a delle persone.

Capì che i medici erano arrivati quando si sentì staccare di peso dalla mano di suo fratello.

Tom scosse la testa, come impazzito. “No!”

Non voleva lasciarlo. Bill aveva bisogno di lui. Lui doveva stargli vicino. Non poteva lasciarlo. Non potevano separarli. No.

Vi prego fatemi riprendere la sua mano.

Non sapeva chi lo teneva immobile. Forse era David. Non riusciva a capire più niente. Più il tempo passava, più i suoi singhiozzi si facevano forti.

Vi prego non separateci.

Non aveva la forza di parlare. Non aveva la forza di stare in piedi. Non aveva la forza di camminare. Voleva solo restare accanto a Bill.

Ne aveva bisogno.

Doveva avere un contatto con lui. Doveva sapere che era ancora vivo. Doveva sentirlo.

Dio, si sentiva morire…

Dentro di sé non aveva più nulla. Tutto stava bruciando. Tutto faceva così male.

Forse anche lui stava per andarsene. Forse li avrebbero portati via insieme. Forse sarebbero morti entrambi. Sempre meglio che divisi. Quello mai.

Mai… te l’ho promesso Bill… me l’hai promesso…

Tom si aggrappò con tutte le sue forze alle braccia che lo sorreggevano in piedi. Le mani sporche di sangue strinsero convulsamente la maglietta di un uomo. Le braccia si strinsero ancora di più intorno a lui. “Tom, devono portarlo via… Tom calmati” la voce di David era così lontana. Non capiva cosa gli stesse dicendo.

Devono portarlo via?

Se Bill doveva andare da qualche parte, lui l’avrebbe seguito.

 

****

 

I’m burning

Can’t you see?

(Resque me – Tokio Hotel)

 

Ich wollt dir alles anvertraun.
Warum bist du abgehaun?

(Rette michTokio Hotel)

 

****

 

3 Mesi e mezzo prima

Due giorni. Due lunghissimi giorni. In cui Bill aveva desiderato più volte morire e Tom aveva semplicemente evitato di pensare.

Due giorni. In cui non si erano parlati. Mai. Nessun cenno, nessun saluto.

Furono i due giorni successivi a Il Giorno. Giorno che Bill avrebbe desiderato eliminare dal calendario e dalle loro vite, mentre Tom… non lo sapeva. L’idea, il fatto e… tutto il resto erano pura e semplice follia. Ma reale. Ed era quella realtà a mandarlo in crisi. Una cosa del genere non capitava realmente. Punto. Non a lui. Non a loro.

Convincersi di quanto era assurdo non cambiava le cose.

Bill l’aveva baciato.

Ba-cia-to. Assurdo. Suo fratello. Bill. Lo stesso Bill con cui parlava ogni sera. Lo stesso Bill a cui raccontava le sue vicissitudini notturne. La persona che più adorava a questo mondo.

Era assurdo.

Ma rimaneva il fatto che Bill l’aveva baciato.

Ok, era stato un semplice contatto di labbra, nulla di più. E aveva a malapena capito cos’era successo. Ma rimaneva il ricordo. E quello non cambiava.

E il fatto che quello spiegasse tanti comportamenti… be’ non gli faceva cambiare prospettiva.

Un contatto del genere con Bill era semplicemente sbagliato.

Solo che non aveva avuto il coraggio di dirglielo. Aveva aspettato due lunghissimi giorni prima di parlargli. Due giorni in cui Bill aveva pensato più volte di chiudersi nella sua stanza e morirci dentro. Così non avrebbe più dovuto rivedere quello sguardo in suo fratello.

Ancora si ricordava i suoi occhi. Non doveva pensarci. Gli faceva solo del male.

Che cosa gli era venuto in mente?

Doveva essere impazzito. Per forza. Non c’era altra ragione.

O forse era arrivato al limite. A quel punto in cui o ti butti di sotto o torni indietro. Lui si era buttato. Perché l’idea di tornare indietro era semplicemente impensabile. Ricominciare tutto daccapo. Continuare ad osservarlo mentre si strusciava contro la ragazza di turno. E poi piangere come un pazzo perché quello che provava era totalmente sbagliato. Essere di nuovo scoperto da Tom con gli occhi rossi, il trucco sul cuscino e l’aria di chi aveva troppo da raccontare e zero voglia di farlo.

No.

Era impossibile.

Piuttosto avrebbe preferito che Tom lo picchiasse. Che gli dichiarasse il suo disgusto. Tutto. Ma non la solita routine. Quella lo stava uccidendo ancora più lentamente. E lui voleva solo essere salvato.

Così l’aveva fatto.

Aveva appoggiato le labbra su quelle di suo fratello. E si era sentito bruciare dentro. Non aveva mai provato nulla di simile. Era stato il contatto fisico più sconvolgente e pazzesco che avesse mai avuto.

E Tom l’aveva semplicemente guardato. Non l’aveva picchiato. Non aveva urlato. L’aveva solo guardato. Ed era stato peggio.

Si era aspettato di tutto, ma non quello.

E poi… Tom si era chiuso a riccio. Per due lunghissimi giorni. Non gli aveva rivolto la parola. Mai.

Fino al terzo giorno. Se lo ritrovò seduto sul letto, di prima mattina.

All’inizio pensò di avere le allucinazioni. In realtà era veramente Tom. Ed era .

“Dobbiamo parlare”

Aveva una voce così strana. Bill lo guardò negli occhi. Annuì piano e si mise a sedere.

Perché l’hai fatto?”

Di tutte le domande che Tom avrebbe potuto fargli, quella non se l’aspettava. Bill pensava di essere stato fin troppo chiaro con il bacio. Perché mai avrebbe dovuto baciare suo fratello, se non per il semplice fatto che era diventato impossibile non farlo?

Perché…” la sua voce tremò. Che cosa doveva rispondergli? Che lo amava? Dio, sembrava così stupido. Suo fratello si sarebbe messo a ridere. Si sarebbe messo a ridere lui stesso se non l’avesse trovato decisamente fuori luogo. “…ne avevo bisogno.” Gli sembrò una risposta stupida, e sicuramente lo pensò anche suo fratello.

“Che significa che ne avevi bisogno?” Tom sembrava che gli stesse facendo un interrogatorio.

Bill sospirò. Sentiva le lacrime pizzicargli gli occhi. “Che dovevo farlo…”

“Dannazione, vuoi essere più chiaro?” Tom si alzò in piedi, osservandolo dall’alto.

Sei realmente tu, Tom? Sei realmente mio fratello?

“Ti voglio bene”

Tom roteò gli occhi. “Anch’io ti voglio bene, ma non ho mai pensato di baciarti!”

“… ti voglio bene in un modo diverso.”

Tom si risedette. Le ginocchia gli stavano per cedere. Era così vicino al volto di suo fratello. Vedeva i suoi occhi lucidi e la sincerità delle sue parole. Ma doveva capire. Bene. Questa volta senza equivoci. Doveva sapere. Ne aveva tutto il diritto.

Cosa intendi per diverso?”

Bill si guardò le mani, evitando gli occhi di Tom. “Diverso da come si vogliono bene due fratelli… due amici… due innamorati… tutto… diverso…” sospirò “…ti amo…” il cambio di verbo fece sgranare gli occhi a Tom, ma suo fratello proseguì “non perché sei mio fratello… non perché io voglia fare chissà cosa con te… ma perché so che sei l’unica persona che può rendermi felice e triste allo stesso tempo… sei l’unica persona che mi capisce completamente… sei l’unica persona che racchiude tutto ciò che a me manca. Sei semplicemente l’unico di cui ho bisogno… e racchiudere tutto questo in un ti voglio bene… o in un ti amo... è riduttivo”

Tom chiuse gli occhi. Era fin troppo. Non voleva quello. Suo fratello aveva rovesciato tutta la sua anima su quel copriletto. Non era giusto.

Forse avrebbe preferito non sapere.

Si alzò e si diresse alla porta.

“Mi odi?”

La voce di Bill era un sussurro.

No. Certo che no. Non potrei mai odiarti…

Ma non disse nulla. Aprì la porta e la richiuse dietro di sé. Ancora una volta aveva lasciato Bill da solo.

 

****

 

You’re not here

Are you here?

(Resque me – Tokio Hotel)

 

****

 

Respirava a fatica. Faceva tutto così male. Era un dolore terribile. E la spalla bruciava in modo impressionante. Ma la cosa peggiore era che non sentiva più la mano di Tom nella sua.

Dove sei?

Bill chiuse gli occhi.

Non poteva essere da solo. Suo fratello non l’avrebbe mai lasciato.

Era l’unica persona di cui avesse bisogno.

Ma perché non era lì?

Una lacrima scivolò lungo la sua guancia.

Aveva paura.

 

****

 

3 Mesi e mezzo prima

Bill si rigirò di nuovo tra le coperte. Non voleva ancora alzarsi. Avrebbe significato vedere suo fratello. Cercava di evitarlo. Da cinque lunghissimi giorni.

Cinque giorni prima l’aveva baciato.

Cinque giorni prima Tom aveva deciso di non parlargli più.

Tre giorni prima Tom aveva deciso che era il momento di parlare.

Tre giorni prima aveva confessato a suo fratello di amarlo. O anche di più. Se solo esistesse un verbo abbastanza grande per esprimere il tutto.

Da quel momento Tom aveva deciso che far finta di niente sarebbe stata una buona strategia.

Ovviamente non aveva mai chiesto il parere di Bill.

Sbuffò infastidito.

Aveva fame. Ma non ce la faceva a scendere ogni mattina per far colazione come se nulla fosse.

E poi erano soli. Completamente soli. Ed erano a casa. Niente tour. Niente Georg e Gustav. Niente mamma, perché era già uscita. Niente papà-acquisito.

Solo lui e Tom.

Sentì la porta aprirsi e suo fratello fare qualche passo all’interno della stanza. Sembrava profondamente indeciso.

Si girò a guardarlo e i loro occhi si incontrarono, come tante altre volte.

Bill non riuscì a capire. Ma l’attimo dopo si sentì invadere dalle fiamme.

E la bocca di Tom che timidamente si appoggiava alla sua.

Di nuovo un contatto di labbra.

Di nuovo i suoi occhi così vicini. Ciò che vi lesse lo riempì di qualcosa mai provato prima. Chiuse gli occhi e appoggiò la fronte contro quella di Tom.

“Non so perché l’ho fatto” mormorò Tom. Era sincero.

Bill strinse gli occhi. Lui sì, lo sapeva.

E la cosa lo terrorizzava.

Era sbagliato. Era impuro. Ingiusto. E totalmente osceno.

Ma era l’unica cosa che voleva. Stare con lui. Non pretendeva altro. Voleva semplicemente stare con lui.

Non voleva baciarlo, non voleva rotolarsi con lui tra le coperte… Non che non ci avesse pensato. Ma non era solo quello. Poteva accettare di eliminare tutto ciò, per rimanere accanto a lui.

 

****

 

Lo cercava disperatamente con la mano libera, quella che non stringeva con forza la maglietta di David.

Ma non riusciva a trovarlo.

Dove sei?

Tom non lo vedeva. Non riusciva a sentirlo. Le lacrime rendevano tutto così confuso.

Aveva paura.

 

****

 

3 Mesi e mezzo prima

Totalmente sbagliato. Non riusciva a trovare qualcosa di più sbagliato.

Perché non poteva accontentarsi di portarsi a letto una ragazza a sera?

Perché lui?

Perché?

Aveva un senso tutto quello?

No. Non poteva averne. Non poteva.

Ma aveva qualcosa dentro di sé che bruciava da quando Bill si era permesso di baciarlo.

La voglia.

Ed era qualcosa che lo stava consumando lentamente.

Due giorni a far finta di nulla. Che tutto non esistesse. E poi aveva ceduto.

Era tornato in quella camera e l’aveva fatto.

Era così debole?

Non capiva. Non riusciva a decifrare tutto l’ammasso di pensieri che aveva dentro.

Sapeva che era sbagliato. E anche Bill doveva saperlo. Però Bill l’aveva baciato. E lui… lui ci aveva pensato. Ma una soluzione non l’aveva trovata. E poi aveva fatto la cosa più illogica del mondo.

L’aveva baciato anche lui.

Era la stronzata più grande di tutta la sua vita. Ne era sicuro.

Però, mentre abbracciava suo fratello e gli mormorava che non aveva idea del perché l’avesse fatto, non riuscì a trovarci realmente qualcosa di sbagliato. Si sentiva bene.

Forse era impazzito del tutto.

 

****

 

Has our ending just begun?

Don’t care

Pretend to carry on

(Final Day – Tokio Hotel)

 

****

 

Ehm… ok… cos’è questa cosa? Bella domanda ‘-_-

Non ho mai scritto slash. Non ho mai scritto twincest. Non ho mai scritto sui Kaulitz. Se ve lo state chiedendo, sì, qualcosa ho scritto comunque^^

Poi però ho iniziato a leggere le storie di lisachan (leggetele! >_<)… ed è stato amore. *_* E così è nata quest’idea. Sarà un storia composta da tre capitoli. E se non avete capito molto di cosa sia successo, non disperate, sarà più chiaro nel prossimo. ^_-

Detto questo… spero sul serio che vi piaccia, io mi sono divertita molto a scriverla. Prima che me lo domandiate: ogni pezzetto senza “data”, diciamo così, è la narrazione presente ovviamente. Le citazioni delle canzoni… alcune sono in tedesco, alcune in inglese… magari nei prossimi due ci sarà anche l’italiano… non è che non so scegliere^^ Ma dipende molto dalla frase. Inserisco quella più evocativa.

Poi… il titolo: Verbrennen significa “Bruciare” in tedesco, proprio come compare nella canzone Rette mich. Riguardo a quella canzone… leggetevi il testo: questa storia nasce anche grazie e soprattutto alle sue parole.

Ok. Finito.

Al prossimo capitolo! ^_^

Me lo lasciate un commento? Thanks.