Verbrennen
Importante: Tutto quello che
leggerete qui è frutto della mia (malata) fantasia. Niente di vero, quindi. Tom e Bill Kaulitz
non sono miei e non fanno nulla di quanto qui descritto.
In questa storia è
presente una forte componente TWINCEST, nulla di
sconvolgente, non fanno cose sconce, ma siete avvisati. Se
non vi piace, non leggete.
Dedicata a Lisachan: la dedica è
dovuta perché se lei non scrivesse quelle perle sui gemellino, questa
storia non esisterebbe. Spero che ti possa piacere anche solo un pochino.
CAPITOLO 1
Komm und rette mich,
Ich verbrenne innerlich.
(Rette mich – Tokio
Hotel)
****
Sorrise, guardando una ragazza particolarmente
carina che era nella prima fila.
Le urla riempivano il palazzetto.
Schrei si
diffondeva nell’aria. E mancava veramente poco al
piccolo show personale di suo fratello. Bill adorava
quella canzone suonata dal vivo. Adorava sentire l’eccitazione a mille per la
scelta della cantante. Adorava saltare come un pazzo con la fan
di turno.
Adorava tutto dei concerti. Proprio come lui.
Proprio come tutti.
Ancora qualche accordo.
Tra
un po’ è il tuo momento, Bill. Sconvolgile…
Poi un rumore sordo. Un dolore alla spalla
destra. Un dolore terribile. Non aveva mai –mai-
provato qualcosa del genere. Durò un solo istante, ma fu sufficiente per
mozzargli il respiro.
E come era venuto, il
dolore sembrò scemare lentamente. Un attimo dopo era così lontano.
Si guardò in giro. E lo
vide.
Un altro tipo di dolore lo attraversò questa
volta.
Il cuore, i polmoni –dov’era l’aria? Dov’era?-, il mondo,
tutto, si fermò.
Suo fratello era malamente
disteso sul palco.
E
quello non era uno show.
****
6 Ore
prima
Bill era
sdraiato per terra. Tom sapeva che adorava fare
l’attore melodrammatico. Si aspettava la sua vocina lamentosa da un momento
all’altro.
“Bastaaaaaa”
Eccola,
pensò. Sorrise vedendo suo fratello minore che tentava di interrompere quella
rottura.
David, dall’altra parte del palco sospirò
frustrato. Far fare il sound check
a quei quattro era un’agonia continua. Lo odiavano tutti.
“Dai, abbiamo finito
ormai. Non possiamo smettere? Non ne possiamo più”
David fulminò Gustav
con un’occhiataccia. “Se il concerto verrà da schifo
consideratevi responsabili”
Tom gli
si avvicinò. “David, siamo sempre responsabili della riuscita dei nostri
concerti… e poi, siamo i migliori.
Andrà tutto benissimo.”
David Jost sollevò
scettico un sopracciglio. “I migliori eh?”
Il ragazzo sfoderò uno dei suoi sorrisi migliori.
“Contaci!”
L’uomo lanciò un’occhiata alla figura distesa sul
palco. Figura che lo guardava con occhi imploranti. “E
sia” mormorò alla fine.
Bill
scattò in piedi all’istante. “Evvivaaaaa!”
****
Non sapeva se quelle storie fossero vere. Quelle storie che raccontavano le persone sopravvissute. Le
storie di chi affermava che poco prima di morire si
rivede tutta la propria vita.
Lui vedeva solo tante immagini confuse intorno a
sé.
Tanti rumori. Ma non
riusciva a distinguerne nessuno.
Solo un paio di occhi
erano nitidi. I suoi stessi occhi.
Tom…
Forse stava solo immaginando. O
forse suo fratello era veramente lì, accanto a lui. Gli piaceva pensarlo.
In mezzo a tutti quei rumori, a quelle immagini
sfocate, a quel dolore infernale… sapere –o anche solo pensare- che Tom fosse lì era rassicurante.
Non era solo.
Non sapeva se quella potesse essere la morte.
Davanti a sé non rivedeva tutta la sua vita. Ma solo
flash del passato. Immagini che portava dentro di sé.
Non sapeva se quella potesse essere la morte. Però ci assomigliava.
****
4 Ore
prima
Stavano ridendo come dei matti. Georg aveva quasi le convulsioni. Doveva tenersi lo stomaco
per riuscire a non cadere per terra. Trovava comunque
impossibile smettere di ridere.
Gustav,
seduto su una sedia, cercava di farsi aria con una mano.
Tom
aveva le lacrime agli occhi. Georg doveva piantarla
di farlo ridere in quel modo.
Bill era
un caso a parte. Non faceva altro che
sorridere. E cantare. Non aveva bisogno di una battuta
particolarmente divertente. Lui aveva il sorriso dipinto sul volto.
Mah...
Bill
cercò di calmarsi respirando a fondo. E, soprattutto, evitando di pensare ai
commenti che aveva fatto Georg
poco prima. Prese ad osservare il soffitto, concentrandosi unicamente su di esso.
Ok.
Forse poteva farcela. Sentiva che anche la risata di Georg
stava diminuendo… Gustav aveva solo il respiro leggermente
pesante e Tom emetteva una risata tranquilla. Si
stavano tutti calmando.
Respirò a fondo un’ultima volta. Era calmo. Era
assolutamente calmissimo.
Distolse lo sguardo dal soffitto, non poi così
interessante.
Gli bastò un’occhiata a suo fratello. I suoi stessi occhi. Bastò un secondo
per ricominciare a ridere insieme a lui.
****
Du bist
Alles was ich bin
Und alles was durch meine Adern fließt
(In die Nacht – Tokio Hotel)
****
Aveva letteralmente scaraventato via la sua
chitarra. Non gli importava neppure sapere dove fosse finita.
Che andasse al diavolo, lei e tutto il resto. Tutto,
tranne lui. Non lui.
Dio,
ti prego…
Nel momento in cui si inginocchiò
di fianco a suo fratello gli occhi gli si riempirono di lacrime. Non se ne accorse neppure.
Tutto intorno a lui era avvolto in un vortice
frenetico. Fatto di suoni, rumori, grida. Tutte le ragazze presenti in quel
dannato palazzetto stavano urlando.
Fatele
smettere. Fate silenzio!
Tom non
riusciva ancora a capire cosa fosse successo. Ma aveva
importanza?
Le lacrime presero a scorrergli sulle guance. Si
ritrovò a singhiozzare disperatamente, mentre intorno a lui tutto continuava a
muoversi.
I suoi occhi non facevano che osservare il volto
sempre più pallido di Bill. E
quella macchia di sangue non faceva che aumentare.
Aiutatelo…
aiutatelo vi
prego…
Perché
nessuno faceva niente? Perché, dannazione? Dov’erano tutti?
Un altro singhiozzo. Ancora più forte.
Aiutatelo…
****
4
Mesi prima
L’aveva scoperto per caso. Era entrato a
svegliarlo una mattina e l’aveva trovato così.
La cosa che più gli faceva male era che non aveva
sospettato nulla. O almeno, non pensava che fosse
qualcosa di così importante. Perché doveva essere
qualcosa di grave, se suo fratello si era ridotto in quello stato.
L’aveva trovato semplicemente sconvolto. E addormentato come un bambino. Suo fratello riusciva a
dormire per una giornata intera, senza mai sentire il bisogno di svegliarsi.
Spesso si chiedeva se tutto ciò fosse anche solo minimamente umano.
Così, quando Peter Hoffmann gli aveva detto di andarlo a svegliare non aveva battuto ciglio. Sapeva che Bill
era profondamente intollerante alla sveglia. Era abituato a svegliarlo.
Ma
trovarlo così… no. Non rientrava nei suoi piani.
Aveva un’aria semplicemente distrutta. Indossava
ancora i vestiti della sera prima. I suoi capelli erano una massa senza forma…
e i suoi occhi… tutto l’ombretto,matita e quant’altro si trovavano sul cuscino e sulle guance
arrossate.
Doveva aver pianto
per molto, moltissimo tempo, per
ridursi così.
E se Bill piangeva, significava solo una cosa. Aveva un
problema.
Perché suo
fratello poteva anche essere particolarmente sensibile, ma non piangeva per
delle sciocchezze.
Eppure non
gli aveva detto niente. Niente. A lui. Suo fratello.
Sospirò.
Si sedette sul bordo del letto. Per terra c’erano
una quantità industriale di fogli di carta stropicciati. Probabilmente aveva
cercato di scrivere una canzone… senza riuscirci.
Guardò il volto di Bill.
Doveva svegliarlo. Anche se non avrebbe voluto. Magari
l’avrebbe messo in imbarazzo. Se Bill
non gli aveva raccontato nulla, significava che non voleva parlarne. Non con
lui, almeno. E la sua parte egoistica sperò che non ne
volesse parlare con nessuno e basta… perché se non poteva aiutarlo lui, chi altro avrebbe potuto?
Gli scostò una ciocca di capelli dagli occhi. “Bill” mormorò piano.
Suo fratello si rannicchiò ancora di più.
Prese a scuoterlo per una spalla. Doveva
svegliarlo, altrimenti ci avrebbe pensato Peter e lui non voleva che qualcun altro trovasse Bill in quello stato.
Suo fratello aprì lentamente gli occhi.
Tom gli sorrise. “Ben tornato al mondo!”
Bill gli sorrise debolmente in risposta. “Ciao” mormorò. Si mise
a sedere e solo allora sembrò ricordarsi di ciò che era accaduto la sera
precedente. I fogli sparsi per terra, i vestiti ancora addosso… le lacrime.
Tante, tantissime lacrime.
E Tom l’aveva svegliato. Tom
l’aveva trovato in quello stato.
Si vergognò da morire.
Nascose il viso nelle mani e sospirò. Non voleva
parlarne. Non voleva che Tom sapesse. Tom non avrebbe dovuto neanche immaginare.
Maledizione.
Tom lo guardò mentre cercava di nascondere il viso.
Ok, pensò, posso accettare che tu non voglia parlarne… ma
non posso accettare di vederti così…
“Bill”
Suo fratello scosse la testa.
Non
ora, Tom. Per favore, non ora…
Tom
sospirò. “D’accordo. Io vado giù… tu… be’ vestiti e
raggiungici, ok?”
Bill
annuì.
Avrebbe voluto fare qualcosa. Avrebbe voluto
abbracciarlo, dirgli che lui c’era, per qualsiasi
cosa. Perché era suo fratello
e non doveva chiedere per poter parlare con lui. Bastava che lo
facesse.
Ma non
fece nulla. Lo guardò un’ultima volta e poi lo lasciò da solo.
****
Le sue mani erano sporche di sangue. Non ne aveva mai visto così tanto tutto insieme.
Non faceva altro che sfiorare il viso di suo
fratello, le sue mani.
Quanto sangue poteva perdere una persona prima di
morire?
Non lo sapeva. Non ne aveva
idea. Ma quello era troppo…
Non vedeva nulla. Aveva gli occhi totalmente
appannati dalle lacrime. Sentiva la voce di Georg
dietro di sé… e qualcun altro piangere, forse Gustav.
Accanto a sé c’era David. Stava urlando qualcosa a delle persone.
Capì che i medici erano arrivati
quando si sentì staccare di peso dalla mano di suo fratello.
Tom
scosse la testa, come impazzito. “No!”
Non voleva lasciarlo. Bill
aveva bisogno di lui. Lui doveva stargli vicino. Non poteva lasciarlo. Non
potevano separarli. No.
Vi prego fatemi riprendere la sua mano.
Non sapeva chi lo teneva immobile. Forse era
David. Non riusciva a capire più niente. Più il tempo passava,
più i suoi singhiozzi si facevano forti.
Vi prego non separateci.
Non aveva la forza di parlare. Non aveva la forza
di stare in piedi. Non aveva la forza di camminare. Voleva solo restare accanto
a Bill.
Ne aveva
bisogno.
Doveva avere un contatto con lui. Doveva sapere che era ancora vivo. Doveva
sentirlo.
Dio, si sentiva morire…
Dentro di sé non aveva più nulla. Tutto stava bruciando. Tutto faceva così male.
Forse anche lui stava per andarsene. Forse li
avrebbero portati via insieme. Forse sarebbero morti entrambi. Sempre meglio che divisi. Quello mai.
Mai…
te l’ho promesso Bill… me l’hai
promesso…
Tom si
aggrappò con tutte le sue forze alle braccia che lo sorreggevano in piedi. Le
mani sporche di sangue strinsero convulsamente la maglietta di un uomo. Le
braccia si strinsero ancora di più intorno a lui. “Tom,
devono portarlo via… Tom calmati” la voce di David
era così lontana. Non capiva cosa gli stesse dicendo.
Devono
portarlo via?
Se Bill doveva andare da qualche parte, lui l’avrebbe seguito.
****
I’m burning
Can’t you see?
(Resque
me – Tokio Hotel)
Ich
wollt dir alles anvertraun.
Warum bist du abgehaun?
(Rette
****
3
Mesi e mezzo prima
Due giorni. Due lunghissimi giorni. In cui Bill aveva desiderato più volte morire e Tom aveva semplicemente evitato di pensare.
Due giorni. In cui non si erano
parlati. Mai. Nessun cenno, nessun saluto.
Furono i due giorni successivi a
Il Giorno. Giorno che Bill
avrebbe desiderato eliminare dal calendario e dalle loro vite, mentre Tom… non lo sapeva. L’idea, il fatto e… tutto il
resto erano pura e semplice follia. Ma reale. Ed era quella realtà a mandarlo in crisi. Una cosa del
genere non capitava realmente. Punto. Non a lui.
Non a loro.
Convincersi di quanto era assurdo non cambiava le
cose.
Bill l’aveva baciato.
Ba-cia-to. Assurdo. Suo fratello. Bill. Lo stesso Bill
con cui parlava ogni sera. Lo stesso Bill a cui raccontava le sue vicissitudini notturne.
La persona che più adorava a questo mondo.
Era assurdo.
Ma rimaneva il fatto che
Bill l’aveva baciato.
Ok, era stato un
semplice contatto di labbra, nulla di
più. E aveva a malapena capito cos’era successo. Ma rimaneva il ricordo. E quello
non cambiava.
E il fatto che quello spiegasse tanti
comportamenti… be’ non gli
faceva cambiare prospettiva.
Un contatto del genere con Bill
era semplicemente sbagliato.
Solo che non aveva avuto il coraggio di
dirglielo. Aveva aspettato due lunghissimi giorni prima di
parlargli. Due giorni in cui Bill
aveva pensato più volte di chiudersi nella sua stanza e morirci dentro.
Così non avrebbe più dovuto rivedere quello sguardo in suo fratello.
Ancora si ricordava i suoi occhi. Non doveva
pensarci. Gli faceva solo del male.
Che cosa gli era venuto
in mente?
Doveva essere impazzito. Per forza. Non c’era
altra ragione.
O forse era arrivato al
limite. A quel punto in cui o ti butti di sotto o torni indietro. Lui si era
buttato. Perché l’idea di tornare indietro era semplicemente
impensabile. Ricominciare tutto daccapo. Continuare ad
osservarlo mentre si strusciava contro la ragazza di turno. E poi piangere come un pazzo perché quello che provava era
totalmente sbagliato. Essere di nuovo scoperto da Tom con gli occhi rossi, il trucco sul cuscino e l’aria di
chi aveva troppo da raccontare e zero voglia di farlo.
No.
Era impossibile.
Piuttosto avrebbe preferito che Tom lo picchiasse. Che gli dichiarasse il
suo disgusto. Tutto. Ma non la solita routine.
Quella lo stava uccidendo ancora più lentamente. E lui
voleva solo essere salvato.
Così l’aveva fatto.
Aveva appoggiato le labbra su quelle di suo
fratello. E si era sentito bruciare dentro. Non aveva mai provato nulla di simile. Era stato
il contatto fisico più sconvolgente e
pazzesco che avesse mai avuto.
E Tom
l’aveva semplicemente guardato. Non l’aveva picchiato. Non aveva urlato.
L’aveva solo guardato. Ed era stato peggio.
Si era aspettato di tutto, ma non quello.
E poi… Tom si era chiuso a riccio. Per due lunghissimi giorni. Non
gli aveva rivolto la parola. Mai.
Fino al terzo giorno. Se
lo ritrovò seduto sul letto, di prima mattina.
All’inizio pensò di avere le allucinazioni. In
realtà era veramente Tom. Ed era lì.
“Dobbiamo parlare”
Aveva una voce così strana. Bill
lo guardò negli occhi. Annuì piano e si mise a sedere.
“Perché l’hai fatto?”
Di tutte le domande che Tom
avrebbe potuto fargli, quella non se l’aspettava. Bill pensava di essere stato fin troppo chiaro con il
bacio. Perché mai avrebbe dovuto baciare suo fratello,
se non per il semplice fatto che era diventato impossibile non farlo?
“Perché…” la sua voce
tremò. Che cosa doveva rispondergli? Che lo amava? Dio, sembrava così stupido. Suo fratello si
sarebbe messo a ridere. Si sarebbe messo a ridere lui stesso se non l’avesse
trovato decisamente fuori luogo. “…ne
avevo bisogno.” Gli sembrò una risposta stupida, e sicuramente lo pensò
anche suo fratello.
“Che significa che ne avevi
bisogno?” Tom sembrava che gli stesse facendo un
interrogatorio.
Bill sospirò. Sentiva le
lacrime pizzicargli gli occhi. “Che dovevo farlo…”
“Dannazione, vuoi essere più chiaro?” Tom si alzò in piedi, osservandolo dall’alto.
Sei
realmente tu, Tom? Sei realmente mio fratello?
“Ti voglio bene”
Tom roteò gli occhi. “Anch’io ti voglio bene, ma non ho mai pensato di baciarti!”
“… ti voglio bene in un modo diverso.”
Tom si risedette. Le
ginocchia gli stavano per cedere. Era così vicino al volto di suo fratello.
Vedeva i suoi occhi lucidi e la sincerità delle sue parole. Ma
doveva capire. Bene. Questa volta senza equivoci. Doveva sapere. Ne aveva tutto il diritto.
“Cosa intendi per
diverso?”
Bill si guardò le mani,
evitando gli occhi di Tom. “Diverso da come si
vogliono bene due fratelli… due amici… due innamorati… tutto… diverso…” sospirò
“…ti amo…” il cambio di verbo fece sgranare gli occhi a Tom, ma suo fratello
proseguì “non perché sei mio fratello… non perché io voglia fare chissà cosa
con te… ma perché so che sei l’unica persona che può rendermi felice e triste
allo stesso tempo… sei l’unica persona che mi capisce completamente… sei
l’unica persona che racchiude tutto ciò che a me manca. Sei semplicemente
l’unico di cui ho bisogno… e racchiudere tutto questo in un ti voglio bene…
o in un ti amo... è riduttivo”
Tom chiuse gli occhi. Era
fin troppo. Non voleva quello. Suo fratello aveva rovesciato tutta la sua anima su quel copriletto. Non era giusto.
Forse avrebbe preferito non sapere.
Si alzò e si diresse alla porta.
“Mi odi?”
La voce di Bill era un
sussurro.
No.
Certo che no. Non potrei mai odiarti…
Ma non disse nulla. Aprì
la porta e la richiuse dietro di sé. Ancora una volta
aveva lasciato Bill da solo.
****
You’re not here
Are you here?
(Resque
me – Tokio Hotel)
****
Respirava a fatica. Faceva tutto così male. Era
un dolore terribile. E la spalla bruciava in modo impressionante. Ma la
cosa peggiore era che non sentiva più la mano di Tom
nella sua.
Dove
sei?
Bill chiuse gli occhi.
Non poteva essere da solo. Suo fratello non
l’avrebbe mai lasciato.
Era l’unica persona di cui avesse
bisogno.
Ma perché non era lì?
Una lacrima scivolò lungo la sua guancia.
Aveva paura.
****
3
Mesi e mezzo prima
Bill si rigirò di nuovo
tra le coperte. Non voleva ancora alzarsi. Avrebbe significato vedere suo
fratello. Cercava di evitarlo. Da cinque lunghissimi giorni.
Cinque giorni prima l’aveva baciato.
Cinque giorni prima Tom
aveva deciso di non parlargli più.
Tre giorni prima Tom
aveva deciso che era il momento di parlare.
Tre giorni prima aveva confessato a suo fratello
di amarlo. O anche di più. Se solo esistesse un verbo
abbastanza grande per esprimere il tutto.
Da quel momento Tom
aveva deciso che far finta di niente sarebbe stata una
buona strategia.
Ovviamente non aveva mai chiesto il parere di Bill.
Sbuffò infastidito.
Aveva fame. Ma non ce la
faceva a scendere ogni mattina per far colazione come se nulla fosse.
E poi erano soli.
Completamente soli. Ed erano a casa. Niente tour. Niente Georg e Gustav. Niente mamma, perché era già
uscita. Niente papà-acquisito.
Solo lui e Tom.
Sentì la porta aprirsi e suo fratello fare
qualche passo all’interno della stanza. Sembrava profondamente indeciso.
Si girò a guardarlo e i loro occhi si incontrarono, come tante altre volte.
Bill non riuscì a capire. Ma l’attimo dopo si sentì invadere dalle fiamme.
E la bocca di Tom
che timidamente si appoggiava alla sua.
Di nuovo un contatto di labbra.
Di nuovo i suoi occhi così vicini. Ciò che vi lesse lo riempì di qualcosa mai provato prima.
Chiuse gli occhi e appoggiò la fronte contro quella di
Tom.
“Non so perché l’ho fatto” mormorò
Tom. Era sincero.
Bill strinse gli occhi.
Lui sì, lo sapeva.
E la cosa lo
terrorizzava.
Era sbagliato. Era impuro. Ingiusto. E totalmente osceno.
Ma era l’unica cosa che
voleva. Stare con lui. Non pretendeva altro. Voleva semplicemente stare con
lui.
Non voleva baciarlo, non voleva rotolarsi con lui
tra le coperte… Non che non ci avesse pensato. Ma non era solo quello.
Poteva accettare di eliminare tutto ciò, per rimanere accanto a lui.
****
Lo cercava disperatamente con la mano libera,
quella che non stringeva con forza la maglietta di David.
Ma non riusciva a
trovarlo.
Dove
sei?
Tom non lo vedeva. Non
riusciva a sentirlo. Le lacrime rendevano tutto così confuso.
Aveva paura.
****
3
Mesi e mezzo prima
Totalmente sbagliato. Non riusciva a trovare
qualcosa di più sbagliato.
Perché non
poteva accontentarsi di portarsi a letto una ragazza a sera?
Perché lui?
Perché?
Aveva un senso tutto quello?
No. Non poteva averne. Non poteva.
Ma aveva qualcosa dentro di sé che bruciava da quando
Bill si era permesso di baciarlo.
La voglia.
Ed era qualcosa che lo
stava consumando lentamente.
Due giorni a far finta di nulla. Che tutto non esistesse. E poi
aveva ceduto.
Era tornato in quella camera e l’aveva fatto.
Era così debole?
Non capiva. Non riusciva a decifrare tutto
l’ammasso di pensieri che aveva dentro.
Sapeva che era sbagliato. E
anche Bill doveva saperlo. Però
Bill l’aveva baciato. E lui…
lui ci aveva pensato. Ma una soluzione non l’aveva
trovata. E poi aveva fatto la cosa più illogica del
mondo.
L’aveva baciato anche lui.
Era la stronzata più
grande di tutta la sua vita. Ne era sicuro.
Però, mentre abbracciava
suo fratello e gli mormorava che non aveva idea del perché l’avesse fatto, non
riuscì a trovarci realmente qualcosa di sbagliato. Si sentiva bene.
Forse era impazzito del tutto.
****
Has our ending just
begun?
Don’t care
Pretend to carry on
(Final Day – Tokio Hotel)
****
Ehm… ok…
cos’è questa cosa? Bella domanda ‘-_-
Non ho mai scritto slash. Non ho mai scritto twincest.
Non ho mai scritto sui Kaulitz. Se ve lo state
chiedendo, sì, qualcosa ho scritto comunque^^
Poi però ho iniziato a leggere le
storie di lisachan (leggetele!
>_<)… ed è stato amore. *_* E
così è nata quest’idea. Sarà un
storia composta da tre capitoli. E se
non avete capito molto di cosa sia successo, non disperate, sarà più chiaro nel
prossimo. ^_-
Detto questo… spero
sul serio che vi piaccia, io mi sono divertita molto a scriverla. Prima che me
lo domandiate: ogni pezzetto senza “data”, diciamo
così, è la narrazione presente ovviamente. Le citazioni delle canzoni… alcune
sono in tedesco, alcune in inglese… magari nei prossimi due ci sarà anche
l’italiano… non è che non so scegliere^^ Ma dipende
molto dalla frase. Inserisco quella più evocativa.
Poi… il titolo: Verbrennen significa “Bruciare”
in tedesco, proprio come compare nella canzone Rette mich. Riguardo a quella canzone… leggetevi il testo: questa storia nasce anche grazie e
soprattutto alle sue parole.
Ok. Finito.
Al prossimo capitolo! ^_^
Me lo lasciate un commento? Thanks.