Verbrennen

 

Importante: Tutto quello che leggerete qui è frutto della mia (malata) fantasia. Niente di vero, quindi. Tom e Bill Kaulitz non sono miei e non fanno nulla di quanto qui descritto.

In questa storia è presente una forte componente TWINCEST, nulla di sconvolgente, non fanno cose sconce, ma siete avvisati. Se non vi piace, non leggete.

 

Dedicata a Lisachan: la dedica è dovuta perché se lei non scrivesse quelle perle sui gemellini, questa storia non esisterebbe. *Tata sono così felice che ti piaccia^^*

 

 

CAPITOLO 2

 

Bleib hier
Schatten wollen mich holen

(In die Nacht – Tokio Hotel)

 

****

 

Era così debole. Si sentiva cadere dall’interno. Era qualcosa che non riusciva a spiegare. E neanche lo voleva. Ma sentiva i suoi organi sprofondare sempre più giù. Per poi essere risucchiati in un vortice senza fine.

Sentiva l’urlo della sirena dispiegarsi nella notte. Ma non provava niente. Niente.

Era tutto così vuoto.

Era tutto così inutile.

Che senso aveva il mondo se non poteva vedere Bill sorridere?

La sua mano sporca di sangue rimaneva immobile sulla gamba di suo fratello. Non gli avevano permesso di afferrargli la mano. Però lo sentiva ugualmente. Era vivo.

Dio, c’era qualcosa di più bello dell’essere vivi? Per lui sì. Essere vivi con Bill. Era il massimo.

Ma quella sensazione di benessere era distante anni luce da lui.

Non sentiva niente. Le lacrime che scendevano. Le parole dei medici. La voce di David.

C’era ancora un mondo là fuori?

Singhiozzò.

Desiderava un’unica cosa e sarebbe stato felice. Gliela stavano togliendo dalle mani. Gliela stavano proprio strappando, perché lui di certo non avrebbe mollato.

Stretto stretto ai suoi jeans, era l’unico modo per non farlo scappare. Per tentare di farlo rimanere accanto a lui.

E forse, così, aveva ancora una possibilità di rivedere il suo sorriso.

Non riusciva neanche a pensare alla possibilità di separarsi da Bill.

Come poteva staccarsi da lui stesso? Bill era lui. E lui era Bill. Aveva bisogno di suo fratello, proprio come suo fratello aveva bisogno di lui.

Dio, ti prego…

 

****

 

3 Mesi prima

Aveva pensato al peggio. Aveva pensato che non ci fosse nulla da fare. Che la sua vita sarebbe finita dopo aver baciato Tom. Era di sicuro un’ottima fine. Poi suo fratello l’aveva sorpreso. E adesso… non lo sapeva più.

Che cosa si era aspettato?

Di poter stare insieme? Bill sospirò. Risultava patetico perfino a lui stesso e lo sapeva.

Però, sul serio, che cosa si era aspettato?

La verità era che non lo sapeva.

Bill era morto e risorto nel giro di cinque giorni.

Era morto il giorno in cui aveva avuto la brillante idea di baciarlo.

Ed era rinato il giorno in cui suo fratello aveva avuto la brillante idea di ricambiare il bacio.

E poi… poi era cambiato poco. O tanto. Non sapeva quantificarlo.

Forse era proprio tutto diverso.

Diverso perché Tom sapeva. E anche lui sapeva. E sapere ti porta ad agire in modo differente. Ti porta a guardare le cose in una nuova luce. In pratica inizi a cambiare.

E lo vedeva negli occhi di suo fratello che c’era qualcosa di diverso tra di loro. Perché qualcosa, tra di loro, c’era sempre stato. Ma adesso… definirlo qualcosa era troppo poco.

Erano fratelli. Gemelli. Erano stati uniti dalla natura. E loro avevano deciso di non volersi separare più. Era tanto sbagliato?

Prima di tutto quel pasticcio causato da un semplice tocco di labbra, aveva pensato che l’idea di poter avere suo fratello –in un modo totalmente diverso-… fosse assolutamente indecente. Però non era riuscito a scacciarla dalla mente. E alla fine si era abituato. Alla fine aveva ceduto. Alla fine aveva constatato che non poteva andare avanti senza di lui. Tanto valeva buttarsi. Morire per mano di Tom era una prospettiva migliore che morire e basta.

Ma adesso. Adesso che non era più solo un’idea… aveva ancora più paura. Ma moriva dalla voglia.

Bill sospirò. Non era una contraddizione?

Stare con lui. Baciarlo. Anche solo ogni tanto. Gli sarebbe bastato. Lo sapeva. O almeno, se lo sarebbe fatto bastare. Ne era sicuro.

Aveva passato così tanto tempo a crogiolarsi nella fantasia e nell’indecenza, che la possibilità di poterlo realmente stringere tra le braccia… era qualcosa di assolutamente inaspettato.

Ma che non avrebbe ceduto.

Mai. A nessuno. 

Tom poteva ancora passare le sue serate a rotolarsi fra le coperte con una ragazza qualsiasi. Ma non significava nulla. Lo sapeva. Gli bastava guardarlo. Tom era incapace di mentire.

Ma aveva diciassette anni e gli ormoni in subbuglio e, di sicuro, un sacco di pensieri nella testa, proprio come lui. Che desiderasse perdersi sul corpo di una ragazza lo capiva. Che desiderasse dimenticare tutto il casino che stavano combinando, anche.

Lui sfogava la sua confusione nelle canzoni. Tom nel sesso.

Gli andava bene.

Per adesso.

Forse in un futuro si sarebbe stancato. Forse avrebbe preteso di più –che poi, cosa poteva realmente pretendere? Non lo sapeva-

Si alzò dal letto sbuffando. Si infilò le scarpe, uscì dalla sua stanza e prese a scendere le scale. Sapeva che suo fratello si trovava in cucina. Non si sorprese, quindi, quando se lo ritrovò davanti intento a preparare la colazione.

“Ciao” Bill gli sorrise. Tom si girò a guardarlo. Forse non se ne rese neanche conto, ma i suoi occhi si illuminarono leggermente.

C’era qualcosa nei loro sorrisi, nei loro occhi, nei loro gesti che diceva molto di più di quanto non facessero le loro parole.

Era il bisogno.

Quell'aggrapparsi l’uno all’altro. Quella necessità di essere comunque insieme, ovunque il destino li portasse, che fosse il paradiso o l’inferno.

Bill propendeva per il secondo. Perché non era normale il loro rapporto. No, di certo.

Però non poteva farci niente.

Perché era così. E non aveva nessuna intenzione di cambiarlo. Giusto o sbagliato che fosse.

Bill si sedette al tavolo mentre aspettava la tazza di caffè che Tom aveva preparato.

Guardava le mani di suo fratello trafficare con la caffettiera. I suoi dread scendere sulla schiena, dopo essere stati malamente legati. I suoi vestiti troppo larghi.

Bill pensò per un secondo a cosa avrebbe significato separarsi da tutto quello.

Scosse la testa.

Era l’idea peggiore di tutta la sua vita.

Non poteva avverarsi. Non voleva neanche pensarci.

Poteva accettare di rimanere nel dubbio riguardo a loro due. Ma non poteva accettare l’idea di rimanere da solo.

A chi si sarebbe aggrappato? Con chi avrebbe parlato?

No.

Sarebbe semplicemente morto.

 

****

 

Ich will da nicht allein sein
Lass uns gemeinsam
In die Nacht

(In die Nacht – Tokio Hotel)

 

****

 

Sembrava circondato dalla luce. Forse erano i suoi occhi a fargli un brutto scherzo. Di sicuro era così.

Però sembrava di essere in paradiso. Solo che non poteva proprio. Primo, Bill non era con lui. Secondo, si sentiva così male che i contorcimenti del suo stomaco erano un chiaro segno della sua non-morte.

Stava impazzendo.

Non capiva proprio cosa stesse succedendo. Sapeva solo che l’avevano portato via. Bill adesso era da solo. E anche lui. E questo era proprio sbagliato.

Sentì qualcuno sfiorargli una spalla. “Tom, ho avvisato vostra madre. Sta venendo qui, arriverà presto.”

Era David? Tom si limitò ad annuire. Ma la mano non si spostò dalla sua maglietta.

“Tom…” di nuovo quella voce. Che diavolo volevano tutti da lui? Non poteva semplicemente andare a farsi fottere e lasciarlo in pace? “… Tom, ascoltami… non puoi continuare così, sono quasi due ore che stai piangendo…”

Stava piangendo? Allora era vivo sul serio.

Tom scosse la testa.

Non riusciva più a controllare il suo corpo. Agiva senza dargli spiegazioni. Non aveva nemmeno la forza per parlare. Voleva solo chiudere gli occhi. Ma non ci riusciva. Quella luce bianca era troppo accecante.

Capì che tutto il suo organismo aveva realmente vita propria quando sentì le sue viscere contrarsi in una morsa d’acciaio. E il sapore dell’acido nella bocca. E anche quello che aveva mangiato prima del concerto. E tutto ciò che il suo corpo conteneva.

Stava morendo anche lui?

Sentì due braccia sollevarlo per le ascelle e trascinarlo via con la forza, mentre quel sapore schifoso non faceva che tormentargli la bocca.

“Tom cerca di resistere, ti porto in bagno…”

Resistere?

Una nuova ondata di vomito lo colse un attimo dopo essere arrivato in bagno. Questa volta riuscì a non vomitarsi addosso. Probabilmente era David che lo reggeva in piedi, perché si sentiva così debole che non sarebbe riuscito nemmeno a strisciare.

Il cigolio di una porta.

“Tom…”

“Gustav è tutto ok… sto io con lui, torna di là” di nuovo la voce di David.

Quelli erano chiari segni che no, non stava morendo, riconosceva ancora le voci. E no, quello non era il paradiso. Ma di quello ne era sicuro già da prima.

“Ce la fai a sciacquarti la bocca?”

Tom cercò a tentoni il rubinetto. Quando sentì l’acqua colpirgli la mano capì di averlo trovato.

Quando l’acqua lo colpì sulla faccia gli sembrò che tutto il suo cervello si rischiarasse.

Non capiva cosa ci facesse lì. Ma sapeva che Bill non c’era. E che, probabilmente, lo stavano operando. E… basta. Non sapeva nient’altro. Però era sufficiente.

Riuscì a chiudere gli occhi. E a mandare giù a forza quel peso che aveva dentro e che non lo faceva respirare.

Per la prima volta da quando tutto era successo, ebbe la consapevolezza che forse non avrebbe più rivisto suo fratello.

 

****

 

3 Mesi prima

“Perché ti devi sempre ridurre così?” la voce lamentosa di Bill era decisamente fuori luogo.

Tom sbuffò. “Non mi riduco sempre così” mormorò. Era così stanco che si sarebbe potuto addormentare sulla tavoletta del water.

Bill roteò gli occhi. “Non sempre, ma spesso. È la stessa cosa”

“Non è vero”

Bill lo guardò male. “Se lo dici tu”

Un nuovo conato di vomito impedì a Tom di rispondergli. Quando ebbe finito, Bill gli passò uno straccio bagnato sulla fronte, per rinfrescarlo un po’.

“Di solito lo reggo…”

“Certo… se decidi di non scolarti mezzo locale.”

“Non mi sono-”

“Taci” lo interruppe Bill. era inutile parlare con Tom in quello stato. Erano due testardi fatti e finiti, sarebbero andati avanti per ore a discutere su quanto avesse bevuto Tom. Il che era totalmente inutile perché Bill sapeva che, per ridursi così, doveva aver bevuto tanto.

“Penso di aver finito” mormorò Tom, senza forze.

“Ne sei sicuro?”

Suo fratello si limitò ad annuire. Bill sospirò. Raccattare i pezzetti di suo fratello non era una delle sue migliori esperienze. Ma non l’avrebbe mai lasciato da solo. Quindi si era munito di pazienza e aveva aspettato che Tom vomitasse l’anima.

Bill lo aiutò ad alzarsi, prendendolo per un braccio. Possibile che quell'idiota di suo fratello non potesse fare a meno di trasformarsi in un emerito deficiente durante le feste? Sospirò. Evidentemente no.

Tom si aggrappò a lui e appoggiò la testa sulla sua spalla. Bill sentì il suo respiro sul collo. La pressione della sua testa. La mano aggrappata alla sua maglietta.

Il suo battito accelerò senza che lui se ne rendesse conto.

Lo accompagnò al letto. Prima di lasciarlo andare Tom si sporse verso di lui. Il cuore di Bill si fermò, ma lui era già pronto a chiudere gli occhi, quando sentì suo fratello ridacchiare.

“Ho appena vomitato…”

Gli prese il mento tra le mani, lo girò di lato e appoggiò le labbra sulla sua guancia. “Grazie

Bill sorrise. Gli sfiorò piano le braccia e lo aiutò a distendersi a letto. Gli lasciò andare le mani e lo guardò negli occhi.

Grazie a te…

Il suo cuore riprese a battere solo quando si richiuse la porta della camera dietro di sé.

 

****

 

Non era il paradiso. E quella luce era solo dovuta alle lampade e alle pareti completamente bianche.

Adesso si rendeva conto di molte cose. Del fatto che prima era di sicuro seduto per terra. C’era una chiazza di bagnato dove aveva vomitato –fortunatamente avevano pulito subito-. Del fatto che anche Georg e Gustav erano lì. E di tante altre piccole cose.

Completamente insignificanti. Il fatto che i suoi occhi erano tornati a vedere non voleva dire che amasse ciò che osservava. Anzi.

Era tutto inutile.

Era tutto vuoto.

Ed era da solo.

Si rese conto che sua madre stava arrivando quando percepì il rumore ovattato dei tacchi. Poco dopo comparve da dietro l’angolo del corridoio. Il volto rigato dalle lacrime e l’espressione sconvolta.

Non riuscì a dire niente. Sua madre si avvicinò a lui e lo strinse forte. Tom fece passare le sue braccia intorno a lei. E quella volta si rese conto di essere scoppiato a piangere, di nuovo. Sentiva le lacrime scorrere sul suo viso per poi imprigionarsi nella camicetta di sua madre.

Adesso che capiva era ancora peggio.

Gli sembrava che tutto facesse ancora più male. Se ciò era possibile.

Quanto si può continuare a soffrire prima di lasciarsi andare?

Strinse ancora di più sua madre tra le braccia.

Dio, quanto gli mancava Bill…

 

****

 

2 Mesi e mezzo prima

Ogni giorno che passava si rendeva conto di cosa Tom rappresentasse per lui. E poteva essere descritto solo dalla parola “tutto”. Dalla più piccola sciocchezza a quella più grande. Tom riempiva la sua vita e il vuoto che si portava dentro da tanto tempo.

Tom era l’ancora necessaria per non affogare. Era il suo punto fermo. Quel qualcosa che, anche volendo, non sarebbe cambiato.

Era la sua aria.

Avrebbe potuto trovare un termine più poetico per descriverlo, ma non sarebbe stato vero. Non era il suo sole, non era la sua stella, non era un oceano in cui perdersi o una montagna irraggiungibile. Era aria. Pura e semplice aria. Ma senza l’aria non si poteva vivere.

Quello era Tom. E, proprio come l’aria, era dentro di lui. Scorreva nelle sue vene. Gli inebriava il cervello. Lo faceva vivere. E lo faceva morire.

Con Tom, Bill aveva sperimentato cosa significasse bruciare. Cosa significasse baciare. Cosa significasse dannarsi l’anima. Tutto nello stesso istante. Tutto in un modo talmente assurdo e inaspettato che prima non avrebbe potuto prevederlo.

Stavano litigando. E il motivo era proprio una sciocchezza. Ma la conclusione non cambiava. Stavano litigando. Stavano proprio urlando, pretendendo ognuno di aver ragione.

Tom sbuffò infastidito. Litigare con Bill era sempre snervante. Prima di tutto perché Bill parlava in un modo assurdo quando era agitato. Diceva le prime cose che gli frullavano nella testa, non preoccupandosi di ferire qualcuno –lui, in questo caso-. In più, doveva ammetterlo, lui stesso era incapace di cedere l’ultima parola. Aveva la necessità di chiudere i discorsi. Cosa che faceva infuriare ancora di più Bill. E gli faceva alzare la voce. Come se non fosse già abbastanza fastidiosa.

Tom cercò di sfuggire dalla valanga di parole inutili che Bill gli riversava addosso, entrando nella sua camera. La sua testa urlava pietà. Bill aveva dei seri problemi con l’utilizzo normale dell’intonazione della voce… soprattutto nelle litigate.

Bill lo seguì, infuriato. Entrò nella stanza del fratello e si richiuse con forza la porta alle spalle.

“E non provare a rintanarti qui! Sto parlando, pretendo che tu mi stia a senti-”

Bill sgranò gli occhi quando Tom gli tappò la bocca con un bacio.

Un bacio.

Un bacio vero.

Non quel contatto di labbra a cui si erano abituati. Ma proprio un bacio vero.

Un bacio che decisamente non si sarebbe aspettato.

Ma quando sentì Tom dischiudere le labbra e spingerlo con foga contro la porta della camera, decise di scollegare il cervello. Decise che il litigio poteva aspettare. Che poteva anche dimenticare.

Che, in fondo, di tutto il mondo là fuori non gliene importava nulla.

Tom si aggrappò alla maglietta di Bill e fece aderire la sua schiena contro la porta. Non sapeva cosa gli fosse venuto in mente. Voleva tappargli la bocca. Smettere di sentirlo urlare. E baciarlo. Aveva fatto tutte e tre le cose insieme. Ed era andato anche oltre. Dal giorno in cui lui aveva baciato Bill… aveva deciso di darsi una calmata con lui. Di tenere sotto controllo gli ormoni e tutto il resto. Perché Bill era suo fratello.

Dovevano stare attenti.

Già.

Avrebbero dovuto, più che altro.

Bill si lasciò scappare un gemito quando la mano di Tom arrivò dietro la nuca. E Tom pensò di impazzire quando si ritrovò a sfiorare con la propria lingua il piercing di Bill.

Adesso aveva un’idea più che precisa del motivo che aveva spinto suo fratello a farsi fare un buco nella lingua. E aveva anche chiaro nella mente, che non sarebbe riuscito a interrompere quel bacio. No. Non ne aveva la forza. Quando si trattava di Bill tutta la sua volontà svaniva.

Bill inclinò leggermente la testa di lato, mentre le sue mani percorrevano la schiena del fratello fino a raggiungere le spalle. Le sue dita sfiorarono piano il collo di Tom, per poi raggiungere il cappellino che indossava. Glielo sfilò, preoccupandosi di non staccarsi mai dalla sua bocca.

Dovettero separarsi tra i gemiti di protesta di entrambi. Avevano entrambi bisogno di respirare. Ed era realmente necessario darsi una calmata.

Sì.

Dovevano stare attenti.

Bill lo guardò negli occhi così intensamente che Tom si sentì stupido al confronto. Bill era quello intenso. Lui… no. Non poteva farci nulla.

Ma non abbassò lo sguardo.

Due paia di occhi identici si fissavano in un modo totalmente nuovo. Ed entrambi pensavano a quanto si sentissero fuori luogo di fronte all’altro, non arrivando a comprendere che di fronte ai sentimenti si è sempre e comunque scoperti. Si è sempre in gioco. Ma che è proprio questo il bello.

Tom sospirò. “Non ho mai baciato qualcuno più alto di me…” provò a dire per allentare la tensione. Sembrò riuscirci perché Bill gli sorrise. E gli sembrò adorabile.

“Non è la prima volta che ci baciamo” gli fece notare.

Tom sgranò gli occhi. “Cioè, secondo te quei… mah, bacetti? Non saprei come definirli… sono paragonabili a questo?”

Bill scosse la testa, divertito. “No…” Attirò verso di sé il corpo di Tom, senza staccare la propria schiena dalla porta, e appoggiò la testa nell’incavo del suo collo. “… però mi bastavano” mormorò.

Perché mi basti tu, Tom…

Tom sorrise. “Sì beh… io preferisco questo…”

Non dirlo Tom. Non dire così… non farlo…

Bill strinse forte gli occhi. “Sarà sempre peggio…”

Suo fratello sospirò. “Perché dici questo?”

… perché mi sto incatenando a te e sto aggiungendo anche un lucchetto di cui non voglio trovare la chiave…

Bill si strinse a lui ancora di più. Erano così abbracciati stretti da sembrare un’unica persona. E Bill sembrava così piccolo. Così diverso dal diciassettenne in tempesta ormonale che aveva risposto al bacio con un impeto esattamente pari al suo. In quel momento l’unica cosa che riusciva a vedere in suo fratello era la fragilità. E una profonda tristezza.

“Perché più ci spingiamo in avanti, più farà male…” rispose infine.

Le sue parole furono una pugnalata nello stomaco per Tom.

Perché?

Se Bill non fosse stato suo fratello… beh non ci sarebbero stati così tanti casini. Forse all’inizio avrebbe tentato il suicidio scoprendosi gay, ma sarebbe stata una cosa accettabile alla fine.

Mentre nel loro caso… beh, non era gay. Il fatto che… provasse tutto ciò che provava –alcuni termini gli facevano paura… non rendendosi conto che, in fondo, erano solo parole- per Bill, non significava che gli piacessero i ragazzi. Gli piaceva Bill. E basta. Gli piaceva Bill in quanto Bill, non in quanto ragazzo.

Rimaneva comunque una cosa sbagliata. Totalmente indecente. Assolutamente.

Perché poteva passare sopra al fatto che… beh, Bill fosse maschio… ma che fosse suo fratello? Non era qualcosa da gridare al mondo. Non era nemmeno pensabile.

E, purtroppo, aveva ragione Bill. Ogni passo avanti tra di loro avrebbe significato sempre più problemi. Sempre più dolore.

Chiuse gli occhi. Cercò di concentrarsi solo sulle braccia di Bill che lo stringevano. Sul suo respiro sul collo. Sui suoi capelli assolutamente pazzi che gli facevano il solletico. Sul suo corpo eccessivamente magro stretto attorno al proprio. E più pensava a tutte queste cose, più non poteva capacitarsi del fatto che fosse realmente sbagliato tutto ciò che provava.

Si sentiva bene. Si sentiva come non si era mai sentito nelle braccia di un’altra persona. Solo Bill riusciva a fargli quel effetto.

Tom sospirò.

Potrei accettare di interessarmi –interesse? Non stava parlando di una notte e via… stava parlando di Bill- ad un ragazzo. Ma come faccio ad accettare di essere innamorato di mio fratello?

Non ne aveva idea. Ma la cosa, in quel momento, non riusciva realmente a preoccuparlo.

 

****

 

“Abbiamo estratto la pallottola”

Tom sgranò gli occhi. Pallottola? Avevano sparato a Bill? Non aveva neanche pensato a cosa fosse successo. Però si ricordava il sangue. Tanto, tantissimo sangue. E le sue mani sporche. E il volto pallido, quasi bianco, di suo fratello. E la corsa con l’ambulanza. E… basta.

Tom strinse gli occhi, cercando di scacciare tutte quelle immagini.

“L’intervento è andato bene, ma abbiamo dovuto metterlo in coma farmacologico. Tra 24 ore lo sveglieremo”

Il medico continuava a parlare. Tom non riusciva realmente a comprendere le sue parole. Coma? Bill era in coma? Ma aveva detto che era andato bene l’intervento. O no?

Dio…

Stava impazzendo.

Aveva un bisogno disperato di rivedere il volto di suo fratello. Dovevano farglielo vedere.

“Dottore…”

Era realmente la sua voce? Sembrava così diversa. Come se si fosse svegliato dopo un sonno lunghissimo.

Il medico rivolse il suo sguardo su di lui.

“…posso… posso vederlo?”

Il dottore arricciò le labbra, contrariato. “Solo per poco” Tom sentiva le lacrime far capolino dai suoi occhi. Dio, non ancora… non ho più la fora per piangere…

Forse furono gli occhi lucidi e sconvolti. Forse la maglietta sporca di vomito e sangue. Forse la mani strette a pugno. Forse il volto pallido.

Il viso del dottore si rilassò. “Due minuti”

Bill… adesso torno da te…

Lo fecero entrare in un'anonima stanza d'ospedale.

Bill era lì.

Immobile. In un letto. Con i capelli disordinati e il volto pallido.

E tutta la sua vitalità scomparsa.

Dove sei Bill? Che cosa ti hanno fatto?

Scoppiò di nuovo a piangere quando il dottore lo lasciò da solo nella camera di suo fratello.

 

****

 

4 Ore e mezza prima

Che cos’è un presagio?

È qualcosa che non si riesce a spiegare. È una sensazione. A volte una certezza.

Solo che non lo si può rivelare. Nessuno ci crede.

Tom aveva un presagio. Una brutta, bruttissima sensazione gli scivolava lungo il collo e poi giù, fino alla schiena.

Un brivido.

Ma non disse niente, perché nessuno gli avrebbe creduto.

Era appena iniziata Schrei. Bill correva da una parte all’altra del palco. Era incredibile quanta energia riuscisse ad avere. Ogni volta lo lasciava senza parole. Bill era capace di andare avanti per ore a saltare e a urlare come un pazzo. E poi passare il resto della sua vita a dormire. Era assurdo. Come tutta la personalità di Bill, del resto.

Lo vide avvicinarsi e, inconsciamente, gli sorrise. Suo fratello gli lanciò un’occhiata significativa.

Manca poco…

Con tutto ciò che questo poteva comportare.

Tom distolse lo sguardo, incapace di reggere ancora per molto quello di suo fratello. A volte era decisamente imbarazzante capire sempre cosa passasse nella testa dell’altro.

Si concentrò sulla folla davanti a lui.

Sorrise, guardando una ragazza particolarmente carina che era nella prima fila.

 

****

 

Komm und rette mich,
Ich verbrenne innerlich.

(Rette mich – Tokio Hotel)

 

****

 

Ma salve a tutti! *_* Oddio che carine che siete state tutte quante a recensire! Io pensavo che avrebbero letto questa storia al massimo 3/4 persone O_O Mi avete sorpreso! *_* Non posso che ringraziarvi!! Vi adoro! <3

 

SakiJune: ti ringrazio tanto ^_^ Mi ha fatto veramente piacere il tuo commento.

Anachan87: *_* oh cara, grazie mille. Quando ho letto il tuo commento avevo gli occhi così O_O *me sconvolta* Non mi aspettavo delle così belle reazioni. Siete troppo buoni. Grazie sul serio.

Fteli: grazie ^_^ Oh beh, il mio intento era anche ricreare un po’ l’ansia di Tom nel vedere Bill in quello stato. E l’ansia di Bill nel provare qualcosa di così forte per Tom. Un po’ un casino^^

Kia: esigenze di copione temo^^ Bill è quello più bersagliato della band per quanto riguarda le critiche negative. Far sparare a Tom non avrebbe avuto lo stesso effetto temo^^

Lisachan: Tatinaaaaa *_* Waaaaa. Già te l’ho detto, ma… GRAZIE. GRAZIE.  ma...* Waaaaa. Già te l'o lo stesso effetto temo^^

lla band per quanto riguarda le critiche negative. ni. Oh tata, la dedicata te la meriti proprio tutta tutta. Sì, sì. Assolutamente. Spero che questo secondo capitolo sia all'altezza del primo. Mi sto veramente divertendo a scriverla. *_* (ci si può divertire mentre si fa schiattare le persone? XD). Grazie grazie grazie!

Grecobain: Oddio non pensavo di far addirittura piangere. Però mi fa piacere^^ Grazie mille per il commento.

Rebel_girl92: ti ringrazio.

Bell_Lu: pallottola, esatto^^ Ti ringrazio, sono contenta che ti sia piaciuta così tanto. *_* Grazie mille per la recensione.

Lemonade: Grazieeee. Beh, David trattiene Tom più che altro perchè, anche se non è scritto esplicitamente, è sconvolto e non ragiona. ^_- Ma non temere, gemellini Kaulitz insieme *_*

Nainai: Oh che recensione seria^^ Molto bella però. Ti ringrazio, mi ha fatto molto piacere leggerla. Ho scritto questa storia principalmente perchè, lo ammetto, volevo qualcosa in più da leggere sui gemelli. Purtroppo, tranne le storie di Liz, non ce ne sono molte... e quelle che ci sono non mi entusiasmano. Speravo di poter arricchire questo fandom con qualcosa anche solo di leggermente apprezzabile^^ Spero di esserci riuscita.

BambolinaROssa: sono felice di essere riuscita ad emozionarti, è il motivo per cui scrivo. Far emozionare le persone che leggono. Grazie per aver commentato.

Vanillasky_y: grazieeee. Secondo capitolo arrivato^^

 

Vi ringrazio tutti tantissimo. Spero che anche questo capitolo possa piacervi e farvi emozionare anche solo un pochino. Mi fate sapere che ne pensate?