Protect me from what I want

 

Importante: Tutto ciò che è descritto in questa storia è frutto della mia fantasia, ergo: non c’è niente (o quasi) di reale. Tom e Bill non fanno (e non hanno fatto) nulla di quanto raccontato in queste pagine. È presente una componente TWINCEST. Vi ho avvertiti prima: non vi piace, non leggete.

 

 

CAPITOLO 1: Victims of fate

 

Unsere Träume waren gelogn
Und keine Träne echt.

Sag das das nicht wahr ist.

 

(Rette michTokio Hotel)

 

****

 

29 Ottobre 2010

 

Ho ricevuto la tua lettera.

Non penso di poter descrivere ciò che ho pensato quando ho aperto quella busta. Quando ho riconosciuto la grafia. Riconosciuto. Che parola assurda… come se l’avessi mai dimenticata. Ho pensato a te nel momento esatto in cui ho visto il mio nome su quel pezzo di carta. Solo tu riuscivi a rendere speciale anche un nome banale come Tom.

In quell’istante ho pensato di buttare via la lettera. Di darle fuoco. Di eliminarla.

Forse sarebbe stato meglio. Avrei evitato di sentirmi male. Avrei evitato di ripensare. Avrei evitato di risponderti.

E avrei concesso al mio cuore la possibilità di continuare a battere. Ma, come sempre, tu hai fatto di nuovo irruzione nella mia vita. Come sempre, non sono riuscito a chiudere la porta dalla quale entrava il tuo riflesso.

Chi è il più idiota tra i due?

 

*

 

Non posso pensare di risponderti come se nulla fosse. Ho bisogno di tempo, credo. Non sono neanche sicuro di volerla inviare questa cazzo di lettera.

Ma tu hai riportato a galla troppe cose.

Devo tentare di risponderti.

Devo farlo.

Ma ho bisogno di tempo.

Pensare mi fa impazzire.

 

*

 

Non so dove voglio arrivare. Non capisco nemmeno a cosa possa servire risponderti. In fondo, non mi hai fatto nessuna domanda. Che senso ha?

Non lo so.

Non chiedertelo. E non chiedermelo. Non pretendere che io abbia delle risposte. Su questo punto sono sempre stato una frana.

 

*

 

Perché ad un certo punto uno deve affrontare la realtà. In un certo senso deve chiudere i conti con il passato per poter andare avanti.

Ecco. È questo il motivo.

Devo chiudere con il passato. Devo definitivamente metterci una pietra sopra.

Però è assurdo.

So che non mi crederai, ma non riesco a pensare all’idea di chiudere con te.

E non credere che tre anni fa io l’abbia fatto. Tre anni fa io sono scappato. Sono corso via, spaventato a morte.

Tre anni fa ti ho abbandonato.

Non pensare che per me sia stato facile. Ancora adesso è una ferita che sanguina.

Incredibile come la tua lettera l’abbia riaperta con un colpo netto. E io che credevo di averci messo tutto l’impegno possibile per ricucirla.

Mi sono sbagliato.

Come tante altre volte nella mia vita, temo.

 

*

 

Ho fatto tanti sbagli. Ho commesso tanti errori. Con te, mi sono particolarmente sbizzarrito.

Ed eri proprio l’ultima persona che meritava tutto questo.

Sono stato un idiota. E so che non potrai perdonarmi. Non riesco a farlo io stesso, come potresti farlo tu?

Però, sul serio, devo chiedertelo. E probabilmente non sentirò mai la tua risposta, ma non ce la faccio a tacere. Non ci sono mai riuscito. Questo è uno dei miei difetti. Ancora adesso me lo trascino dietro come una condanna.

Quindi non sentirti in obbligo di prendere il telefono e rispondermi. Probabilmente non voglio nemmeno saperla la risposta. Probabilmente già la so. Però… un giorno riuscirai a… non dico dimenticare… ma ad andare avanti? Potresti farcela?

Potresti guardarmi di nuovo negli occhi senza odiarmi?

Se la risposta è no… ti prego, fa che io non lo sappia mai.

 

*

 

Ho sempre pensato che la cosa meravigliosa tra noi due fosse la grande complicità.

La grande comprensione che avevamo di noi stessi e dell’altro.

Quegli sguardi ammiccanti, a volte maliziosi, più spesso divertiti… in cui ci trasmettevamo tutto quello che le nostre parole si rifiutavano di farci comprendere.

Non trovi che fosse bellissimo?

Di sicuro era qualcosa di unico.

Quel guardarsi e capirsi. E quel silenzio che ci circondava. Sembrava incredibile, ma potevamo passare ore a discutere. Come potevamo passare ore in silenzio.

Era quella la nostra forza.

Riuscire a capirci sempre e comunque. Essere sempre uniti. Nel bene e nel male. Semplicemente esserci per l’altro.

Come posso essere stato così stupido?

Forse il mio primo errore è stato non chiedere.

Non chiedere, nel momento in cui i tuoi sguardi sono diventati misteriosi e i tuoi gesti distorti.

Non chiedere.

Sarebbe bastato parlarti. Tu mi avresti spiegato. E io avrei capito.

Invece non l’ho fatto.

Ho iniziato ad interpretare.

A trovare spiegazioni che non erano realmente le tue. A trovare mie risposte ai tuoi gesti.

Questo è stato il mio primo grande sbaglio. Ma l’ho capito solo dopo.

Una volta lontano da te, ho ripensato spesso a noi. A cosa ci aveva portato ad un passo dall’abisso. A cosa mi avesse portato ad un passo dalla pazzia.

Mi sono reso conto che la colpa è stata un po’ di tutti e due.

Ma la verità è che se io non mi fossi ostinato a rimanere circondato dal mio orgoglio… forse adesso saremmo ancora insieme, e i Tokio Hotel esisterebbero ancora.

 

*

 

Non pensavo che fosse così difficile.

Sapevo che avrei faticato a mettere insieme le idee, i pensieri… Dio, i ricordi… ma, sul serio, questa confusione è troppa.

Forse dovrei semplicemente mettere il cuore in pace a affidarmi a tutte queste immagini che riaffiorano nella mia mente. Forse dovrei abbandonarmi ad esse.

Ma so che faranno male.

So che non vorrai leggere nulla di tutto ciò.

Ma so anche che, probabilmente, questa è l’unica cosa da fare.

Devo farti capire.

 

*

 

Sai qual è una cosa che di sicuro non potrei mai dimenticare? Il nostro ultimo compleanno insieme.

Il nostro diciottesimo compleanno.

Ti ricordi?

Eravamo così emozionati. Due mocciosi allo sbaraglio. O forse il moccioso ero solo io.

Mi ricordo gran parte della festa. Non tutta. Il finale l’ho decisamente eliminato dai miei ricordi. Troppo alcool in corpo a volte fa quest’effetto.

Tu invece cercavi di rimanere sobrio. Volevi assaporare ogni attimo di quel momento.

Mi ricordo ancora come le tue dita stringevano la coppa di champagne. Come i tuoi occhi mi cercavano tra la folla. Come le tue labbra si piegavano in un sorriso.

Pensavi che avessi dimenticato?

No.

Non ho dimenticato nulla di te.

Non ho dimenticato quando mi hai afferrato per la manica e mi hai portato in bagno. Quando mi hai baciato, incurante del fatto che potessero scoprirci. Quando mi hai mormorato “Tanti auguri”. Quando mi hai sorriso e mi hai offerto il tuo bicchiere di champagne. E quando ti ho risposto che io preferivo la birra.

E, sul serio, mi sembrava incredibile essere lì con te dopo quello che ci era successo. Dopo quello che ti era successo.

Mi sembrava incredibile poterti riavere con me.

Dopo tutte le lacrime che avevo versato in ospedale, poterti baciare di nuovo, poterti stringere, poterti guardare… era tutto ciò che desideravo.

Forse furono tutti quei pensieri a distogliermi da te. Ero così concentrato sulla tua presenza, sul tuo ritorno - chiamiamolo così - con me… che non riuscivo a focalizzare l’attenzione su ciò che dovevi aver provato tu.

Solo adesso capisco che per te, tutto quello era ancora più grande e importante.

Eri tu, quello che aveva rischiato di morire.

Eri tu, quello che aveva dovuto sopportare l’idea di dover restare in ospedale.

Eri tu, quello che aveva dovuto vincere la paura di ritornare a vivere.

Eri tu, quello che aveva dovuto superare la fobia di cantare in pubblico.

Io non riuscii a capirlo.

Sentivo solo la tua gioia. Non andavo più a fondo. Non scavavo oltre quei sorrisi. Oltre quegli sguardi.

Il bacio che mi hai dato in quel bagno, significava molto di più, vero? Era la tua dichiarazione di guerra alla vita.

Che venisse pure ad affrontarti, tu eri pronto.

Io, da idiota, riuscii solo a concentrarmi sulla tua bocca e sul piercing alla lingua. Come ogni volta, mi ero lasciato andare, staccando completamente il cervello.

 

*

 

Ero ubriaco.

Scusa patetica, lo so. Però è la verità.

Ero realmente ubriaco.

Una volta usciti da quel bagno mi rituffai nel casino e nella musica. Tu eri con me.

Ma, stare continuamente insieme, era impossibile.

Ripresi a bere. Tanto. Troppo.

Non mi ricordo bene come finì la serata.

Ma ricordo ciò che successe prima. E dopo. Soprattutto dopo.

 

*

 

Era carina. Me lo ricordo. E ci provava. Spudoratamente. E tu non eri con me. E io stavo bevendo.

Non sono solo un mucchio di scuse. È la verità. E lo sai. Lo sapevi anche allora. Però

Però ho sbagliato io e hai sbagliato tu, ammettilo.

Non è stata solo colpa mia.

Mi ha baciato lei per prima. E, ti giuro, non avevo intenzione di lasciarmi andare. Però l’ho fatto.

E tu mi hai visto.

Ci hai visti.

Adesso posso immaginare cos’hai provato.

Tu che eri pronto a tutto pur di stare con me… ti vedevi costretto ad affrontare la realtà. Io, a volte, ero un idiota. Troppo spesso, in effetti.

Però, so che non ci crederai, ma, sul serio, erano mesi che non baciavo qualcuno che non fossi tu. E ti prego, credimi. Non avrei motivo di mentire.

Non posso dire che dal nostro primo bacio a quel momento non passai mai la notte con qualche ragazza. Sarebbe una bugia.  

Ma dal giorno in cui abbiamo iniziato a dormire insieme… beh sì. Non sono stato a letto con nessuna. E, credimi, non ho nemmeno mai baciato qualcuno.

Puoi non crederci, ma tu mi riempivi la vita. Mi bastavi. Mi bastavano i tuoi occhi. Mi bastava il modo in cui ti morsicavi il labbro oppure come ti inumidivi le labbra con la lingua. Mi bastavano le tue mani. Mi bastavano i tuoi baci. E mi bastava il tuo sorriso.

Tu eri tutto ciò che volevo.

Quel bacio non significò niente per me. E anche tutto ciò che successe dopo… nemmeno me lo ricordo.

Ma significò tanto per te.

Era una sorta di affronto, vero? Avevo appena baciato te…  O forse, più semplicemente, tu avevi già capito cose che a me erano ancora nascoste. O che non volevo capire.

La nostra festa proseguì nel migliore dei modi in effetti. Avevi un autocontrollo di ferro certe volte. Solo che dentro stavi urlando dalla rabbia. Ma io ero troppo ubriaco per poter sentire quel grido.

 

*

 

“Chi è?”

Ti ricordi questa frase?

Il mio risveglio da maggiorenne avvenne con questa domanda.

Avevo un mal di testa assurdo. E ci misi qualche secondo a capire. Cosa che ti fece arrabbiare ancora di più. Avevi aspettato tutta la notte per potermi parlare. Avevi aspettato che lei se ne andasse. Lei. Non ricordo neppure il nome.

Quando riuscii a mettere a fuoco, ti trovai seduto sul mio letto. Avevi gli occhi fissi nei miei. Ed eri furioso.

La consapevolezza di ciò che era successo in quella stanza mi colpì come  una bastonata.

Avevo fatto sesso con una ragazza di cui non ricordavo nulla.

E tu sapevi tutto questo.

Ti risposi che non lo sapevo, vero?

E tu ti arrabbiasti.

Per la prima volta da mesi, ti vedevo realmente incazzato con me. Eri furioso. Ed eri deluso.

Io ti avevo tradito. Ma non come si tradisce la persona che si ama. Ti avevo tradito prima di tutto come fratello. Come amico. Come persona.

Ricordo il bicchiere d’acqua frantumarsi sul pavimento. Ricordo il cuscino che hai afferrato e scaraventato contro la porta. Ricordo le tue mani tremare. Ricordo i tuoi occhi piangere.

Eri sconvolto.

E in quel momento pensavo solo a quello.

Solo al fatto che eri arrabbiato con me. E che io ti avevo tradito. E che avevo fatto una stronzata.

Non vedevo il fatto che, anche all’inizio di tutta quella nostra strana storia, avevo passato delle notti con delle ragazze… ma tu non mi avevi mai detto nulla. Non vedevo il fatto che eri più dispiaciuto che arrabbiato. Che quelle lacrime non erano di rabbia, ma di dolore.

Avevi paura di perdermi.

Ma io non riuscii a capirlo.

Perché anch’io avevo paura di perdere te. E per me, in quel momento, era l’unica cosa che contava.

Non ero arrivato a decifrare realmente i tuoi occhi. E se adesso ci ripenso, mi viene da gridare per quanto sono stato stupido.

Eri innamorato.

Ma io non volevo vederlo.

Nonostante provassi lo stesso per te, anche se non ci hai mai creduto, non riuscivo ad accettare il fatto che tu tenessi a me in un modo così profondo.

So che è uno strano ragionamento.

Ma cosa vuoi che ti dica? Avevo paura.

Ogni giorno di più, ci stavamo dirigendo verso un tunnel senza uscita. Perché lo sai anche tu, che una storia vera, tra noi due, era impossibile.

Però non riuscivamo e non volevamo staccarci.

Ciò che io rappresentavo per te era esattamente ciò che tu rappresentavi per me.

Quel sentimento che avevi tentato di descrivere una volta. Quel bisogno che ci spingeva l’uno verso l’altro.

Stava diventando ogni giorno di più un bisogno eccessivo. O almeno, questo era ciò che pensavo.

Diciott’anni e un giorno.

La nostra maggiore età era iniziata nel peggiore dei modi.

 

*

 

La tua gelosia improvvisa fu un duro colpo.

Mi resi conto che, per stare con te, sul serio, avrei dovuto rinunciare alle feste, agli ammiccamenti, ai baci e agli strusciamenti con le ragazze.

Era una cosa a cui non avevo mai pensato. Perché non mi ero mai soffermato realmente sulla nostra relazione. Vivevo il momento.

La tua sfuriata mi fece capire che tu tenevi a me. E che io non volevo perderti.

Ma mi fece anche capire che tutti quei giochi maliziosi con le ragazze a cui ero abituato… beh facevano parte della mia vita. Non sapevo se volevo realmente liberarmene.

Ero un adolescente con gli ormoni in subbuglio.

Tu mi bastavi sul piano mentale, Bill, sul serio. Tu eri tutto ciò che volevo.

Ma c’era quella parte di me, quella parte che amava in modo smisurato il sesso, che richiedeva qualcosa in più.

La realtà era che avevo paura di dove questa richiesta avrebbe potuto portare noi due insieme.

Così avevo scelto di liberarmene in altro modo.

Ti ferii in un modo così profondo… ma quando facemmo pace, pensai sul serio di aver guarito la tua ferita. La ferita che io stesso ti avevo provocato.

Mi sbagliavo.

 

*

Certe cose non si possono dimenticare, vero?

Mi avevi perdonato. Ero riuscito a convincerti che non era nulla. Che tu eri tutto per me.

Ma la ferita rimaneva.

Cos’hai pensato nel momento in cui me ne sono andato?

Io ho avuto paura di morire.

Soprattutto, ho avuto paura di veder morire te.

Ma non sono tornato indietro.

La verità era che avevo più paura a stare con te che di morire.

Ero un idiota.

 

*

Una parte di me vorrebbe sul serio tornare indietro.

Un’altra parte assolutamente no.

Vincerà di sicuro la seconda, visto che ancora non sono riuscito a modificare lo scorrere del tempo.

Però mi piacerebbe veramente tanto poter tornare a tre anni fa.

Sarò patetico, banale e quant’altro.

Ma mi manchi.

 

*

 

Mi serve tempo.

Lo so, lo so che ho avuto tre anni. Tre lunghissimi anni per pensare.

Tre anni lontano da te.

Ma non ci riesco.

Quando mi hai scritto quella lettera… anche tu sentivi questo peso?

Anche tu sentivi di impazzire?

Io non so più niente.

Non riesco a ragionare. Non riesco a pensare a noi. Non riesco a pensare a te. E i ricordi fanno sempre più male.

Che cosa diavolo ci è successo, Bill?

Che cosa abbiamo fatto di male per meritarci tutto questo?

Io non trovo una risposta. Ma qualcosa ci dev’essere.

Qualcuno dall’alto ci ha unito. Ventuno anni fa siamo stati condannati ad un’esistenza in due.

Tre anni fa ci siamo divisi.

Che sia colpa del destino, che sia colpa mia, il risultato non cambia.

Dimmi, da allora hai vissuto realmente?

Io no.

Ci ho provato. Ci ho provato sul serio. Pensavo che dimenticarti… far finta di nulla… provare ad andare avanti… fosse qualcosa di possibile.

Ho sottovalutato la portata del nostro legame, temo.

L’ho sottovalutata tre anni fa, quando me ne sono andato.

Ho continuato a sottovalutarla mentre tentavo di rifarmi una vita.

Pensavo che rotolarmi fra le coperte con una ragazza a caso, che bere, lavorare, potesse in qualche modo oscurare la tua presenza dentro la mia vita.

È stata la mia ingenuità più grande.

Ancora adesso, dopo tre anni, non sono riuscito ad estirparti dal mio cuore.

Che cosa mi hai fatto, Bill?

 

*

 

Che cosa ti ho fatto?

Non voglio una risposta a questa domanda.

Ho paura di cosa potresti dirmi.

Preferisco non sapere.

 

*

 

Dovrei affrontarlo. Dovrei realmente ripensare a quella sera.

Alla nostra sera.

Non credo che ci sia bisogno di dire altro. Ma sono sicuro che sia qualcosa di cui dobbiamo… di cui devo parlare.

Ma non ne ho le forze, Bill.

Non stasera.

A volte ricordare quanto sei stato felice in passato… significa rendersi conto di quanto la tua vita faccia schifo nel presente.

 

*

 

Primo capitolo terminato. Che ve ne pare? A me mette una grande tristezza, lo ammetto. -_- mea culpa che mi ostino a scrivere cose drammatiche. Ma cosa volete farci? Io ci sguazzo in queste cose *_* Però devo dire che questa narrazione in prima persona mi piace. È divertente da scrivere (divertente… oddio… per ciò che scrivo non molto…).

Qui c’è un riferimento a Verbrennen (quando Tom parla dell’ospedale)… ma sono piccole cose.  In futuro non so se ce ne saranno ancora.

Il titolo è preso dalla canzone dei Placebo che il titolo alla storia (“Maybe we’re victims of fate”)… ditemi se non è perfetta *_* Adoro quella canzone.

Probabilmente si è capito poco di ciò che è successo nel passato dei due gemelli… ma qualcosa di più chiaro c’è, no?

Vi avverto che, a differenza di Verbrennen, questa storia non è già programmata. Non so quanti capitoli saranno. E, soprattutto, non so come finirà. Ho una mezza idea, ma dipende tutto da dove mi porteranno questi due tati. Sta a loro decidere.

Ringrazio di cuore chi ha recensito questa storia: grazieeee!! *_*

 

Whity: ecco qui svelate alcune cose. Spero che adesso sia più chiaro, anche se probabilmente nel secondo capitolo si capirà qualcosa in più. Spero ti sia piaciuto anche questo!

Anachan87: oh no, credimi, non voglio porre fine alla tua vita ^_- Spero sul serio che con l’entrata nel vivo della ff, la storia continui ad appassionarti. Non vorrei mai far scadere nel banale Verbrennen, a cui ci sono molto affezionata. *_* Grazie mille per il commento bellissimo!

Auty91: ohhhh che bella recensione! Ti ringrazio! Il fatto che io sia riuscita a colpirti, nonostante il tuo non-amore per le twincest mi riempie di gioia *_* Grazie mille! Sono veramente contenta di averti entusiasmato con ciò che ho scritto!

Ginnyred: ehhh visto che brava che sono? Ho postato subito il seguito di Verbrennen… più che altro, nel momento in cui ho pubblicato l’ultimo capitolo, mi è venuto in mente tutto questo. *_* grazie mille per i complimenti.

Judeau: oh, grazie! *_* Averti fatto piacere una twincest è una grandissima conquista *_* *scritta perfettamente*… *me arrosisce*… Grazie!!

Camminatrice sul cielo: pure io adoro tanto i gemelli! *_* mi piacerebbe tantissimo avere un fratello gemello… però maschio *_* grazie mille per i complimenti e per la recensione!

Agi: eh sì, è Bill che scrive a Tom. piano piano si capirà meglio cos’è successo, anche se qualcosa qui è già chiaro… ^_^

Melly86: ti ringrazio^^

Cioccorana: oh no… non potrebbe mai essere Tom a scrivere qualcosa del genere a Bill. perlomeno non il *mio* Tom ^_-. Sì, era Bill… spero ti piaccia anche questo capitolo!

Lisachan: tatina <3… figurati se smetto… abbiamo una missione, ricordi? Salvare I Kaulitz *_* ce la faremo >_< Non so se in questo capitolo sono stata molto più chiara… spero si capisca qualcosa di più sulla situazione… ciao ciao e grazie *_*

Lemonade: ti ringrazio! Spero di non deluderti allora!

 

Che dire? Grazie di tutto… mi fate sapere cosa ne pensate a proposito della risposta di Tom? ^_-

 

Un abbraccio e alla prossima!