Vermisst du mich?
Note: Bill
e Tom non mi appartengono e niente di quanto narrato
è successo veramente (più o meno). E
no, ovviamente non ci guadagno nulla da tutto questo.
CAPITOLO UNICO
Hello…
Do you miss me
I hear you say you do
but not the way I'm missing you
*
Bill
appoggiò la borsa sul letto con uno sbuffo, prima di guardare nuovamente il display del cellulare, con la speranza di trovare qualcosa
di suo. Qualcosa che poi non era proprio qualcosa. Era più un messaggio. Due parole in croce per fargli sapere come stava e, magari,
chiedergli qualcosa di lui.
Bill
l’avrebbe fatto, solo che non voleva fare sempre la parte di quello apprensivo
e attaccato, perché poi Tom
se la prendeva e non voleva proprio litigare con lui quando non avevano nessun
modo di far pace se non uno stupido telefono.
Comunque
Tom non aveva ancora pensato a lui. O forse ci aveva pensato, ma non aveva fatto nulla. Forse
anche Tom stava pensando proprio le stesse cose, che
non voleva, cioè, risultare apprensivo.
Bill
si sedette sul bordo del letto e osservò il telefono nella sua mano.
Alla fine
andava sempre a finire così, con lui che si dimostrava per quello che era, cioè uno attaccato a suo fratello.
Digitò
velocemente un ‘Arrivato.
Come stai?’ e premette Invio, prima di lasciarsi cadere a peso morto sul letto, ma
mantenendo i piedi ben piantati per terra.
Il
soffitto di quella camera era di un bianco quasi accecante e il copriletto
sotto la sua schiena era esattamente come lo ricordava, di seta azzurra con i
bordi sulla tonalità del blu. Era un colore che piaceva sempre molto a Tom.
Ecco, se
c’era una cosa positiva nel fatto che si trovasse a
Berlino da solo, era di sicuro il poter rimanere una notte nel suo hotel
preferito. Il punto sfavorevole era la mancanza di Tom,
e il fatto che in quelle stanze c’erano un mucchio di dettagli che gli
ricordavano suo fratello. E i momenti passati con lui.
E le notti
passate con lui.
L’ultima
volta che erano stati al Ritz, Tom
aveva urtato contro il tavolino su cui era appoggiata una bottiglia di vodka e
l’aveva fatta cadere a terra, provocando un mezzo disastro e una reazione da manager stremato da parte di David.
La
vibrazione del cellulare e un piccolo bip
lo informarono che Tom gli
aveva risposto al messaggio.
‘Tutto ok. Georg già
sente la tua mancanza perché la sua piastra non funziona.’
Per un
attimo fu tentato di chiamare il loro bassista per
domandargli delle condizioni dei suoi capelli, ma non lo fece. Probabilmente
era una balla e un modo da parte di Tom per fargli
sapere che in realtà mancava a lui. Era sempre piuttosto ristretto con certe
manifestazioni verbali d’affetto, suo fratello, ma non era un qualcosa che gli
dispiaceva. Tom era fatto così, gli faceva
complimenti a bassa voce
perché così nessun’altro avrebbe potuto
sentire e quindi prenderlo in giro, e si preoccupava sempre per lui, ma senza
pressarlo troppo. Tom gli lasciava il suo spazio, gli
lasciava fare ciò che voleva, ma Bill
sapeva perfettamente che avrebbe solo dovuto intercettare lo sguardo di suo
fratello per farlo accorrere al suo fianco.
Rannicchiò
le ginocchia al petto, mentre ancora fissava quel pugno di parole sul display del cellulare. Già gli mancava, nonostante non si
vedessero da qualche ora. Gli mancava come le cose normali, come una collana
che metteva spesso perché era il regalo di sua madre o come l’orsetto Mecky che portava sempre con sé. Gli mancava, perché ciò che
si ha davanti tutti i giorni rientra nel giro della
quotidianità, si è abituati alla loro presenza e ad un certo punto si corre il
rischio di dare tutto per scontato.
Così,
come diventava matto se non trovava quella collana o se Mecky
veniva lasciato per sbaglio sul tourbus,
allo stesso modo gli mancava Tom, proprio per il
fatto che fosse così abituato ad averlo vicino a sé.
Il rumore
di qualcuno che bussava alla porta, probabilmente Saki
o David, lo riscosse.
“Sì?” mormorò,
mettendosi a sedere.
“Tra
dieci minuti nella hall” gli rispose la voce profonda
di Saki dall’altra parte della porta. Bill sbuffò, passandosi una mano tra i capelli e valutando
se fosse il caso o meno di rispondere a Tom prima di
darsi una sistemata.
Bill
si alzò dal letto e si diresse in bagno, afferrando il beauty case appoggiato
sopra il mobile. Visto che di nuovo aveva ceduto per primo,
mandando un messaggio a Tom, che, probabilmente, non
aspettava altro, decise che prima si sarebbe dedicato a se stesso e poi avrebbe
pensato a suo fratello.
Tanto
aveva già in mente la risposta da inviargli.
Anche tu mi manchi.
*
Tom
guardò di nuovo il cellulare nella vana speranza di aver ricevuto un messaggio
senza essersene accorto. In fondo il telefono era rimasto in quelle enormi
tasche per ben cinque secondi. Un tempo più che sufficiente per ricevere
numerosi messaggi.
Sbuffò infastidito quando il display gli restituì semplicemente
l’immagine di Jessica Alba. Fotografia che aveva fatto arricciare il naso a Bill, ma Tom aveva argomentato il fatto che non poteva mettere una
sua foto, e di certo non una foto di loro due insieme, perché sarebbe stato
troppo sospetto.
E si sarebbe comunque
vergognato a morte.
Il fatto
che poi, nella galleria interna, ci fosse una cartella dedicata solo a suo fratello era un fattore secondario. Era lì, nascosta e
protetta dagli occhi indiscreti. Era sua e basta, e andava bene così.
“Guarda
che Bill sta lavorando. Dubito che avrà abbastanza
tempo da star dietro ad un fratello apprensivo…”
Tom
alzò lo sguardo, infastidito e imbarazzato, e lo puntò addosso a Gustav, appena entrato in cucina e intento a versarsi
qualche strano intruglio salutare in un bicchiere.
“Lo so
perfettamente!” rispose piccato, cercando di combattere la voglia di osservare
nuovamente il cellulare rimettendoselo in tasca.
Gustav
alzò un sopracciglio, senza preoccuparsi di rispondere, e ingurgitò il
contenuto arancione del suo bicchiere. Tom sperò per
un attimo che gli andasse per traverso.
Era un
pensiero cattivo e gratuito, lo sapeva perfettamente, ma odiava mostrarsi
debole agli occhi degli altri. Anche se ‘debole’
non era affatto la parola esatta, e ‘gli altri’ erano soltanto i suoi amici.
Gustav
appoggiò il bicchiere nel lavandino, prima di girarsi nuovamente verso di lui.
“Stasera Georg vuole uscire. Ti unisci a noi o…”
Tom
riusciva perfettamente a completare quella frase lasciata in sospeso. ‘… o rimani in casa a sperare che Bill ti risponda?’
Tom
sospirò, prima di stamparsi addosso il migliore dei suoi
ghigni strafottenti. “Ovvio che ci sono.”
Gustav
lo osservò per un istante, prima di annuire. “Uhm, d’accordo. Io adesso esco, ci vediamo dopo…” borbottò prima di dirigersi verso la
sua camera.
Quando Tom lo vide sparire al di là della
porta, afferrò nuovamente il cellulare per darci l’ennesima occhiata.
Era patetico. Giocava a fare il duro e il
senza cuore, ma era pure il primo ad impazzire quando
si trovava senza Bill. Gli mancava e non riusciva a
farci niente.
Lo voleva lì, con lui, lo voleva a portata di una carezza o di
un abbraccio o di un bacio. Magari avrebbero potuto sfruttare l’uscita serale
di Georg e Gustav per stare
da soli. Già riusciva a sentire la consistenza di Bill
sotto le dita e sotto la pelle.
Ecco. Fantastico.
Tom
sbuffò, battendo la testa contro il piano della cucina.
L’ultima
cosa di cui aveva bisogno era di eccitarsi. E invece
era esattamente ciò che gli stava
accadendo. E solo pensandolo.
Fanculo, Bill. Fanculo.
*
Bill
si guardò critico nello specchietto che portava nella borsa. Sapeva che era un
gesto dannatamente femminile e in effetti un po’ se ne
vergognava, ma non era colpa sua. Dieci minuti erano veramente troppo pochi per
assumere un’aria vagamente presentabile, dopo che aveva passato il resto
della mattinata su un aereo.
Se ci
fosse stato Tom probabilmente
gli avrebbe rifilato uno di quei suoi complimenti mascherati, qualcosa del tipo
‘Non fare il paranoico’ oppure ‘Guarda che non devi flirtare con la giornalista’. Però Tom non c’era, e quindi aveva bisogno di sapere se
risultava accettabile, ecco.
Quando la
porta si aprì di scatto, facendo entrare i giornalisti di Vanity
Fair che avevano il compito di intervistarlo, Bill si
preoccupò di lanciare lo specchietto nella borsa, prima di dipingersi addosso un sorriso.
Era
pronto per rispondere alle loro domande. O forse era il caso di dire che doveva
essere pronto. Anche se la sua testa era proprio da tutt’altra parte, anche se in quel momento riusciva a
pensare a Tom e solo a lui. Doveva concentrarsi quel
minimo per riuscire a fare il suo lavoro, nonostante l’unica cosa di cui avesse
veramente voglia fosse sentire la voce di suo
fratello.
Non aveva
ancora risposto al suo messaggio. Alla fin fine, tra una cosa e l’altra, non
era riuscito ad inviargli quelle quattro parole in croce.
Forse
alla fine della giornata avrebbe potuto chiamarlo e sentire la sua voce. Ecco.
Quello era un pensiero abbastanza felice, un pensiero per cui
valeva la pena sorridere ai giornalisti e rispondere alle loro domande.
Doveva
solo aspettare un po’, qualche altra ora, e poi l’avrebbe
risentito e gliel’avrebbe detto direttamente, che gli mancava. A voce è sempre meglio, no? A voce, Tom avrebbe potuto sentire esattamente ogni sfumatura di
quelle quattro parole.
Bill
si scostò una ciocca di capelli dagli occhi e riprese a rispondere alle
domande.
*
Bill
non si era fatto sentire per tutto il giorno.
Se
tralasciava l’sms che aveva
ricevuto nel primo pomeriggio, non aveva più avuto sue notizie.
E
dannazione, lui voleva sapere come stava.
Sì, ovviamente, stava bene. Per il semplice fatto che non è che si trovasse a Berlino da solo,
ma…
Voleva comunque sentirlo.
Aveva
avuto voglia di chiamarlo, di sentire la sua voce, di chiedergli direttamente
come stava, cosa stesse facendo, se gli mancava almeno un po’, ma poi non ne aveva avuto il
coraggio, come sempre.
Era un
vigliacco sentimentale di proporzioni enormi. Perché
non si faceva scrupoli ad infilarsi nelle sue mutande, ma si vergognava da
morire se solo doveva dirgli qualcosa di carino o di dolce.
Tom
guardò per l’ennesima volta il cellulare, prima di abbandonarlo sul letto e
afferrare tutto l’occorrente per la doccia.
In fondo
non era una cattiva idea uscire con Georg e Gustav. Gli sarebbe servito per staccare la mente dal
pensiero fisso. Dal suo personale pensiero fisso.
Afferrò
un paio di boxer puliti dal cassetto e si diresse in bagno, deciso a lavarsi
via un po’ di preoccupazione e di apprensione. Bill sapeva cavarsela anche da solo, non era un bambino e
probabilmente non aveva neppure bisogno di lui.
Fu
chiudendo con uno scatto secco la porta del bagno che realizzò
che, al contrario, probabilmente era lui ad aver bisogno di suo fratello.
*
Quando
Bill riuscì a rimettere piede nella sua camera, era
così stanco ed esausto e insonnolito che avrebbe potuto benissimo addormentarsi
per terra. Invece doveva quantomeno farsi una doccia, struccarsi, mangiare e
dormire su di un letto vero, visto che ne aveva
l’occasione.
Solo che
non ne aveva per niente voglia, proprio per niente.
Si sdraiò
sul letto a pancia in giù, annusando l’odore di pulito del copriletto e
immaginandosi invece l’odore di Tom.
Tom…
Non l’aveva
ancora chiamato.
Dannazione.
Bill
si portò a sedere lentamente, afferrò la borsa ed estrasse il cellulare. Non
c’erano nuovi messaggi o chiamate, ma non importava. L’avrebbe
chiamato lui, se ne fregava dell’orgoglio dopo un certo punto.
Mi manchi, non
c’è niente di sbagliato.
Digitò il
numero di suo fratello, sentendo già la pelle del viso tirarsi leggermente,
segno che stava sorridendo. E questa volta senza imposizioni,
proprio come sempre, quando i suoi sorrisi erano rivolti a suo fratello.
Gli veniva naturale, ed era una cosa che Tom gli
rinfacciava ogni volta.
Uno
squillo.
Due
squilli.
Tre
squilli.
Quattro
squilli.
Al quinto
squillo Bill premette sul tasto rosso, per
interrompere la chiamata. Era strano che Tom non
rispondesse al cellulare, visto che suo fratello ci viveva letteralmente attaccato.
Bill
sospirò, prima di appoggiare il telefono sul comodino. Era strano ed era orribile,
perché ancora una volta si ritrovava a realizzare di aver bisogno di qualcosa,
proprio nel momento in cui non poteva averla.
Come la
collana, Mecky, Tom e la
sua voce.
Gli
mancava Tom. Non l’aveva sentito praticamente
per tutto il giorno.
Gli
mancava raccontarsi e sforzarsi di ascoltarlo, perché quando era Tom a parlare la sua attenzione era sempre al massimo. Si
sforzava di captare la sua voce e le sue sfumature,
per non lasciarsi sfuggire niente, per poterlo ascoltare veramente.
Bill
sbuffò e appoggiò il cellulare sul comodino.
Si
sarebbe fatto la doccia e poi l’avrebbe richiamato. Non era la fine del mondo
alla fin fine. Non era successo niente.
*
Is there laughter on the line
Are you sure you're there alone
*
“Pronto?”
Tom quasi non riconobbe la propria
voce.
Probabilmente era dovuto al fatto che tutto quel fumo
nel locale gli si attaccava in gola. E di certo la birra
che aveva bevuto non l’aiutava.
“Tomi?”
La voce
di Bill, per contro, gli parve limpidissima.
“Hey…” mormorò, cercando di tornare in sé, nonostante tutto
ciò che riusciva a pensare fosse Bill.
Bill
dall’altro capo della cornetta.
Bill
da solo, probabilmente in camera.
Bill
sdraiato sul letto.
Bill
che gioca nervosamente con una ciocca di capelli.
“Come
stai?”
“Bene. Tu?
A che ora torni domani?”
Fu in
quel momento che Franka o come diavolo si chiamava,
decise di tornare con in mano i due drink che Tom le aveva chiesto di andare a prendere.
Era
carina, in effetti, ma giocava più il ruolo della sostituta che altro. Tom non era ancora riuscito a lasciarsi alle spalle la
mancanza di suo fratello. E del suo corpo.
E un
po’ si faceva pure schifo da solo a pensarla in quei termini, ma il punto era
che non rientrava solo nella sfera sessuale. Il punto era che la mancanza
fisica di suo fratello dopo un po’ diventava insostenibile per il semplice
motivo che la sua assenza si faceva pesante. Era pesante per il suo cervello,
per il cuore e per tutto il suo corpo. Era pesante perché non c’era abituato e
perché anche il minimo contatto con il corpo di Bill
lo faceva stare bene.
Ma Bill non c’era…
La
ragazza appoggiò i bicchieri sul tavolino davanti a lui e poi si sedette al suo
fianco, talmente vicino che non avrebbe fatto alcuna differenza se si fosse
seduta direttamente sulle sue gambe.
Si sporse
verso di lui, facendo scorrere le labbra sul suo collo. “Mi sei mancato, sai?”
mormorò lei.
Tom
non ci fece particolarmente caso, ma in realtà non fece neppure caso alla
risposta di Bill, tanto che non la
sentì affatto.
“Tom? C’è un casino assurdo, si può sapere dove sei?” Non riuscì ad interpretare la voce di suo fratello. Sembrava…
preoccupato?
“Sono
fuori” rispose cercando di risultare assolutamente
normale, nonostante la mano di Franka stesse
percorrendo un po’ troppo audacemente la sua coscia, “Sono uscito con Georg e Gustav…”
Georg
e Gustav che, in quel momento, erano praticamente dispersi.
“Ah.”
Da quella
semplice esclamazione Tom riuscì ad immaginarsi
perfettamente l’espressione di suo fratello.
E non
gli piacque.
Sentì Bill sospirare. “Mi manchi…” esalò con un sospiro.
Tom
chiuse gli occhi, abbandonando la testa contro lo schienale del divanetto. “Anche tu.” mormorò cercando di non
farsi sentire dalla ragazza, intenta ad accarezzarlo prepotentemente in mezzo
alle gambe.
Era vero
che gli mancava. E, con gli occhi chiusi, la mano di Franka
riusciva perfettamente a diventare la mano di Bill… anche se suo fratello
avrebbe saputo esattamente cosa fare per portarlo subito al limite. L’avrebbe
di sicuro baciato, perché come lui amava il sapore di Bill,
anche Bill amava il suo, di
sapore. E l’avrebbe accarezzato lentamente ma con decisione, perché suo
fratello sapeva perfettamente come muovere le sue dita, come riuscire a farlo
vibrare sotto di esse, come riusciva a farlo
supplicare.
Aprì gli
occhi di scatto, quando si rese conto che no, Franka non era affatto Bill e che suo
fratello si trovava a chilometri di distanza.
Cazzo.
Era tutto
il pomeriggio che era eccitato e tutto quello non lo stava
affatto calmando. Aveva bisogno di Bill,
aveva voglia di Bill, ora.
“Domani
ci vediamo… ciao Tomi.” sentì suo fratello mormorare,
e Tom si chiese se avesse detto dell’altro,
precedentemente. Dell’altro a cui non aveva risposto.
Perché di nuovo si era lasciato trasportare dal suo corpo, dimenticandosi di
tutto il resto, dimenticandosi del fatto che Bill non fosse affatto lì. Che non fosse con
lui, su quel divano.
“Ciao.”
Rispose prima di riattaccare. E un po’ si odiò. Si
odiò perché alla fin fine finiva sempre così.
Lui che non aveva mai veramente il coraggio di dirgli cosa provava,
suo fratello che non poteva di certo obbligarlo… e la sua assenza che si faceva
sempre più dolorosa. Così dolorosa che non sapeva che altro fare, se non cercare di
sopperirle con qualcuno che non era Bill, che non ci
assomigliava, ma che lo faceva sentire meno solo per quel pugno di ore che poteva durare.
In
attesa del ritorno di suo fratello.
*
Non aveva
dormito particolarmente bene.
Bill
non sapeva quale fosse la causa. O
forse sì, forse lo sapeva perfettamente, ma ammetterlo…
Era
meglio pensare ad altro e ripetersi che non
era successo nulla, che andava tutto bene, tutto alla grande.
Che mancava veramente poco prima di poter stringere di nuovo Tom, di poter di nuovo essere con lui.
Mancava poco, doveva pensare solo a quello e concentrarsi su quel pensiero.
Il punto
era che la sua mente a volte si comportava secondo leggi tutte particolari e si
ostinava a riprodurre pensieri tutt’altro che felici.
Uno su
tutti, soprattutto.
Di chi cazzo
era quella voce?
Bill
non voleva pensarci, perché… perché di no. Perché suo
fratello gli aveva risposto ‘anche tu’ al suo ‘mi manchi’. E
doveva essere felice di quello, perché era già qualcosa, era già una risposta
di cui essere soddisfatti.
Si
trattava pur sempre di Tom, no? Quello restio ad un
certo tipo di manifestazioni d’affetto. Quello che non gli diceva praticamente mai a parole che gli voleva bene, però lo
trattava come la cosa più preziosa del mondo.
Non era
successo niente, doveva convincersi di quello, perché a pensare ad altro… non
avrebbe comunque risolto nulla.
Bill
ripose anche l’ultima maglietta nel trolley e chiuse
la cerniera. Si guardò intorno cercando di capire se avesse dimenticato
qualcosa, ma poi i suoi occhi si posarono nuovamente sul suo
cellulare.
Era troppo
presto per poter chiamare Tom. Era presto perché suo
fratello era semplicemente un ghiro e di sicuro era ancora immerso nel mondo
dei sogni, e non gli andava di disturbarlo.
Nonostante tutto continuava a preoccuparsi per lui.
Forse
però poteva comunque mandargli un messaggio, giusto
per fargli sapere che lo pensava. E sì, era una cosa decisamente
diabetica da fare, ma come sempre, alla fine di tutti i suoi ragionamenti,
prevaleva il cuore.
Così
afferrò il cellulare, schiacciò in fretta i tasti, compose il messaggio e lo
inviò.
*
Tom
sentì il cellulare vibrare nella tasca dei suoi pantaloni nel momento in cui si
richiuse la porta del loft alle spalle.
Cercò di
fare il meno rumore possibile nel dirigersi nella sua camera da letto e sperò
ardentemente che stessero ancora dormendo tutti.
Quando
richiuse anche la porta della sua camera, tirò un sospiro di sollievo e si
sedette sul letto, afferrando il cellulare per leggere il messaggio.
Era di
Bill, ovviamente.
‘Giorno, Tomi. Ho voglia di rivederti.
Tom
rimase immobile a fissare quelle parole per una quantità indefinita di secondi.
E si sentì proprio un cretino.
Un
cretino stupido idiota.
Si passò
una mano sul viso e sospirò, senza mai staccare lo sguardo dal display del cellulare. Anche a quell’ora indecente del mattino, Bill
pensava a lui. Anche in quel momento, nonostante fosse distante e avesse pure
tutto il diritto di non preoccuparsi affatto, lo
faceva.
E lui
era un coglione perché era appena rientrato da una
nottata passata con una tizia che aveva rimorchiato la sera prima.
Si sdraiò
sul letto e fissò il soffitto e si chiese se Bill aveva intuito qualcosa. Se durante quella
notte l’avesse sentito e si fosse svegliato con quella sensazione.
Tom
si chiese se fosse arrivato quel giorno. Il giorno in cui suo fratello si
sarebbe stancato di lui e dei suoi modi e l’avrebbe
scaricato. Giustamente.
Tom
sapeva di sbagliare e sapeva di comportarsi malissimo nei confronti di Bill, solo che… che certe volte non riusciva
ad impedirselo. E non era per gli ormoni o tutta
quella serie di stronzate. Era perché a volte aveva
bisogno di sentirsi di nuovo normale.
Anche se tornare alla normalità voleva dire ferire Bill.
Come la
sera precedente.
Non aveva
realmente bisogno di fare sesso. Non era un animale e per la miseria, riusciva
a controllarsi.
Ma Bill non c’era. E la sua assenza
era troppa, perché oltre alla mancanza si aggiungeva il bisogno di non
pensarci, di distrarsi, di fare qualcosa di assolutamente stupido e scemo e
normale.
Erano
ragionamenti infantili e neppure ben articolati, lo sapeva anche lui. E si sentiva sempre in colpa, dopo. E
anche durante.
Come
quella notte. C’era stato un momento in cui si era veramente convinto che
quella con cui era a letto fosse Bill,
perché gli aveva accarezzato la nuca con così tanta gentilezza che… che,
veramente, solo Bill lo trattava in quel modo.
E
invece non era lui.
Tom
rotolò sul fianco e si alzò.
Doveva
farsi una doccia e togliersi quei vestiti, perché si rendeva conto da solo di
puzzare decisamente troppo.
E poi
tra poche ore sarebbe arrivato Bill. E magari avrebbe
trovato il coraggio di dirgli che gli era mancato. A lui, proprio a lui, non passando per Georg,
Gustav o altri.
*
Quando
Bill aprì la porta, la prima cosa che lo investì in
pieno fu odore di patatine fritte. Probabilmente un souvenir del pranzo.
L’istante
dopo aver appoggiato sulla mensola la sua borsa, comparve Georg
pronto, a giudicare dall’abbigliamento, per uscire.
“Hey!” esclamò ad alta voce non appena vide Bill “La star è tornata!” urlò in direzione del corridoio.
Bill
sbuffò, mormorando uno “Stronzo”, mentre si dirigeva verso la sua camera trascinandosi
dietro l’enorme trolley. Fu in quel momento che la porta della camera di Tom si aprì e ne uscì suo fratello, sorridente.
“Bill!”
Bill gli sorrise, sentendosi contemporaneamente un idiota perché
poteva solo ipotizzare che razza di faccia da cretino imbambolato gli si fosse
dipinta sul viso.
“Ciao
Tomi” rispose lui, oltrepassandolo per arrivare alla propria camera e sperando
che Tom lo seguisse. E suo fratello non lo deluse affatto.
E quando
entrambi furono al sicuro nella sua stanza, non riuscì
ad impedirsi di abbracciarlo e di premere le labbra sul suo collo, dove così
tante altre volte le aveva appoggiate. Tom sapeva di
shampoo e di deodorante, segno che, molto probabilmente, non era passato molto
tempo da quando si era fatto la doccia.
Si
sentiva bene e si sentiva a casa, ed era di nuovo con Tom quindi non poteva andare assolutamente meglio.
Era
consapevole del fatto che fossero passate veramente poche ore da quando l’aveva visto l’ultima volta. Insomma, non era
stata di certo la fine del mondo ed era qualcosa di sopportabile. Ma… ma la verità era che non era un motivo sufficiente per sentire
di meno la sua mancanza. Era qualcosa più forte di lui, aveva semplicemente
bisogno di essere vicino a Tom,
ecco tutto.
Gli altri
non avrebbero comunque capito, ma sperava che almeno
per Tom fosse lo stesso.
*
Tom
osservò suo fratello riporre le magliette nei cassetti. Le tirava fuori dal trolley, dava loro una sistemata e poi le metteva
nei cassetti.
Gli
piaceva guardare Bill, perché suo fratello riusciva
ad essere profondamente assorto in tutto ciò che faceva. Anche
mettendo a posto delle stupide t-shirt.
E ogni
volta che intercettava il suo profilo al di sotto della
massa di capelli neri, si sentiva sempre di più uno stupido. Poco più di un
verme.
Perché non riusciva a togliersi dalla mente il fatto di averlo
nuovamente trattato in quel modo. E Bill neppure lo sapeva.
Il punto
era che a volte si sentiva come in trappola. Era difficile da spiegare, ma
quello che condivideva con Bill era pur sempre
qualcosa di anomalo,
anche se odiava definirlo così. E a volte necessitava
di evadere.
Suo
fratello aveva capito che era inutile gridargli addosso, tirargli uno schiaffo
o fargli promettere. Perché poi ci sarebbe caduto di nuovo.
Bill
sapeva anche che tutto quello non significava niente, che per Tom rimaneva lui la persona più importante. Che quelle che si portava a letto erano solo scopate e nulla più.
Ma se a
volte arrivava a non sopportarsi lui stesso, cosa
poteva pensare Bill di lui?
Suo
fratello sistemò anche l’ultima maglietta e poi si girò a guardarlo,
soddisfatto. “Finito!”
Tom gli sorrise e gli fece cenno di avvicinarsi e Bill non se lo fece ripetere due volte.
E nel
momento in cui assaporò di nuovo le labbra di suo fratello, si chiese come
aveva potuto anche solo ipotizzare di ritrovare quel sapore addosso a Franka, o come diavolo si chiamava lei. Perché
era chiaro ed era logico che fossero due cose talmente distanti che… sì.
Si sentiva ancora più stupido.
Un giorno
avrebbe dovuto veramente finirla. Perché altrimenti l’avrebbe
fatta finire Bill, e non poteva sopportare l’idea.
Non poteva proprio.
*
Bill
si staccò da lui, sempre sorridendo. “Vado un attimo in bagno. Torno subito.”
Tom
annuì, mettendosi comodo sul letto e piegando le labbra in un sorriso. Bill si alzò in piedi ed uscì dalla stanza, controllando
per abitudine che non ci fosse nessuno nel corridoio.
Si avviò
verso il bagno, passandosi una mano tra i capelli. Erano disastrosi perché la
sera precedente non era riuscito a sistemarli bene, ma in fondo per stare in
casa sarebbero stati accettabili.
Si
richiuse la porta del bagno alle spalle e immediatamente i suoi occhi si
andarono a posare sulla maglietta che Tom aveva
abbandonato lì, dopo che aveva fatto la doccia quella mattina.
Bill
sorrise, nello sfiorare piano il tessuto in acrilico. Odiava quella maglietta. Perché era enorme, perché era viscida e perché suo fratello ci
nuotava dentro.
La
odiava, ma era di Tom,
quindi andava comunque bene.
La prese
in mano e fece scorrere il tessuto tra il pollice e l’indice, prima di portare
la maglietta fino al suo viso. E qualcosa lo colpì
all’improvviso. La consapevolezza e la constatazione. E
anche altro, che però non volle decifrare.
A volte
era meglio tagliare via delle emozioni quando
diventavano troppe e ingestibili. A volte era meglio semplificare perché…
perché a volere solo la verità, beh, quello non era l’odore di Tom.
O
meglio, c’era, c’era nascosto tra i fili del tessuto quel profumo riconducibile
solo a suo fratello e che lui conosceva così bene, ma non era il solo ad essere
presente.
E
l’altro… l’altro faceva male anche solo pensarlo.
Perché era da donna.
Era un fottutissimo profumo da donna e Bill non ci mise molto a capire cos’era successo quella notte.
Faceva
male. Era doloroso e annichilente, perché lui non l’avrebbe mai fatto.
Ma la
verità era che non fosse neppure la prima volta e, probabilmente, non sarebbe
stata neppure l’ultima.
Forse era
quello il pensiero che gli procurava più tristezza di tutti.
Quello
che però riusciva a risollevarlo era che a Tom non
gliene fregava niente di tutte quelle là fuori. E non
era un pensiero di comodo, qualcosa che si ripeteva per non soffrire troppo. Era
la verità e lo sapeva, così come lo sapeva Tom, che pure si ostinava a comportarsi in quel modo. Non
era giusto e per lui che subiva tutto quello era anche peggio, ma…
… ma, probabilmente, come tutte le altre volte non avrebbe detto
niente.
Tom
era suo e stava con lui, anche se era
un’espressione stupida da utilizzare con il proprio fratello.
E
allora gli bastava ricordarsi, ripetersi e convincersi che Tom
lo amava, per far passare tutto il resto in secondo piano.
Non era
importante. Faceva male, ma non era
importante.
Fino a
quando avrebbe avuto il cuore di Tom tra le sue mani,
quelle là fuori avrebbero solo potuto sfiorarlo, ma mai possederlo veramente,
mai assaggiarlo, gustarlo nella sua interezza, perché apparteneva a lui.
Bill
lanciò la maglietta nell’angolo da cui l’aveva raccolta con stizza. Era comunque difficile mettere a tacere l’orgoglio che sempre
veniva fuori in momenti come quelli.
Era
difficile perché non faceva che ripetersi che lui non avrebbe mai fatto nulla del genere.
Non
avrebbe mai tradito Tom.
Tradito.
Che
poi, quanto poteva considerare veramente tradimento ciò che faceva Tom, se la mente di suo fratello era costantemente con lui,
anche quando scopava altre persone?
Ma
restava comunque il fatto che andasse a letto anche
con altre.
E per
quanto rigirava la questione, faceva comunque male.
Bill
si passò una mano sulla guancia, sbuffando infastidito e umiliato quando
percepì una scia umida.
Stupide
lacrime e stupido lui.
Stupido, stupido, stupido.
*
Quando
vide suo fratello sedersi accanto a lui sul letto, non riuscì ad impedirsi di
avvicinarsi ed abbracciarlo, affondando con il naso nei capelli di Bill.
“Ci hai
messo un’eternità, che stavi facendo in bagno?”
Suo
fratello si strinse a lui e premette le labbra contro la sua tempia. “Niente”
Tom
si scostò da Bill e lo guardò negli occhi. “Tutto ok?”
Bill
lo osservò a lungo, quasi stesse valutando il suo viso o i suoi
occhi o proprio tutto. E Tom si chiese cosa stesse vedendo.
E poi
lo vide avvicinarsi e impossessarsi quasi con rabbia delle sue labbra. Bill gli si strinse addosso, facendo scorrere le sue dita
lunghe nei rasta, sfiorandogli piano il naso con il
proprio, assaporando ancora una volta la sua bocca.
Si
baciarono a lungo, passando da uno stato di assoluta
frenesia ad uno di calma, di dolcezza, di tenerezza. Quando
Bill si allontanò da lui, ancora con gli occhi
chiusi, Tom non riuscì a non notare le labbra
leggermente arrossate di suo fratello. Labbra che percorse con il pollice, soffermandosi
con cura su ogni loro piega.
Bill
sospirò, prima di abbracciarlo, appoggiando la testa sulla sua spalla. “Va
tutto bene.” rispose finalmente alla sua domanda. “Sei
ancora mio.” aggiunse subito dopo in un sussurro.
Tom
lo strinse a sé e gli baciò la fronte.
Non
avrebbe comunque
potuto essere di nessun altro, era quella la verità.
E lo
sapevano entrambi.
*
Think of me
Only me
Kiss the rain
Whenever you need me
Kiss the rain
Whenever I'm gone too long
If your lips
Feel hungry and tempted
Kiss the rain
[Kiss the rain – Billie Myers]
****
Note dell’autrice: Buongiorno people!
Stranamente posso dire con orgoglio che questa storia in origine non doveva
essere piccolissima XD. Quindi non è mi è sfuggita
dalle mani, come sempre. E stranamente è pure una one shot ed è nata per essere tale °_° Mi stupisco da sola del
fatto che io abbia scritto così poco, visto che avrei potuto tirare fuori una
storia a capitoli, ovviamente. Ma ho cercato di
mantenere i propositi iniziali, ecco.
Comunque!
Parliamo di questa piccina, perché ha due o tre note che devono essere scritte.
Il vero
momento iniziale è stato probabilmente uhm… 4 anni fa, credo XD Ed è vero eh!
Nel senso che 4 anni fa, nell’allora 4° liceo, il mio amato prof madrelingua
inglese ci ha fatto ascoltare questa canzone e poi
l’ha interpretata. Ecco, da quel momento mi è rimasta la voglia di scriverci
qualcosa su, perché la sua spiegazione ‘quando
sei eccitato, fatti una doccia fredda’ era semplicemente fantastica XD
perché toglieva tutta quell’aurea romantica che
invece poteva mantenere ad un ascolto superficiale.
Ecco,
qualche mese fa mi è tornata in mente e mi sono detta
che non aveva ancora scritto nulla al riguardo. Dovevo quindi provvedere! E così nasce questa shot.
Mi sono
però detta da subito che non volevo qualcosa come il video della canzone o come
spesso si legge: scene isteriche e litigate furiose. Non volevo niente del
genere perché c’era già tutto. Volevo qualcosa di normale, ecco. Qualcosa del
tipo ‘sì, ok. Non mi sta bene, ma non mi interessa’.
Come
tutte le mie idee è rimasta lì, scritta nell’agenda
per parecchio, poi ieri mattina mi sono svegliata con la voglia impellente di
scriverla ed eccola qui XD.
Ringrazio
Sar@ per
la traduzione in tedesco del titolo, che significa ‘Ti manco?’. Se fosse stato per me avrei come sempre optato per il classico inglese (che
è sostanzialmente un verso della canzone), ma mi piaceva l’idea del tedesco ._.
(EDIT: scoperta del giorno dopo, l’orsetto di Bill in
realtà non si chiama Mecky, non si sa se ha un nome
in effetti, ma comunque l’idea di chiamarlo così è di Sar@,
solo che io la prendo come enciclopedia-tokiosa e
quindi pensavo che realmente si chiamasse in quel modo. E invece non ha nome ç_ç Povero orsetto)
Bene.
Dopo aver scritto note chilometriche (perdono ._.), posso tornare a studiare il
carissimo Manuale di Retorica che mi
sta guardando. -_-‘ E vi prego, ditemi che qualcuno di
voi ha la vaga idea di come preparare 12 libri (più appunti ovviamente) in meno
di un mese per fare due esami. Ditemelo! Ne ho bisogno ._. Perché io non faccio
che tergiversare, e non va bene!
A presto!
(spero ._.)
PS: e
grazie a Lokex
che ha sbrogliato insieme a me l’arduo dilemma del
genere e del rating XD