DON’T SAY A WORD

 

Note: Bill e Tom non mi appartengono e niente di quanto narrato è successo veramente (più o meno). E no, ovviamente non ci guadagno nulla da tutto questo.

 

Dedicata a Liz per i suoi vent'anni! (leggermente in ritardo, ma chissene!)

 

Tom Kaulitz poteva dire ragionevolmente di stare per impazzire.

Poteva dirlo perché non era certamente normale, continuare a guardare l’orologio come se avesse potuto rivelargli la salvezza del mondo. Però lo faceva. E sbuffava. E imprecava, neppure troppo mentalmente.

Tom Kaulitz poteva dire ragionevolmente di stare per impazzire.

E non per tutta una serie di futili motivi, quali erano il guardare l’ora, sbuffare o imprecare, no. Poteva dirlo perché era solo. Beh, non proprio solo solo, nel senso stretto del termine.

Ma tanto ormai tutti sapevano che, semplicemente, per Tom Kaulitz, essere senza Bill, significava essere abbandonato a se stesso. E poco importava se, effettivamente, il gemello solo era l’altro.

Lui si sentiva così perché Bill si sentiva così.

“Tom, continuare a contare i secondi non farà accelerare il tempo, sai?”

Georg, per esempio, avrebbe dovuto saperlo di non provare neppure lontanamente a distrarlo. Perché quando Tom era solo diventava scontroso e scorbutico. E pure antipatico. Anche se, il diretto interessato, continuava a sostenere che fossero solo un mucchio di stronzate.

“Non sto contando i secondi” borbottò, affondando ancora di più nel sedile e guardando fuori dal finestrino. Non che vedesse molto, per lo più luci sparse sulla pista per il decollo.

“Ah no?” proseguì il bassista, con il chiaro intento di tener fede al suo ruolo di capo maggiore della band. Che poi, nessuno lo considerasse maggiore di qualcosa, era un altro discorso e a lui non importava. “Sei passato ai millesimi?”

“Fottiti”

Georg sbuffò, cercando di impedirsi di tirare una sonora manata sulle spalle di Tom. Cosa che, sicuramente, sarebbe servita a scuoterlo, ma gli avrebbe pure provocato un danno non indifferente alle scapole. E l’ultima cosa che poteva essere utile in quel momento, era mettere fuori uso pure il chitarrista.

“Dai, Tom, tra poco decolliamo e-”

“Avremmo dovuto decollare venti minuti fa. Si può sapere che cazzo stanno facendo tutti quanti?” lo interruppe Tom, senza degnarlo di un’occhiata.

Georg sospirò, rassegnato, spostando lo sguardo su Gustav, al di là del corridoio. Il batterista si strinse nelle spalle, come a volergli dire di lasciar perdere.

Forse, per il momento, era la soluzione migliore. Perché, nonostante ciò che si ostinava a sostenere Tom, quando era solo, diventava veramente scontroso, scorbutico e pure antipatico.

E un Tom antipatico era veramente qualcosa che nessuno avrebbe potuto sopportare. Anche solo per il fatto che ricordava un po’ troppo Bill. E Bill, in quel momento, era un po’ la questione spinosa.

Spinosa per Tom. Spinosa da farsi quasi male.

Perché mi manca da morire, e questo fottuto aereo non si decide a partire.

Perché Bill era lontano e lui era solo. E quindi, l’unica cosa utile che potesse fare, era quella di continuare a guardare l’ora, su quel suo orologio adibito esclusivamente ai viaggi –giusto per sapere quanto durava il suo periodo di morte temporanea, ecco- e imprecare affinché quel cavolo di stupido mezzo di locomozione si mettesse finalmente in moto.

 

*

 

Bill Kaulitz poteva dire ragionevolmente di stare per impazzire.

Poteva dirlo perché non era certamente normale, continuare a rigirarsi nel letto come se fosse stato sul punto di morire. Però lo faceva. E sbuffava. E imprecava, neppure troppo mentalmente.

Bill Kaulitz poteva dire ragionevolmente di stare per impazzire.

E non per una serie di futili motivi, quali erano il rigirarsi nel letto, sbuffare o imprecare, no.

Poteva dirlo perché era solo.

Era solo in un modo molto relativo, in effetti. Il dottore se n’era andato poco prima, e sapeva che non appena avesse schioccato le dita si sarebbe precipitata tutta la popolazione presente nel loft. Però si sentiva solo. Solo perché, anche volendo, anche pensando intensamente a lui, non avrebbe potuto vederselo comparire accanto nel letto. Non ancora per lo meno.

E, lo sapevano tutti, che l’unica persona che fosse veramente autorizzata a stargli accanto non erano gli efficienti bodygard, o la sua assistente personale. Era solo Tom.

E Bill poteva scommettere sul fatto che anche suo fratello si stesse sentendo in quel modo.

Poteva esserne sicuro, perché non c’era mai stato un momento in tutta la sua vita, in cui non aveva sentito anche con il cuore di Tom. E non era per il fatto che, come alle ragazzine romantiche piaceva ipotizzare, il suo cuore era quello di Tom. Non era una questione di essere, era più che altro una questione di essenza. Lui sentiva il proprio e sentiva quello di Tom, anche se erano due cose separate.

Perché Tom era Tom e Bill era Bill. E, visto che per tutta la vita aveva cercato di lottare per questa distinzione, ci teneva particolarmente a rimarcarla. Lui era come Tom, ma non era Tom.

E così, Tom era come lui, ma non era lui.

E, proprio per il fatto che fossero così simili, così uguali, ma in due forme diverse, tutto si amplificava.

Quindi, quando diceva di sentire che Tom stava provando le stesse cose, era perché la solitudine era tremenda. Lo era se sopportata da solo. Ma, lo era ancora di più se moltiplicata per due.

E sì, il fatto che si stesse concentrando su un pensiero bello, quale era l’immagine di suo fratello, era solo perché pensare ad altro lo avrebbe distrutto sul serio.

Se, ad esempio, fosse ritornato con la mente al concerto di Lisbona cancellato, si sarebbe rimesso nuovamente a piangere.

Dannazione.

Ecco.

Bill alzò una mano e se la passò sulla guancia, cercando di cancellare sul nascere quella lacrima.

Merda.

Ci aveva ripensato di nuovo.

 

*

 

Solitamente se ne usciva con qualche battuta spiritosa.

Una volta, ad esempio, aveva provato ad imitare Kevin Costner e inginocchiarsi a terra, cercando di baciare l’asfalto della propria madre patria. Non c’era riuscito solo perché David aveva un pessimo senso dell’umorismo e l’aveva afferrato appena aveva capito le sue intenzioni.

In quel momento, però, non aveva per niente voglia di fare lo spiritoso.

Forse era vero che diventava antipatico, quando era solo.

Comunque non gli importava. L’unica cosa che gli interessasse, era salire sulla prima macchina disponibile e andare nell’unico posto possibile.

Accanto a Bill.

Non poteva neppure telefonargli, nonostante stesse letteralmente fremendo. Non poteva perché David gli aveva suggerito che, probabilmente, Bill stava dormendo. Lui sapeva che non era così. Lo sapeva perché, così come era sicuro che Bill avrebbe preteso una montagna di caramelle per riprendersi moralmente, sapeva che non stava dormendo. Era una di quelle convinzioni che gli nascevano da diciannove anni di frequentazioni. Diciannove, sì. Perché lui, poteva vantarsi pure dei nove mesi nella pancia della mamma.

Quindi, cioè, non c’era veramente qualcuno che potesse rivelargli qualcosa di nuovo su Bill, se non Bill stesso. Ma il più delle volte neppure lui.

Comunque non l’aveva chiamato.

Non l’aveva chiamato perché era pure un po’ vigliacco, quando entravano in conto faccende un po’ più serie. Poteva chiamarlo per qualcosa di stupido come chiedergli se avesse trovato o meno, la tonalità di ombretto da abbinare alla maglietta. Poteva chiamarlo per questioni importanti, più o meno riguardanti la band, la famiglia, gli amici. Però non poteva chiamarlo in quel momento. Perché, così come era sicuro di un mucchio di cose, era anche conscio del fatto che Bill si sarebbe messo a piangere.

E come faceva a consolarlo per telefono?

Non poteva.

Perché Bill non si accontentava di certo di qualche frase di circostanza. Non da lui, di certo.

Bill avrebbe preteso e avuto un abbraccio. E la possibilità di piangere sulla sua maglietta, fregandosene di ridurla in uno stato pietoso. E un bacio sulla fronte o sulle guance.

Ma, più di ogni altra cosa, avrebbe preteso la sua presenza.

In modo che nessuno dei due si sentisse più solo.

E lui non poteva di certo negargli tutto quello.

 

*

 

Bill non pensò neppure per un secondo a scacciare la presenza che si era seduta sul suo letto. Non ci pensò perché la riconobbe subito subito.

Non stava aspettando che quello.

E allora aprì gli occhi e li puntò in quelli uguali di suo fratello, che senza dire una parola, aveva iniziato ad accarezzargli i capelli.

Bill fece per aprire la bocca, senza sapere bene cosa dire.

Aveva voglia di piangere, ora. Ne aveva voglia perché non era più solo, c’era Tom. E avere Tom accanto voleva dire anche essere consolato.

Aveva anche voglia di abbracciarlo. Di stringerlo stretto e di lasciarsi stringere.

Aveva voglia di fare un mucchio di altre cose, ma non fece niente.

Tom scosse la testa, non appena lo vide aprire la bocca. “Non parlare, tanto non ce n’è bisogno, ti capisco comunque.”

Bill stirò appena le labbra, mentre si abbandonava alla carezza leggera contro la sua testa. Fece passare un braccio attorno alla vita di Tom e lo tirò verso di sé. Suo fratello si lasciò scivolare sopra le coperte, scalciando via le scarpe e sdraiandosi accanto a lui.

Bill chiuse gli occhi, cercando di non pensare a niente. Non poteva dire di stare bene. Ma di sicuro stava meglio. Ed era già qualcosa.

Appoggiò la testa sulla spalla di Tom, mentre le lacrime che aveva cercato di trattenere eroicamente, iniziavano a scendere silenziose lungo le sue guance.

Ma non se ne preoccupò.

Poteva piangere, ora. Tanto ci sarebbe stato Tom ad asciugargli le guance.

Non era solo.

 

*

 

Non riusciva a farci l’abitudine. Negli ultimi mesi aveva visto suo fratello stare male talmente tante volte, che aveva perso il conto. E, anche a ripescare in una memoria più lontana, poteva comunque ricordare certe cose che non cambiavano mai.

Ad esempio, Bill sembrava sempre piccolissimo. Lo sembrava ad una prima occhiata. Perché vederselo camminare davanti era un conto. Ma vederlo sdraiato sotto chili di coperte, con gli occhi lucidi e lo sguardo perso, era un altro.

Lo sembrava quando si avvicinava a lui. Perché un conto era abbracciarlo dopo un premio ricevuto o un concerto. Un conto era abbracciarlo e sentirlo perso nelle sue braccia.

Bill sembrava la classica persona che tutti avrebbero voluto coccolare. Ovviamente, ad una prima occhiata fugace. Perchè ad una prima occhiata, Bill era solare ed espansivo. In realtà, lo era solo a volte. E solo con chi voleva.

Tom, ovviamente, rientrava nella categoria a pieno titolo.

Tom, però, era anche l’unico che potesse avvicinarsi così tanto a lui quando si sentiva debole e insicuro. Poteva avvicinarsi perché Bill non aveva bisogno di spiegargli niente, lui sapeva già tutto.

Bill odiava farsi vedere in quello stato, perché ci aveva messo anni ed impegno nel cercare di costruirsi una reputazione minima. Una reputazione tra le persone che gli volevano bene.

Con Tom, però, non aveva mai costruito nulla.

Tom sapeva com’era suo fratello e basta.

Gli appoggiò le labbra alla fronte, mentre la sua mano cercava di cancellare le lacrime dalle sue guance. Lo sentiva respirare pesantemente contro la sua spalla, ma non stava singhiozzando.

Si sentì un po’ male nel constatare che, molto probabilmente, durante quella prima fase di crisi, lui non c’era stato.

“Penso di puzzare un po’,” mormorò contro la sua pelle “abbiamo fatto tutto di corsa, non ho avuto molto tempo.”

Era il primo a pensare che fossero affermazioni molto stupide. Ma sapeva che a Bill non sarebbe importato.

Per tutta risposta, suo fratello si strinse ancora di più a lui. Tom percepì la sua mano afferrare con forza il tessuto della sua maglietta, mentre la testa si sistemava meglio nell’incavo del suo collo.

“Mi sono preoccupato da morire” sussurrò, chiudendo gli occhi.

Le sue parole non avevano un filo logico e, probabilmente, neppure dovevano averle.

Ad un orecchio esterno sarebbe sembrato un discorso sconclusionato.

Ma un orecchio esterno non poteva sentire le risposte non dette di Bill.

Lui sì.

“Comunque andrà tutto bene. Tu devi solo cercare di stare bene, ok?”

Bill annuì. Le lacrime ormai si erano fermate. Probabilmente ce n’erano ancora, nascoste dietro le ciglia, ma Bill stava riprendendo a respirare normalmente. Si stava calmando. Ed era l'unica cosa importante.

Si voltò verso di lui, spostandogli una ciocca di capelli per poterlo guardare in viso. Bill lo stava osservando, con quegli occhi enormi e spalancati, resi lucidi dalle lacrime.

Faceva tenerezza, Bill.

A volte risultava isterico. A volte risultava pazzo. A volte risultava incomprensibile.

Perchè nessuno si sforzava di leggergli gli occhi.

Quelli, erano sempre limpidi.

Con quelli non sapeva proprio mentire, Bill.

“Non preoccuparti.” gli mormorò di nuovo, guardandolo fisso.

Bill annuì, socchiudendo leggermete gli occhi.

E Tom non ci pensò più.

Così come sapeva un mucchio di cose riguardo a Bill, sapeva anche quella. Che era giusta.

Era giusto per lui, e per Bill. Ed era l'unica cosa importante.

Gli sorrise leggermente, prima di inclinare la testa di lato e fargli scorrere il pollice sulla guancia, per poter cancellare anche le ultime tracce del suo pianto.

E poi, Tom appoggiò le labbra sulle sue.

 

*

 

Erano calde, le labbra di Tom. Non avrebbe saputo dire altro, perchè suo fratello si era allontanato praticamente subito, continuando a fissarlo.

Però erano calde.

E, nonostante il tempo esiguo in cui le aveva percepite, erano anche morbide.

Bill non disse niente. Si strinse a lui, mentre sentiva le braccia di Tom attorno a sè. E neppure Tom parlò.

Le parole erano importanti se bisognava esprimere qualcosa. Qualcosa di specifico, di importante, di rilevante, di nuovo.

Le parole, in quel caso, non sarebbero servite proprio a niente.

Tom non l'aveva baciato per un motivo specifico. L'aveva baciato perchè doveva baciarlo.

Non era neppure qualcosa di importante. Non più importante di una carezza o di un abbraccio. Era qualcosa che c'era, tra di loro, e basta.

Rilevante, poi, men che meno. Era rilevante come il fatto che volesse bene a Bill. Era sicuramente una cosa seria. Ma non è che bisognasse specificarla.

Soprattutto, non era qualcosa di nuovo.

 

*

 

Quando Tom cercò di alzarsi, Bill lo trattenne giù, con le sue braccia.

E, anche in quel caso, non ci fu bisogno di parole. “Non vado da nessuna parte, giuro. Ma devo parlare un attimo con David.”

Bill gli sorrise leggermente. E, come a volersi sincerare del fatto che tornasse sul serio da lui, non appena Tom si alzò dal letto, la mano di Bill gli afferrò stretta la maglietta, costringendolo a risedersi e a guardarlo di nuovo.

E ad aspettare altri cinque secondi, perchè Bill stava premendo le labbra contro le sue.

E Tom pensò che forse avrebbero dovuto annullare anche il concerto di Madrid. E forse anche qualcuno dopo.

La cosa importante, però, era che Bill non avrebbe più dovuto sentirsi solo.

E neppure lui.

 

****

Note dell'autrice: Come sempre i miei propositi di 'qualcosa di breve' si sono rivelati per quello che sono: cavolate. Doveva essere lunga tre pagine. E sono arrivata a cinque. E' mai possibile, accidenti?

Comunque! Un po' di note in questa storia. Prima di tutto, è per liz <3. E' per liz perchè è da una settimana che mi scervello per trovare un'idea per una shot per il suo compleanno ç_ç. Più che altro, è una settimana che cerco di trovare la voglia per scriverla, una shot -si sa che non andiamo d'accordo-. Poi ieri sera è successo quel che è successo. Non intendo solo i fatti reali da cui questa storia prende spunto -e sono parecchi-, intendo soprattutto il fatto che ieri sera è stato un delirio. E no, voi non volete veramente sapere cosa tre menti -alias liz, ana e la sottoscritta-, possono far uscire quando sono emotivamente distrutte XD. Comunque avevo salutato le due fanciulle dicendo che 'avrei provato ad andare a dormire'. Io c'ho provato. Solo che poi ho partorito questo. Questo che è stato scritto stamattina in... bah, credo un'ora. A dimostrazione del fatto che, quando mi ci metto, sono veloce ù_ù

Non devo sottolineare i fatti reali, credo. Insomma, Lisbona è reale, Bill che sta male idem, Tom e Bill da soli pure, e il ritorno in Germania anche. Di vero c'è anche il fatto dell'orologio. Ovviamente tutta la riflessione no, ma è vero che, in una foto scattata sull'aereo di poco tempo fa, Tom indossa un orologio. Parlandone con Manu, è venuta fuori la spiegazione del trascorrere del tempo, ecco.

Bene, so che questa storia è una pucceria e basta. Voglio dire, LO SO! XD. Ma amen, per la miseria. Sto scrivendo -e pensando- tante di quelle storie drammatiche che ogni tanto devo variare ù_ù

Spero vi piaccia <3!

[Il titolo viene dall'omonimo film, ma ovviamente non c'entra niente]

PS della sera: Pubblicata insieme alla sua TWIN!!! Ovvero la ff di Liz. Che però non è twincest, ma è tanto amore comunque <3 Sì, se ve lo state chiedendo, abbiamo il cervello in comune. Nello stesso giorno, lo stesso spunto per la stessa storia XD. *abbraccia la sua tata*

E un grazie immenso ad ana per il bannerino stupendo <3